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FOTOGRAFIA

Salgado, l'ultima realtà

Ill bianco e nero delle sue foto è spesso doloroso, sconcertante, condito della parte più cruda dell'esistere: la sofferenza. Stampe che raffigurano sempre una fuga senza sosta, un calvario continuo, dalle nuove schiavitù al martirio di interi paesi sconvolti dalla guerra. Impossibile parlare a Sebastiao Salgado, fotoreporter brasiliano tra i più grandi al mondo, senza scomodare la metà dei cliché dell'anima carioca, la metà leggera, spensierata, festaiola, tanto lontana da quella “grave” evidenza l'altra, quella che lui vuole testimoniare con il suo lavoro, quella della miseria umana, come un prestigiatore al contrario che svela il lato più nascosto dell'animo brasiliano, le favelas, la povertà, la fame. Nato nel 1944, dopo una laurea in economia e commercio riposta quasi subito nel cassetto, ha iniziato l'attività di fotografo professionista all'età di 29 anni, e da quel giorno non ha più smesso, inseguendo sempre i volti di chi è cresciuto, di chi ha visto la sofferenza della vita attraverso la terra e le persone vicine. “Uno dei più grandi fotografi umanisti” è stato definito, uno di quelli che hanno fatto del proprio una missione di testimonianza, dedicando le proprie energie alla storia. Un impegno rivolto alle contraddizioni sociali ma non solo: il suo impegno per dare il via ad una nuova coraggiosa impresa – quella di far “rivivere” la foresta atlantica del Brasile con un milione e mezzo di alberi nuovi – rappresenta la sintesi di tutti i suoi sforzi, di tutta la sua opera: lavorare per il futuro. Una scrupolosa attenzione per le differenze, la sua, che si concentra nella semplice osservazione della gente, magari in una tranquilla città della provincia: come è accaduto lo scorso anno a Parma, quando Salgado, su invito dell'assessorato alle Celebrazioni verdiane, si è fermato nella città ducale per più di dieci giorni, fotografandone la vita quotidiana, alla ricerca di quella città da sempre “paese del melodramma”, culla della lirica del buon vivere. Dieci giorni di fotografie dalle quali sono scaturiti una mostra e un catalogo, Salgado, Parma, presentati a Parma alla presenza del fotografo. Un percorso differente, un lavoro su di una città gioiosa e ricca di bellezza, molto lontana da quella solitamente “descritte” da Salgado nelle sue foto.

La gente mi conosce soprattutto per i miei lavori di fotografia a sfondo sociale, perché questo è il mio lavoro. Però ho fatto tanti altri lavori di stampo differente – spiega il fotografo – lavori che mi consentono di vivere: non sono un fotografo ricco, e questi progetti, oltre ad avere in obiettivo interessante, mi permettono di farmi conoscere ad un altro pubblico. Un lavoro simile a quello di Parma lo avevo fatto per l'aeroporto di Malpensa 2000, a Milano. Comunque le fotografie sono sempre le stesse, cambia solo il soggetto, e poi è sempre importante raccontare storie differenti, avere nuovi orizzonti. L'esperienza di Parma è stata molto interessante per me, ho conosciuto una nuova realtà ricca di storia e ho visitato una città che mi ha sorpreso in senso positivo: qui le persone vivono in una dimensione assolutamente privilegiata, in una sorta di paradiso, e forse non se ne rendono conto. Un'esperienza umana molto interessante”.

Una ricchezza che, come disse un anno fa Salgado, è difficile da riconoscere “quando ci si è abituati”: la popolazione mondiale è d'altronde composta da un 15% di persone agiate contro l'85% di persone che vivono in situazioni di difficoltà, di disagio. E proprio su questo punto sono indirizzate le riflessioni del fotografo.

Le sue foto testimoniano una realtà che di solito si nega, restituiscono un volto ai poveri del mondo. Cosa pensa della globalizzazione?

La maggior parte della popolazione mondiale vive nel più assoluto precariato, mentre una parte minima vive nello sfarzo: sono proprio questi ultimi che non danno sufficiente considerazione ai primi, li ignorano, continuando a percorrere la medesima strada, quella della finanza, dell'economia a tutti i costi. Le popolazioni che vivono protette, come quelle dell'Italia, della Francia, degli Stati Uniti, della Germania, ecc., danno l'impressione che parlino di globalizzazione finanziaria, globalizzazione economica, globalizzazione dell'informazione, dimenticando il resto del mondo, i “globalizzati”, coloro che subiscono la globalizzazione, che lavorano e trasferiscono la loro ricchezza verso i paesi ricchi del mondo, facendo in modo che questi siano sempre più ricchi mentre loro diventano sempre più poveri. Il mondo dei ricchi e quello dei poveri sono completamente separati, lo vediamo ogni giorno: grandi società che acquistano altre società per milioni di dollari e persone che muoiono ancora di fame: la cosa singolare è che con il passare degli anni la situazione peggiora sempre, invece di migliorare.

Lei vive tra Parigi e il Brasile, e grazie al suo lavoro ogni giorno tocca con mano il “divenire” di questa globalizzazione: che direzione ha preso la società moderna per Salgado?

Questa è una domanda interessante ma difficile da affrontare. Io sono molto pessimista sul futuro del mondo, ma spero di sbagliarmi: gli indizi sono comunque preoccupati. Un esempio? In tutti i miei viaggi ho conosciuto molte persone di cuore proiettate verso il prossimo, che però non hanno lo sguardo puntato su ciò che accade nel mondo: per questo è necessario informare, stimolare le discussioni e ricordare che ogni giorno al mondo tanti muoiono semplicemente perché non hanno cibo. Vedo poca considerazione nei confronti di questi problemi. Oppure prenda l'11 settembre di New York: un esempio paradossale. Sei mesi fa l'economia ha iniziato a crescere, ad aumentare. Una guerra che, in qualche modo, ha “finanziato” l'economia di questo paese: ingenti spese per affrontare la guerra e l'economia decolla. C'è qualcosa di strano: ciò significa che l'industria americana è improntata su una precisa produzione, che ovviamente non ha niente a che vedere con scopi di interesse sociale. Questi sono alcuni esempi delle stonature della società contemporanea.

C'è molta ricerca estetica nelle sue fotografie. Questo perché il loro valore di testimonianza è più forte se hanno un valore formale?

Il linguaggio fotografico è un linguaggio formale, legato all'estetica, è un linguaggio scritto con la luce. Certamente, se le mie fotografie arrivano ad essere esposte in un museo, vuol dire che hanno anche un valore plastico che la contraddistingue, ma non voglio assolutamente che queste siano lette come delle opere d'arte, degli oggetti d'arte. Infatti, non nascono per essere oggetto d'arte, ma come un insieme di immagini per informare, per provocare discussioni, dibattiti. Sono prima di tutto un giornalista e un fotoreporter. Vorrei quindi che le persone guardassero alle mie foto non come oggetti d'arte, ma come una sorta di veicolo di realtà lontane che ho avuto modo di toccare con mano.

Cinque continenti, passando dalle guerre fratricide in Ruanda tra Hutu e Tutsi alla guerra civile in Sudan. Poi l'Angola, il Mozambico, le migrazioni di interi popoli, la difesa del territorio degli Indios dell'Amazzonia, il confronto tra le favelas brasiliane e le ciudad perdidas messicane: un percorso umano tra i più intensi. Quali sono i suoi progetti futuri? Dove arriverà la testimonianza militante e politica delle sue fotografie?

Le mie fotografie hanno il compito di influenzare e provocare la discussione nella società in cui vivo, di stimolare il confronto delle idee. Io non faccio foto artistiche, le mie foto hanno un messaggio preciso, raccontano le storie della parte più nascosta della società. L'ultimo progetto, in realtà iniziato più di dieci anni fa, non è legato alla fotografia: è un progetto volto a rinverdire la foresta atlantica brasiliana, con nuove piante e nuova vegetazione. Quando ero un bambino nella mia zona esistevano i coccodrilli e tanto verde: oggi non c'è più niente, tutto distrutto. Oggi il problema dell'inquinamento è uno dei più gravi per l'intero pianeta, ma al governo americano la cosa non sembra interessare molto: l'Europa è più sensibile a tutto ciò. La cosa forse più importante è quella di sensibilizzare la gente sulla questione ecologica, metterla al corrente dei rischi che corre l'equilibrio ambientale: l'unica strada da percorrere per arrestare la catastrofe ambientale in corso. Questo è un progetto a cui tengo molto, forse più che a tutti gli altri, perché si sa, la catastrofe ambientale porta alla catastrofe umana.

Intervista di Luca Sommi – L'UNITA' – 07/04/2002



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