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CINEMA

Forza Lula

“Sono felice per la nonna di Gianni Amelio. Le faccio tanti auguri per i suoi 100 anni...e spero che questo significhi che, per altri 50 anni, Gianni continuerà a regalarci altri magnifici film”. La battuta più bella della “due giorni” siciliana dell'Efebo d'oro, il premio cine-letterario gestito da Corrado Catania e assegnato ad Agrigento lo scorso week-end arriva in extremis dal brasiliano Walter Salles, durante la consegna. Gianni Amelio, premiato per il miglior libro di cinema del 2004 (Il vizio del cinema, Einaudi), racconta che il prossimo 15 ottobre sua nonna farà un secolo di vita ed è sempre attenta spettatrice dei suoi film: “In realtà mia nonna è una fan dei film di Maurizio Zaccaro – dice Gianni, indicando il regista di Al di là delle frontiere, anche lui fra i premiati -, le piacciono gli sceneggiati, le miniserie a puntate, e quando vede i miei film alla fine mi dice sempre: bello, ma domani continua? E quando le dico di no mi sgrida. Vorrebbe facessi film più lunghi”. Walter Salles ride e, quando arriva il suo turno – vince l'Efebo per il miglio film del 2004 tratta da una serie letteraria, ovviamente Diari della motocicletta -, rende omaggio ad Amelio e alla sua ava. Non lo fa per circostanza: essendone stati testimoni, possiamo dirvi che il week-end dell'Efebo in quel di Agrigento è stato una rimpatriata tra vecchi amici. Amelio è amicissimo da anni di David Grieco, vincitore dell'Efebo d'argento per il suo Evilenko, che voi lettori dell'Unità conoscete bene; entrambi sono amici di Maurizio Zaccaro, che vince il premio per la tv (e che sta per iniziare a Catania un film-tv dal Bell'Antonio di Brancati), di Carlo Di Palma, altro premiato, e di Paola Pitagora, che conduce la serata; e infine Amelio ha un rapporto a distanza, ma molto solidale, con Salles, che in passato confessò di aver tratto ispirazione da Il ladro di bambini per Central do Brasil. Insomma, gli organizzatori dell'Efebo hanno messo insieme un gran bel cast, e senza farlo apposta. Sono stati fortunati.


Reduce dall'ottimo esordio americano di Diari della motocicletta (1.340.000 dollari nella prima settimana, record Usa per un film non parlato in inglese: meglio di La vita è bella e di La tigre e il dragone), Salles arriva in Sicilia reduce da un tour de force promozionale. Il film su Che Guevara sta pian piano uscendo in tutto il mondo, sempre con successo. Nel frattempo il regista ha già girato un nuovo film, un thriller girato in Canada e intitolato Dark Water, con Jennifer Connely e Shelley Duvall. Nonostante lo stress da fuso orario, si concede ai giornalisti e al pubblico di Agrigento con grande cortesia, parlando un francese degno...di un francese!, e regalando una notazione locale che gli conquista subito tutte le simpatie: “Ero già stato in Sicilia dieci anni fa, e in quell'occasione avevo letto Il gattopardo in italiano, con il dizionario di portoghese a portata di mano”. Più avanti citerà, nel corso della chiacchierata, Gramsci e Togliatti, e più tardi ci giurerà di essere un lettore dell'Unità on line, dimostrandosi un regista di rara apertura culturale e, come minimo, di grande gentilezza.

Walter, com'è il tuo rapporto con i “Diari” qualche mese dopo la “prima” a Cannes? Te ne sei in qualche misura distaccato, o è sempre dentro di te?

E' talmente dentro di me, che mi sono convinto, nel tempo, di una cosa: io ho iniziato il film da regista brasiliano e l'ho terminato da regista latino-americano. Ora, dopo aver passato due anni di vita a Buenos Aires, ho una casa più grande. Uno dei punti fondamentali del pensiero di Ernesto Guevara è quello sull'identità latino-americana, sulla “unica nazionalità” di tutto il continente. Non arrivo a dire che stiamo raggiungendo quell'obiettivo: anzi, l'America Latina vista oggi mi ricorda proprio quella famosa frase del Gattopardo, quando Tomasi di Lampedusa dice che è necessario che tutto cambi perché tutto resti com'é. Però, rispetto agli anni '50 del film, qualche passo avanti s'è fatto. La politica estera di Lula, oggi è più rivolta all'America Latina che agli Stati Stati o all'Europa: mentre ai tempi di Collor il Brasile ha sfiorato il disastro culturale ed economico perché guardava esclusivamente al cosiddetto primo mondo.

Cosa pensi, in generale, della politica di Lula?

Anche lì, siamo solo agli inizi. Fukuyama dice in un suo saggio che siamo arrivati alla fine della storia, la lezione del Che è invece che siamo ancora agli inizi, a condizione di saper fare scelte dettate dall'etica, e dalla voglia del cambiamento, non dalla mera conservazione. Oggi in Brasile c'è finalmente la democrazia politica: dobbiamo costruire la democrazia economica. E' già un progresso enorme: solo negli anni '60 e '70, il Brasile era una dittatura in cui la censura e la tortura la facevano da padrone, e in quel contesto la violenza di risposta degli studenti e degli oppositori del regime era assolutamente legittima. Sono amico di persone che hanno scelto quella via, e le rispetto profondamente. Al tempo stesso, sono sicuro che oggi quegli stessi mezzi non avrebbero più senso. Dico questo perché spesso, soprattutto negli Usa, mi dicono: ah! Ma Che Guevara teorizzava e praticava la violenza rivoluzionaria. Io rispondo sempre che il Che va visto e giudicato alla luce dei contesti storici in cui si è trovato ad agire, e non alla luce di ciò che noi viviamo oggi. Ma gli statunitensi sono molto bravi nel piegare tutto al loro modo di pensare.

E pensare che il film ha avuto anche aiuti dagli Usa...

Ma infatti non bisogna generalizzare, mai! Nemmeno a Hollywood sono tutti uguali. L'aiuto di Robert Redford è stato prezioso, così come quello di Ettore Scola e di Gianni Minà. Ma Redford è un intellettuale illuminato, ed è bello che in America ci sia gente così, aperta al mondo, in un momento in cui gli Stati Uniti sembrano scarsamente rispettosi della diversità e dell'altro da sé. Lo stesso vale per Terrence Malick, che ha progettato un film sul Che per anni e che era in Bolivia proprio nei giorni in cui il Che fu ucciso, come inviato del “New Yorker”, e per Steven Sodebergh, che ora è subentrato nel progetto. Non ho letto le loro sceneggiature, ma le figlie di Ernesto, che stanno a Cuba, mi hanno detto che Benicio Del Toro – l'attore messicano che dovrebbe interpretare il loro padre – è venuto ad incontrarle più volte, dimostrandosi rispettoso e competente. Loro hanno fiducia, quindi ce l'ho anch'io. E sono contento che il cinema non abbandoni il Che. Io ho raccontato il ragazzo prima del mito. Ma ci sono storie per cento altri film. Speriamo di vederli presto.

Intervista di Alberto Crespi – L'UNITA' – 07/10/2004

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