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FOTOGRAFIA

Le strade del dolore

Ha scritto Josè Saramago nel suo libro “In cammino” che Dante oggi scenderebbe all'inferno con una macchina fotografica. Ed è questo che ha fatto negli ultimi vent'anni Sebastiao Salgado, raggelando con le sue inquadrature in bianco e nero il dolore e la disperazione allo stato primordiale.

Sabastiao Salgado, dunque i popoli della Terra si muovono, sono “in cammino”. Flussi di emigranti che lei ha seguito per sette anni, in cammino anche lei. Milioni di “fuori posto” – come li ha chiamati – nella “battaglia contro l'invisibilità”. Cosa ha significato per lei rendere “visibili” con le sue fotografie questi milioni di “invisibili”? Perché dunque una “battaglia” contro l'invisibilità?

Perché oggi nel mondo si vive in un modo strano. Il fatto che in Europa, negli Stati Uniti, in Giappone e in Australia ci sia complessivamente il 15% della ricchezza del pianeta dà l'impressione che questo sia tutto il mondo. Questa è la visibilità e ci si dimentica che c'è un 85% di popolazione del pianeta, che è la stragrande maggioranza, che in pratica resta invisibile agli occhi di tutti, non esiste, e vive in condizioni terribili, sempre più difficili. Perché la globalizzazione, questo sistema che si è creato e che porta da un lato a una depauperizzazione e dall'altro a una concentrazione di ricchezza nel mondo occidentale, spinge a credere ancora una volta che il mondo sia solo questo.

Movimenti di popolazione che spesso si trasformano in inferni che si muovono. Ha scritto Josè Saramago nel suo libro “In cammino”: “Dante oggi scenderebbe all'inferno con un'apparecchio fotografico”. Cosa ha visto il suo occhio? Cosa ha documentato la sua macchina fotografica? Cosa ha scoperto e rivela il suo sguardo?

Ho visto veramente l'inferno. Ci sono anche in Italia, nel Sud dell'Italia, delle storie infernali di persone che lasciano l'Albania e che a bordo di piccoli canotti di gomma arrivano, trenta, quaranta per volta, a velocità folle, braccati dalla polizia: intere famiglie con bambini piccoli, che sbarcano di notte in un continente che non conoscono. Perché non sbarcano solo in Italia: sbarcano anche in Europa, alla ricerca di un avvenire, di un futuro migliore, cercando di conservare la propria dignità, lasciandosi alle spalle realtà spaventose.

E negli altri continenti?

Nei paesi dell'Africa, dell'Asia o dell'America Latina la popolazione cresce di continuo. Se si pensa che nel mondo oggi ci sono sei miliardi di persone, è in questi luoghi che la popolazione aumenta. E poi in quelle terre non ci sono più risorse: si sono perse o sono state trasferite altrove. E si sono lasciate indietro persone che si contendono quel poco che è rimasto. Quando io faccio queste fotografie non è certo con l'idea di colpevolizzare qualcuno: le fotografie sono semplicemente una sorta di radiografia del nostro pianeta oggi.

L'emigrazione oggi è un po' la grande odissea del nostro tempo. Nel suo viaggio in cinquanta Paesi tra i milioni di “fuori posto” ha incontrato più naufraghi o naviganti?

Ah, molti più naufraghi. E' questo il grande problema. Ci sono enormi ingiustizie. In Bangladesh avevo prenotato un albergo per europei, per ricchi. All'aeroporto c'era un piccolo bus che mi attendeva: mi sono seduto e ho scoperto che ero l'unico passeggero. Ma mentre entriamo ad Akka mi accorgo che c'è un altro autobus, piccolo come quello dove viaggiavo io, con circa sessanta persone accalcate, mentre io ero da solo. Ho visto un uomo che voleva salire, ma non poteva perché il bus era troppo pieno: e mi guardava. E dal suo sguardo si vedeva che capiva questa enorme differenza. Il fatto di poter essere solo in un bus, di poter andare in buon albergo, di dormire in una camera.

Una nuova condizione umana si sta dunque delineando, quasi permanente per molti milioni di individui: l'emigrante per scelta o per necessità. Lei è diventato – con la sua ricerca e la sua opera – quasi il portavoce di questo “fluido errante”. Ci parli allora, della condizione di questi milioni di esseri umani? Della dignità che ha incontrato, anche, della volontà, del coraggio, della speranza...

La quasi totalità non è sulla strada per scelta propria. Sono stati messi sulla strada. Per moltissime di queste persone era persino difficile raccontare come le loro cose fossero state distrutte, e volte fino all'ultima pietra: perfino le fondamenta delle loro case erano state distrutte dai bombardamenti. Oppure ho incontrato persone che si trovavano per strada senza neppure sapere come ci fossero finite. E' il frutto di un nuovo ordine economico, di un altro modo di vivere. E perché accade questo? Tutta questa gente è lì. E quando si guarda questo flusso enorme di rifugiati, si pensa che ci sono sempre stati: ma non in questo numero e in queste proporzioni. Ricordo molto bene, quando lavoravo in Africa nel 1984, i campi profughi di quegli anni: in Etiopia c'erano venti, trentamila persone, tutte in un solo campo rifugiati. Nell'85 in Etiopia c'era un campo, chiamato Corem, con più di novantamila persone. Oggi ci sono campi profughi con un milione di persone: si è come entrati in un'altra logica di trasferimenti. Ci sono stati talmente tanti spostamenti nel mondo, si è talmente sconvolto il modello di vita dell'intero pianeta, che oggi il numero di persone sradicate è incredibilmente più grande. E la gente non capisce molto bene perché. L'istinto di sopravvivenza è quello che accomuna tutta questa massa di disperati.

Qual'è il rapporto fra valore estetico e valore documentario nella fotografia, in particolare nel suo genere di fotografia?

Ma perché si possa comprendere il suo linguaggio, perché si possa leggere una fotografia occorre presentarla in un certo modo, avendo cura delle luci, delle composizioni...Altrimenti non suscita interesse: la si guarda e si passa oltre.

Tuttavia la contraddizione sta nel fatto che la miseria, che non è in alcun modo estetica, venga rappresentata tramite l'estetica. E' una contraddizione che aveva già messo in evidenza Cartier-Bresson...

Sì, non è un problema da poco. A volte si pensa che le foto dei poveri, della miseria, delle città povere del pianeta si debbano mostrare in modo brutale, con una luce sbagliata, con una composizione trascurata. Le persone tendono a pensare che le foto corrette siano scattate nella parte ricca del mondo, fra gente molto bella. Ma il mondo è bello ovunque. L'alba è bella in qualsiasi paese del mondo. Certo, gli esseri umani a volte sono più belli in alcune parti del mondo piuttosto che in altre. Veda ad esempio l'Etiopia, uno dei Paesi più poveri del mondo. Ma guardi gli Etiopi: sono incredibilmente belli. Certo, bisogna mostrarli nella loro dignità...Nel mio caso non ha importanza che cosa provochino determinate fotografie o che cosa si creda che provochino. Al posto di prendere quelle immagini come una base di riflessione, vengono utilizzate come base di un'eventuale difesa: siccome ci si sente “attaccati” da quelle immagini, si cerca di difendersi. E la prima cosa che si fa è attaccare il fotografo.

Intervista di Antonio Ria – IL SECOLO XIX – 13/06/2001



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