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MUSICA

Roxi Music, attrazione fatale

Intervista a Andy MacKay

Più che un patto col diavolo, i Roxi Music lo hanno stretto col dandysmo. Categoria filosofica, ben rappresentata da Lord Brummel e oscar Wilde, per cui l'eleganza salva più di un'anima.

Il 24 settembre, al Filaforum di Assago, la band inglese ha dato il suo unico concerto italiano. Storico il line-up con il cantante Brian Ferry, il sassofonista Andy MacKay, il chitarrista Phil Manzanera, più il batterista Paul Thompson, il vecchio Chris Spedding e una band di giovani.

Storica anche la set list delle canzoni, che appartengono a un mondo, quello degli anni '70, solo immaginato e misconosciuto dai ragazzini. Creativo, sì, ma anche un bel po' suicida. Non mancava, però, un certo gusto dell'arte. Anzi, il dandysmo risucchiava arte moderna, antiquariato, buona sartoria, gallerie alla moda, mercanti di quadri.

Tutto frullato da rockstar affogate in droga e successo, perse nel loro ego. I Roxi Music si salvavano, ma solo perché Ferry e il suo alter ego Brian Eno, che poi lasciò il gruppo per passare a David Bowie e gli U2, si sfidavano a donne e canzoni. Ora, dopo essersi ricostituiti, sono tornati ai concerti con un tour mondiale. Davanti a un grande schermo, incorniciato da fronde d'albero, con bianchi e neri solarizzati alla Andy Warhol, i Roxi si precipitano a rinfrescare il rock soffice di “ReMake – ReMode”, “Ladytron”. “Both Ends Burnings”, “Mother of Pearl”, “Love is the Drug”, “Do The Strand” e “For Your Pleasure”. Il dandy Brian Ferry cancella il tempo, è sempre aristocratico, sensuale. Non a caso, il booklet di sale promette uno show di “fashion, romanticismo, nostalgia e futurismo”.

A 18 anni dalla separazione, il talento dei tre soci di maggioranza, Ferry, MacKay e Manzanera, può fare a meno del labirinto mediatico di promozione, tv musicali e look giovanilistico, e pure un po' patetico, di altre rockstar ultra cinquantenni. Anzi, proprio i loro abiti così ricercati sono un paradosso delizioso, fuori dal tempo. Che il pubblico può andare tranquillamente a ripescare negli otto album che hanno segnato la loro carriera. Una seduzione che sorprende, per primo lo stesso Andy MacKay, il sax furioso del sound Roxi Music.

MacKay, la gente si diverte anche con tranquilli signori come voi?

E' il motivo principale per cui siamo tornati insieme. Quando applaude, ti sembra di non aver sprecato il tempo. E poi, personalmente, volevo provare ancora una volta il brivido delle grandi folle. L'energia che si sprigiona in un palasport.

Ma non vi sorprende un po'?

Sì, ci sorprende. All'inizio scopri che ti vengono a sentire i vecchi fans. Quelli che ti seguono dal primo disco. Gli stessi che stavano sotto il palco ai tempi di “Virginia Plain”. Poi vedi quelli che hai agganciato più tardi, ai tempi di “Avalon” e “Manifesto”. Ma il numero sorprendente è quello dei ventenni, che ai tempi di “Avalon” non erano ancora nati. E' un'attrazione fatale, forse anche per i giovani che suonano con noi e che ci fanno un gran bene.

L'essere dei dandies non conta?

Eccome, ne siamo orgogliosi, stuzzica la nostra vanità. Cerchiamo di vestirci meglio possibile. Ci piace, essere eleganti, anche un po' snob. Agli inizi, tutti quei costumi ci rendevano nervosi e insicuri. Ora va meglio.

Moby e Radiohead dicono di essere stati influenzati da voi.

Francamente, non riuscirei mai a stabilire se ho influenzato o meno qualcuno. Certo, molte band della nuova generazione adorano i Roxi Music, anche se a livelli diversi. Ma era già successo negli anni '80, ai tempi del “nuovo romanticismo”, con gruppi come i Duran Duran.

Vale anche per voi, la sindrome degli anni '70?

Non credo che un periodo sia migliore di un altro, però vedo che la gente s'innamora di epoche lontane. Bastano venti, trent'anni e un film, un divo tornano di moda. Ovvio che capiti anche al rock'n'roll. Ora va forte la musica degli anni '70. Domani, vedremo.

Cosa prova quando va sul palco?

Glamour. Energia. Dipende dal pubblico, che di solito reagisce entusiasta. E dai ragazzi che suonano con noi. Suonare il sax, poi, è una vera e propria attività fisica.

Le piace il jazz?

Non sono un fan. Nasco con il pop. Certo, mi piace John Coltrane. A volte ascolto la radio specializzate. Ma non suono jazz, non ho preferenze specifiche.

Vi sentite un sex symbol?

Lo troverei comico. Oggi i sex symbol sono diversi da un tempo, come negli anni '50. Però Brian Ferry lo è, e gli riesce anche bene.

Intervista di Renato Tortarolo – IL SECOLO XIX – 25/09/2001


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