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Saramago


José Saramago

L'impero dei cloni


Amante della polemica politica e, forse, tutto sommato attratto pure dallo scandalo: come quello che suscitò undici mesi fa quando uscì da un sopralluogo a Ramallah occupata dagli israeliani, con una pattuglia del Parlamento degli scrittori, l'organismo creato da Salman Rushdie, definendo la situazione palestinese “una Auschwitz”.

Lo scrittore è a Roma con una doppia missione di lavoro: presentare L'uomo duplicato, il suo nuovo romanzo edito da Einaudi, e assistere nel nuovo Auditorium alla versione per coro e orchestra che un musicista che ama la sua scrittura, Azio Corghi, ha approntato dalla sua poesia Di pace e di guerra. Suona, la poesia, in italiano: “Nella mano serena che in un gesto d'onda/ In statua musicale l'aria modella./ Nella mano contratta che in un freddo di gelo/ La parete del tempo di cupe grida raschia./ Nella mano di febbre che in un sudor di fiamma/ In cenere converte quanto tocca./ Nella mano di seta che in un lambir di ala/ Fa dischiudere i sogni come sorgenti d'acqua./ Nella tua man di pace, nella tua man di guerra,/ Se è già nato l'amore, la pena fa il suo nido”.

Saramago è un signore vestito con classica eleganza ed è autoironico. Liquida con poche parole il proprio apporto al lavoro di Corghi: “Azio ha scelto il testo, il mio contributo artistico è stato solo dirgli “Sì, sono d'accordo”. Aveva già trascritto per musica altri tre miei testi, Blimunda, Divara e una poesia dell'Anno Mille993. Lei mi chiede se c'è un corrispettivo e se questo suo interesse ha influenzato, negli ultimi anni, la mia scrittura? No, no ho un'educazione musicale bastante per inserire un po' di sonorità alla Corghi nel mio stile...Ma, se lui mi ha scelto, in fondo debbo essere già spontaneamente musicale”.

Lui, che racconta di avere imparato ad amare le storie ascoltando quelle che gli raccontava suo nonno materno, Jeronimo Melrinho, pastore analfabeta della campagna portoghese del Ribatejo, è stato definito per il suo stile paratattico e fluido lo “scrittore orale”. Questo stesso stile, con un pizzico, però di nuova disincatata comicità, si ritrova nell'Uomo duplicato: un romanzo che racconta di un professore di storia alle scuole medie, che è depresso, che vive in un'anonima metropoli e che un giorno vede un suo sosia perfetto recitare in un film di serie B come figurante e si fa invadere dall'ossessione di incontrare questo suo uguale, poi lo incontra e...E' un giallo: silenzio d'obbligo sul seguito. Diciamo che di nuovo, qui, Saramago, scrittore cresciuto nel più periferico dei paesi d'Europa, dimostra la capacità di penetrare da chirurgo nel cuore ghiacciato della società tecnologica e di massa. Non è la depressione, da cui è affetto il suo personaggio dal nome importabile, Tertuliano, la malattia oggi più diffusa?

L'uomo duplicato” è un romanzo che sembra sospeso tra due secoli, il Novecento e questo nuovo: tra Pirandello, il tema dell'uno, nessuno, centomila, e lo scenario attuale della clonazione. La sua bilancia, mentre scriveva, verso quale secolo pendeva?

La tematica del libro non è la clonazione, Chiaro, se non se ne parlasse tanto l'idea non sarebbe venuta fuori. Ma la mia preoccupazione fondamentale, più classicamente, è: chi è l'Altro? Era evidente, per esempio, nell'altro mio romanzo Tutti i nomi. E si completa con l'altra domanda: chi sono Io? Questo problema, sono convinto, non è di oggi né di ieri, è di sempre. In questo libro in particolare ha un precedente antico, mitologico: il mito della natura di Ercole e quello che è successo prima, Giova che fa un figlio con Alcmena prendendo le sembianze di suo marito. Da allora moltissimi scrittori hanno ripreso il soggetto, per primo Plauto, poi Molière, Girardoux, Kleist, Dostojevski. Fino ad arrivare a un modesto scrittore portoghese chiamato José Saramago.

Il tema del sosia però, ammetterà, acquista aspetti nuovi nell'epoca della riproducibilità tecnica delle opere e, ora anche degli esseri umani. Non sarà un caso se il tuo Tertuliano, nel suo sosia s'imbatte grazie a un videoregistratore?

Novità? Non so. In Spagna un intervistatore mi ha chiesto se mi piacerebbe essere clonato. Ho detto di sì, ma a un patto: vorrei essere clonato per continuare a vivere con mia moglie Pilar. Ma questo non è possibile, perché se fossi clonato ora, mia moglie, che è più giovane di me, dovrebbe prendersi cura di un me stesso bambino. E sappiamo, anche, che in coscienza. Credo che mia moglie ami il mio corpo, ma anche la mia anima.

Non è il sogno segreto di ogni uomo essere il figlio della propria moglie?

Curiosa osservazione. Un'idea assolutamente incestuosa.

Antonio Claro, il sosia di Tertuliano, da attore vive infinite vite: fattorino d'albergo come portiere di discoteca. C'è qualche eco, in questo, delle sue stesse, successive di impieghi, meccanico, impiegato, traduttore, giornalista, solo dai sessant'anni scrittore a pieno titolo?

Un attore rappresenta ruoli, mentre io ho cambiato vita veramente. Per un attore tutto è pura finzione, mentre noi, quando cambiamo vita, chiudiamo una porta e ne apriamo un'altra. Ci lasciamo sempre dietro delle porte chiuse. A volte qualcuna, magari, non completamente.

Com'è questa sua nuova vita, da premio Nobel?

I modi sono diversi. Puoi ricevere il premio, tornartene a casa e così finisce la storia. Oppure, se hai un impegno civile, puoi sentire la responsabilità della visibilità che il Nobel ti regala. Dopo il '98 la mia vita è diventata, appunto, particolarmente agitata: conferenze, congressi, movimenti antiglobalizzazione.

Ha avuto un'enorme cassa di risonanza, proprio per questo, il suo giudizio sull'occupazione israeliana di Ramallah, l'anno scorso. Si è pentito di avere detto che era “una Auschwitz”?

Quello che io ho detto, e che i media non hanno riprodotto con piena fedeltà, è che a Ramallah era presente lo spirito di Auschwitz. Non sono stato l'unico a dirlo: in Israele era scoppiata un'enorme polemica sette-otto anni fa, quando un intellettuale ebreo, per giunta askhenazita, accusò l'esercito di essersi trasformato in esercito “ebraico-nazista”. Comunque, pochi giorni dopo la mia affermazione l'esercito israeliano ha invaso la striscia di Gaza e la Cisgiordania e mi ha dato ragione. Un'amica, ex-direttrice della Cineteca israeliana, mi ha detto: puoi chiamare noi israeliani come vuoi, anche fascisti, ma non pronunciare mai la parola Auschwitz. Ecco, io le ho risposto che la parola Auschwitz è diventata il muro dietro il quale gli israeliani si proteggono. Per un fenomeno di perversione linguistica hanno trasformato Auschwitz in autogiustificazione, nella parola che li assolve qualunque cosa facciano. Voglio dirlo molto seriamente: gli ebrei hanno sofferto grandi persecuzioni, anche prima dei lager, ma io non riesco a capire come questa loro sofferenza non gli abbia insegnato a non far soffrire gli altri. Coloro che hanno sofferto sono morti e l'unico modo francamente umano di rispettare coloro che sono morti sarebbe non ripetere i crimini di cui essi sono stati vittime.

Però la sua affermazione è stata stigmatizzata ache dai suoi colleghi israeliani di avanzatissima militanza pacifista. Un nome per tutti: Amos Oz. A Ramallah non ci sono camere a gas. Può chiarire cosa intende per “spirito di Auschwitz”?

L'odio, il disprezzo, l'umiliazione, la negazione dell'identità dell'altro. Questo è quello che succede ora in Palestina.

Lei si è battuto anche contro l'ingressso del Portogallo nell'Unione Europea...

Più esattamente, perché l'adesione all'euro venisse ratificata da un referendum popolare. Oramai ci siamo. Il costo della vita è aumentato. E l'Europa continua a soffrire della sua malattia: ha un'economia ma non ha una politica. Alla Vigilia di una guerra.

La guerra scoppierà?

Certo che sì: ci sono duecentomila soldati Usa lì, non li faranno tornare indietro. Agli Usa serve il petrolio dell'Iraq. Ma non solo. Se il XX secolo è stato il secolo che ha visto il crollo degli imperi, il XXI ci farà tornare indietro: nascerà il primo impero coloniale statunitense. E' evidente, nessuno ha basi militari negli usa, ma gli Usa hanno basi dappertutto. Gli americani vogliono spostare le loro frontiere il più lontano possibile: Israele, poi l'Afghanistan, ora l'Iraq, poi dove? L'Uzbekistan, che confina con la Cina, ha già con loro relazioni strette.

Ha un senso dirsi, come lei fa, “contro la globalizzazione”?

Quello che chiamiamo globalizzazione è un fenomeno cominciato con le scoperte geografiche del XVI secolo, quando il mondo diventò veramente visibile. Ciò contro cui io mi batto è la globalizzazione, invece, come strumento di dominio: viviamo in un sistema in cui i governi non governano, si sono trasformati in commissari politici del potere economico. Quando non è il potere economico stesso a governare direttamente, come qui in Italia. I cittadini che potere democratico hanno? I cittadini non possono far dimettere i vertici delle multinazionali. Questo è il problema politico centrale del mondo. Invece ci accontentiamo di gesti rituali, votiamo. C'è bisogno di un dibattito sulla democrazia. Viviamo in un'epoca in cui possiamo discutere di tutto, si fanno simposi su qualunque argomento. Tranne che sulla democrazia, come se la democrazia fosse un dato di fatto. Mentre è qualcosa che ci hanno già rubato, seppure l'abbiamo mai avuta.

Intervista di Maria Serena Palieri – L'UNITA' – 25/02/2003


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