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José Saramago

Saramago, l'identità è un giallo assurdo


Durissimo quando parla degli Stati Uniti, “il nuovo potere coloniale nel mondo”, José Saramago si appassiona a scavare nelle parole, “anche se non ne esistono di nuove, che possano inventare daccapo un mondo”, del suo ultimo romanzo: L'uomo duplicato (Einaudi, 286 pag. € 16,50).

Il premio Nobel, ottant'anni portati con forza e stile ignoti a molti cinquant'anni, trascina il lettore nell'avventura che è stata il cuore della narrazione nell'epoca moderna, fino a questa contemporaneità senza certezze. Chi sono io? Chi è l'altro? Che non si tratta di domande metafisiche, i lettori di “Lo strano caso del Dottor Jeckyll e Mr. Hyde”. Al professore Tertuliano Alfonso Maximo, il protagonista del romanzo, succede forse di peggio che ritrovarsi diviso in due, la domanda per lui è: c'è un altro, di cui ignoro l'esistenza, che è me stesso?

Anche qui niente metafisica, ma tutte vicende molto concrete. Come è concreto il vivere di un professore di storia in una imprecisata metropoli di 5 milioni di abitanti, né troppo giovane né troppo vecchio, che ha la sorte per nulla comune di incontrare il proprio doppio, anzi il duplicato. Gli succede per caso, guardando la cassetta di un film di serie B in cui una sera cerca sollievo dalla depressione cronica. In alcuni fotogrammi trova se stesso. Non un sosia, ma se stesso, identico, in tutto, anche nei baffi che ora non ha più, ma che all'epoca in cui era stato girato il film portava. Identico come in gemello, anzi un clone, verrebbe da dire.

Ma nel romanzo di Saramago l'esame del Dna, più volte evocato come prova suprema, viene sempre respinta come inutile, tanto l'identicità è evidente e inspiegabile. Chiave di un destino tragico, che coinvolge alte persone: le rispettive mogli dei due “fotocopia”, e una madre, unica testimone dell'identità originaria. E così il Saramago scrittore gioca su tutt'altro piano del Saramago, militante, che appoggia campagne “antioscurantiste” a favore della ricerca genetica sulle cellule staminali o interloquisce con i movimenti no global. Lo scrittore, che è a Roma per presentare il suo libro, usa la profondità delle parole, per svelare la mancanza di senso che affligge il nostro tempo.

Il titolo “L'uomo duplicato”, l'ha scelto perché non voleva usare la parola clonazione?

Per me il titolo contiene tutta quanta l'idea del libro. Per questo ho sempre trovato i titoli prima di cominciare a scrivere. Anche se questo non significa che abbia già un piano compiuto del romanzo. E' evidente che l'idea viene anche da questo gran parlare di cloni, ma nel romanzo non mi interessava esplorare le possibilità logiche che vengono fuori da questa parola: duplicare.

Tertuliano è un nome insolito. Ha pensato all'autore dell' “Apologetica”?

No, il nome è venuto per caso, quando è stato chiaro che il personaggio sarebbe stato un professore di storia. Solo in seguito mi sono reso conto che a Tertuliano si deve la famosa frase “credo quia absurdum”, credo in quanto è assurdo. Una bella coincidenza. Siccome questa storia è assurda anche il nome dà un senso all'assurdo...

A proposito di storia, il professore sostiene una tesi rivoluzionaria: che nelle scuole andrebbe insegnata alla rovescia. Cioè a partire dal presente rivolti all'indietro.

Penso che per gli studenti sarebbe molto meglio partire dalla contemporaneità. Si rimane sempre indietro di un secolo, nella scuola si vive come dentro una specie di capsula senza collegamento con il tempo presente, mancano i nessi.

Questa proposta per la scuola, forse le sembra adatta anche a questo momento di guerra incombente?

Se potessimo fare questo tipo di valutazioni, sarebbero le conseguenze a condurci alle cause e i fatti del passato guadagnerebbero in chiarezza, illuminati dagli esiti del presente. Capiremmo come mai negli Usa si preparano a questa guerra. Vedremmo non solo la formazione di un impero, ma anche il risorgere del colonialismo. Sarebbe chiaro che la fine del ventesimo secolo ha visto scomparire il colonialismo, mentre si ricomponeva un nuovo impero coloniale. Nel territorio degli Stati Uniti non c'è nessuna base militare straniera, mentre ci sono basi militari statunitensi in tutto il mondo.

Per certi aspetti la sua storia è una partita a quattro. Due coppie sconvolte dall'assurdo. C'è una geometria incrociata che fa venire in mente “Le affinità elettive” di Goethe.

Sì, ma le affinità elettive dopo la bomba atomica. Il destino dei personaggi è una tragedia. Il giallo della storia diventa una partita in cui la morte toglie di mano il gioco.

Un gioco che è tutto in mano agli uomini che se la vedono tra di loro, in una gara di imbrogli, maschere e viltà. Mi sbaglio?

In Portogallo alcuni critici hanno detto che questo romanzo è antimaschilista. Perché mostra quanto gli uomini manipolino le loro compagne. Come si presentino sempre con un apparato di trucchi...Non siamo mai sinceri e leali, come invece io credo che siano le donne.

Cosa si augura che rimanga al lettore, una volta finito il romanzo?

Penso a un lettore inquieto, che arrivi a dubitare di se stesso, che arrivi a capire che questa esigenza, quella di conoscere il nucleo duro di se stesso, non ha soluzione. Sapere dove è l'identità è una domanda senza risposta. Ma desiderare anche che si diverta, che lo legga come un bel giallo.

Intervista di Bia Sarasini – IL SECOLO XIX – 25/02/2003


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