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CINEMA

“Prendo a pugni il successo”

“La boxe non usa più, non è più di moda e nessuno verrebbe a vedere questo film”. Così si era sentito dire Clint Eastwood quando aveva proposto a una Major hollywoodiana il suo “Million Dollar Baby”. A quel punto decise di produrlo da solo. Una scelta che lo ha premiato, visto che il film ha fatto incetta di Oscar e ha illuminato nuovamente il mondo della boxe.

Tanto che Ron Howard e Russell Crowe, dopo l'esperienza comune di “A beautiful mind”, sono tornati a lavorare insieme per raccontare una storia ambientata sul ring. “Cinderella Man” narra la vicenda di James Braddock, un uomo che ai tempi della Grande Depressione per riuscire a tirare avanti decise di tentare la fortuna con la boxe: era il 1935 quanto “Cenerentola” Braddock inflisse una clamorosa sconfitta, in un combattimento di quindici riprese, al campione del mondo massimi Max Baer. Quel giorno, la forza della disperazione batté quella del professionismo.

La pellicola è ambientata nella New York devastata dal crollo dell'economia e vede tra i protagonisti anche Renée Zellweger nei panno della moglie di Braddock, capace di sostenerlo e incoraggiarlo, e Paul Giamatti (il depresso Miles di “Sideways”, uno dei film cult della stagione che si è appena conclusa) nel ruolo del manager che riesce a portarlo al successo.

Lo stesso successo che ha riscosso Russell Crowe, nominato all'Oscar come migliore protagonista per ben tre anni di seguito, ma che a suo dire gli ha rovinato la vita. Il successo, per Crowe, è sicuramente una bestia difficile da domare, anche per colpa del suo carattere combattivo e iracondo: telecamere e macchine fotografiche lo hanno sorpreso più di una volta mentre veniva coinvolto in risse e più volte ha tentato di malmenare gli stessi fotografi, oltre a produttori, addetti stampa, colleghi attori. Non certo un buon carattere, anche se Russell è venerato dai suoi amici e dai suoi compagni di squadra: il suo grande amore infatti, oltre al cinema e alla letteratura inglese, è il rugby.

Lei è un personaggio lontano dagli stereotipi di Hollywood. Abita con la moglie Danielle e il figlio di pochi mesi in Australia, alla larga dal clamore e dal glamour californiano. Perché, Mr. Crowe?

Tutta la parte creativa della mia vita è stata rovinata dalla celebrità. Prima ero un osservatore, un contemplatore, una di quelle persone che scivolano via nelle situazioni, che vi entrano e vi escono, osservando tutto quello che c'è da vedere, cercando di capire. Ma questo modo di vivere mi è stato portato via dal successo. Dopo aver vinto l'Oscar sono stato sbalzato in un'altra dimensione, in uno spazio differente. Ora quel vecchio spazio segreto non mi appartiene più e non c'è modo di tornare indietro.

Qualche volta riesce a non farsi notare?

C'è comunque un modo di camminare per strada senza essere riconosciuti, e non parlo di artifici come baffi e naso finti. Basta cambiare l'energia, non fare di tutto per non essere notati. Però, comunque, non sarà mai la stessa cosa. Ho perso la mia qualifica di osservatore per ottenere in cambio quella di “osservato”. Ma c'è comunque un vantaggio: avere accesso a menti migliori e a progetti più interessanti.

Per esempio?

Cinderalla Man” è stato uno dei lavori più difficili che abbia mai fatto. Anche fisicamente. Almeno tre o quattro volte più difficile del “Gladiatore”. Lo ha battuto ai punti. Alla fine della giornata mi faceva male tutto, la schiena, la spalle, persino i piedi. Eppure ho adorato questo film e questa parte. Ho amato il personaggio che interpretavo, James Braddock. Non mi capita poi così spesso di amare i miei ruoli.

Eppure è opinione comune che l'amore verso il proprio personaggio dovrebbe essere una condizione essenziale per recitare al meglio una parte.

Dal teatro inglese ho imparato che un attore deve amare il suo ruolo, ma soprattutto deve amare il mestiere dell'attore. Se ti innamori troppo del tuo personaggio poi rischi di dimenticare alcune cose. Se devi interpretare Adolf Hitler e ti innamori di lui poi rischi di farlo diventare mano malvagio, no? Bisogna amare il mestiere di attore e mantenere un certo livello di obiettività in quello che stai facendo. In questo caso, però, non ci sono riuscito.

Insomma, Braddock l'ha conquistata?

Ho letto molto sulla sua storia e ogni cosa che imparavo su di lui mi appassionava. Faceva boxe oerché in quel periodo era la cosa migliore che un uomo potesse fare. Era uno che ha lavorato duro e che è morto nella casa comprata con i soldi vinti sul ring, con il suo matrimonio intatto e una famiglia sana e unita. Per me è una grande storia americana.

Intervista di Marta Valier – IL SECOLO XIX – 08/05/2005

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