| BIBLIOTECA | EDICOLA |TEATRO | CINEMA | IL MUSEO | Il BAR DI MOE | LA CASA DELLA MUSICA | LA CASA DELLE TERRE LONTANE |
|
LA STANZA DELLE MANIFESTAZIONI | NOSTRI LUOGHI | ARSENALE | L'OSTERIA | IL PORTO DEI RAGAZZI | LA GATTERIA |

CINEMA

Rosi, lezioni di storia

Un compleanno “pedagogico”. Aperto a studenti e ragazzi. “Perché se i film non vengono mostrati ai giovani a cosa servono?” A volerlo così è stato lo stesso festeggiato: Francesco Rosi [...].

“Ho fatto invitare tutti i ragazzi delle scuole di cinema di Roma” – racconta il regista napoletano – e inoltre attendo anche un gruppo di studenti e professori della facoltà di Architettura di Napoli con la quale ho sempre intrattenuto rapporti molto stretti”. Tanto da averci girato nel '92 per Raitre, Diario napoletano, un film – in occasione della ridiscussione del piano regolatore di Napoli – che voleva riprendere il filo di un discorso iniziato trent'anni prima con Le mani sulla città. Quel profetico film sulla collusione tra mafia e politica, madre di ogni conflitto di interessi.

Convinto da sempre della necessità di insegnare il cinema nelle scuole, al fianco della storia, Francesco Rosi la storia, quella del nostro paese, l'ha sempre raccontata col suo cinema. Fin dagli esordi, nel '58 con La sfida. Quarant'anni dietro la macchina da presa in cui, lo ricorda lui stesso, ha denunciato i rapporti tra istituzioni e mafia (Salvatore Giuliano, Lucky Luciano), la follia della guerra (Uomini contro), la strategia della tensione e il terrorismo (Cadaveri eccellenti), il mondo della droga (Dimenticare Palermo) fino all'ultimo, La tregua, che racconta la fine dell'orrore della Shoah e il ritorno alla vita.

“Mi considero figlio del Neorealismo – dice Francesco rosi -,anche se il mio cinema non è stato neorealista: non lo è stato La sfidaSalvatore Giuliano, per il quale, infatti, Moravia ha parlato di “realismo epico”. Da quella scuola, però, resa grande da Rossellini, Visconti, De Sica, Zavattini, Rosi ha colto – è lui stesso a dirlo – “la spinta a stabilire un rapporto continuo con la realtà”. Per questo, la definizione di “cinema politico” gli sta stretta. “E' una definizione di comodo, riduttiva – spiega -, ho sempre messo l'uomo al centro dei miei film. Film sotto forma di inchiesta in cui l'avvicinamento alla verità costituisce la drammaturgia stessa della pellicola che comunica con uno spettatore attivo, in grado di partecipare non solo alle problematiche esposte, ma anche alle passioni stesse dell'uomo”. Per questo, secondo Rosi, i suoi film non sono mai instant-movie, “ma lavori che seguono a lunghe ricerche, a studi”. Un esempio? “Il caso Mattei, tramite il quale passo allo spettatore dei ragionevoli dubbi rispetto alla versione ufficiale fornita sui fatti in questione. In sostanza, spero di provocare una riflessione”.

Ma il cinema può cambiare la realtà?

No. Non credo proprio. Però offre la possibilità di riflettere e dare un contributo all'analisi della realtà.

E la propaganda invece? Di questi tempi è molto attiva...

Certo, ed è un pericolo enorme. La pubblicità è uno strumento potentissimo, come la tv del resto, in grado di veicolare i modelli culturali dominanti. Per questo ci vuole cautela e parsimonia, ma soprattutto senso di responsabilità. Ma se la tv agisce sull'immediato, la potenza del cinema si vede nel lungo periodo. Se vuoi sapere tutta la follia di una dittatura e il suo progetto di sterminio guarda Il grande dittatore di Chaplin e troverai tutto. Se vuoi analizzare il rapporto tra padre e figlio, rivedi Ladri di biciclette...

Per tanto tempo si è rimproverato ai giovani autori italiani di aver perso il rapporto con la realtà...

E' vero e a questo proposito ho una mia tesi del tutto personale. Sono convinto che la causa sia da ricercare negli anni bui del terrorismo. Anni di terrore in cui venivano uccisi giornalisti, professori liberali e l'orrore e la violenza ha raggiunto livelli ineguagliati negli altri paesi europei. Di fronte a tutto questo i giovani si sono chiusi in se stessi. Hanno rifiutato il cinema dei padri che con passione e caparbietà continuava a guardare il mondo, e si sono rifugiati in una cinematografia spesso accusata di star lì a guardarsi l'ombelico. Oggi, però, mi sembra che qualcosa stia cambiando. Penso a I cento passi di Marco Tullio giordana, a Placido Rizzotto di Pasquale Scimeca, ma anche a Manoscritto del principe di Roberto andò. Sembra, insomma, che l'esigenza di raccontare la realtà del proprio paese stia tornando. Del resto sono in preparazione due film su Moro, quello di Bellocchio e cos'è la politica se non la conoscenza dei problemi, se non il tentativo e il dovere di risolverli? Ecco, i ragazzi, finalmente, stanno tornando a tutto questo. Alla partecipazione. Io non ho mai pensato che per ottenere il progresso bisognasse essere comunisti, infatti, non lo sono mai stato. Anche se sono sempre stato di sinistra. Vengo da Giustizia e Libertà, sono un ammiratore di Salvemini e dei grandi meridionalisti. E credo che il progresso del proprio paese richieda partecipazione individuale in grado, però, di diventare anche collettiva. Così come ho sempre suggerito con i miei film.

Adesso tornerà al teatro, che è anche un ritorno a Napoli, la sua città...

Sì, darò l'allestimento di Napoli milionaria di Eduardo, al San Carlo. Un autore che ha amato per la moralità che ha sempre messo nel suo lavoro, un commediografo in cui sentivi sempre il cittadino, l'uomo in mezzo agli uomini. Napoli milionaria, inoltre, è una commedia storica che ha dato l'avvio al Neorealismo, pochi mesi prima che si affacciasse al cinema con Roma città aperta. Fu rappresentata la prima volta il 25 marzo '45 quando nel Nord Italia ancora si combatteva. E ancora oggi è così attuale per i valori che rappresenta: l'onestà, l'unità della famiglia, la solidarietà umana e il rifiuto dell'ambizione intesa come volontà di fare soldi a tutti i costi...

I tempi, in molti ne convengono, sono bui. E quella che di definisce banalmente l' “attualità” torna a far paura...

Stiamo vivendo un momento di totale confusione, in cui l'interesse personale prevale su tutto. A sinistra manca l'unità e anch'io sono sceso in piazza a manifestare contro la Cirami, per la difesa della giustizia, anche se la definizione di girotondino non mi piace. Manifestare le proprie idee non solo è un diritto, ma un dovere. Detto questo, però, mi rendo conto che i rischi che stiamo correndo sono davvero tanti. Ma il più grave è la perdita dei valori per i quelli ho sentito il bisogno di allestire Napoli milionaria. Valori morali e culturali che appartengono alla storia di un paese in cui la politica ritrovi finalmente i suoi doveri.

Intervista di Gabriella Gallozzi – L'UNITA' – 15711/2002

| MOTORI DI RICERCA | UFFICIO INFORMAZIONI | LA POSTA | CHAT | SMS gratis | LINK TO LINK!
| LA CAPITANERIA DEL PORTO | Mailing List | Forum | Newsletter | Il libro degli ospiti | ARCHIVIO | LA POESIA DEL FARO|