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CINEMA

Rosi: solo il lavoro salverà Napoli dai boss

A un certo punto ha chiesto scusa alla gente che stava a sentirlo: Veltroni, Scola, Dacia Maraini gli stavano consegnando il premio “Campidoglio”, molto centrato su Roma, e lui, Francesco Rosi, stava dicendo di Napoli. Ma non era distrazione; semplicemente, come nei suoi lucidi capolavori, Rosi seguiva una ragione forte mentre al pubblico, per apprezzarlo, era sufficiente abbandonare la linearità un po’ stantia sulla quale si sdraiano volentieri le promozioni istituzionali e rinunciare del tutto ai brividi della retorica. E non basta ricordare che Francesco Rosi, l’autore di “Le mani sulla Città”, è napoletano perché non si è fermato alla sua Napoli, ha scosso l’auditorio con un pensiero sull’Italia di oggi, sulla sua fragile unità.

Non hai smesso di fare, neppure con le parole, quello che hai sempre fatto con i tuoi film che, qualunque situazione descrivano, suonano sempre come un richiamo potente alla presenza, alla consapevolezza...

Pensa alla data: il tre febbraio. Veltroni l’ha scelta per il premio perché in questo giorno del 1871 Roma diventa capitale d’Italia. E come faccio a non parlare dell’Italia? Come faccio a non parlare di Napoli e del bisogno di Stato che proprio Napoli rappresenta con una urgenza davvero sofferente? Amo Roma, ci vivo da oltre cinquant’anni, non le ho mai dedicato un intero film, mi ha fatto un immenso piacere ricevere questo premio, mi sono piaciute persino le motivazioni con cui me lo hanno assegnato...

E così parli dello Stato che non c’è, oggi come ieri, a Napoli e in tutte quelle parti d’Italia in cui la criminalità organizzata non ha pudore a mostrare e applicare la sua legge...

Bada che quando dico Stato, del bisogno dello Stato non mi riferisco alla repressione, all’uso dell’esercito, non è così che si affronta questa realtà. Nemmeno a Napoli, città che in questi tempi sta soffrendo episodi raccapriccianti, dove non si riesce a controllare la camorra, dove, è chiaro, non è sufficiente l’impegno quotidiano di molti suoi cittadini. Richiamo uno Stato capace di promuovere il lavoro, di avviare iniziative economiche, di bonificare le zone infette, di restaurare la città antica scivolata nel degrado (e sai quanto lavoro discenderebbe da questo programma?), di incrementare lo studio, lo studio a tempo pieno. Dicevo in “Diario napoletano”, a trent’anni da “Le mani sulla città”, “se lo Stato si arrende a Napoli, si arrende ovunque”...

Fa una certa impressione scoprire la deprimente, perfetta attualità di analisi e richiami di un altro tempo. Piuttosto, pare che l’Italia di oggi denunci segnali preoccupanti di una realtà che marcia in direzione opposta ai nostri desideri; non è che stiamo assistendo a un paese intero che si sta in qualche modo “napoletanizzando”?

L’allarme è grande ma non mi sentirei di sottoscrivere uno scenario dai contorni così drastici. Napoli rappresenta un bubbone, e guarda che soffro nel dire che Napoli costituisce un bubbone, ma so che in questa straordinaria città si vive una vita al limite della sopportabilità benché sia piena di gente attenta che vuole lavorare non corrompendosi, non avvicinandosi alla corruzione, che sogna una vita educata dalla cultura del lavoro al rispetto umano, alla solidarietà...

E non è forse l’Italia intera che sta soffrendo in questo tempo una progressiva distanza da quel mondo del lavoro e dalla sua cultura...

È una deriva in gioco, ma i giochi non sono ancora fatti, conclusi. Ci sono margini, e una grande linea di difesa sta nel riprendere il senso dell’unità d’Italia, il senso di un paese che abbiamo voluto unire, continuando a lottare per far sparire la corruzione. Ma programmi e rimedi devono essere espliciti, resi visibili. Sciascia scriveva che la “palma”, la mafia, aveva attecchito anche al Nord: è vero, stiamo parlando di mali molto invasivi. Le grandi organizzazioni criminali sono poteri veri che si esercitano sia nell’economia che nella politica, li ho raccontati nei miei film non per spettacolarizzarne la violenza, i modi di essere, ma per scoprire ciò che si agita dietro il sipario, quali interessi si intrecciano, dove entrano in contatto con il potere politico. Oggi rischiamo che mafia, camorra, ‘ndrangheta e sacra corona gestiscano parte della nostra economia. Mi correggo, non è un rischio, già accade...

Torno al cinema. Siamo in tanti a sognare un tuo nuovo film...

Ci sto pensando. Non sono i tempi migliori per tuffarsi in un progetto cinematografico ma...Certo, per farlo serve una grande energia e l’ultima cosa che vorrei fare è raccontare confusamente una grande confusione. Riguardo i miei vecchi film - che in tv non passano quasi mai - e sono felice di aver trasmesso lucidità, non risposte ma lucidità. Poi rifletto: mi pare di aver toccato tutti i punti che varrebbe la pena di mettere a fuoco oggi. Chissà, forse ho già detto, con il cinema, tutto quello che avevo da dire...

Guarda guarda, Dylan si è espresso quasi allo stesso modo a proposito delle sue canzoni. Che brivido.

Ah sì? Ne sono contento. Senti: Moretti, un regista che stimo molto umanamente e professionalmente, ha raccontato che nel lavorare al suo “Caimano” sull’Italia di Berlusconi si è ispirato a quei film di impegno civile dei quali “Le mani sulla città” è buon esempio. Se ci pensi, in quel film ci sono personaggi che conservano ben più di qualche sintonia con i protagonisti del potere oggi in Italia: vedi quanta strada abbiamo fatto da allora? Così, intanto, mi dedico al teatro. Ho messo in scena “Napoli milionaria” del grande Eduardo e sto preparando «Le voci di dentro», sempre di Eduardo e sempre con Luca De Filippo. Anche in questo caso non mi sono spostato dai drammi e dalle tragedie della attualità, recuperando, insieme, quel gran bel richiamo a un mondo in cui la solidarietà umana torni a illuminare il nostro presente.

Intervista di Toni Jop – L'UNITA' – 05/02/2006

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