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Circolo di Lettura

Gli scrittori “sacrileghi” specchio dell'Islam


Il romanzo Le Passé simple suscitò tanta indignazione da attirare sul suo autore, il maghrebino Driss Chraïbi, insulti e persino minacce di morte. L'anno è il 1954: il primo romanzo della letteratura marocchina in lingua francese è appena nato e già crea problemi a Chraïbi al quale viene imposto di scrivere una ritrattazione di Le Passè simple.

Lo scandalo nasce dal fatto che Chraïbi ha osato raccontare la rivolta di un figlio – che poi sceglierà di emigrare in Francia – contro il padre-padrone. La ribellione al padre, e quindi la critica ad alcune tradizioni su cui si basa la società araba, diventa poi un classico di tanti romanzi successivi, il più noto dei quali, in Italia, è Creatura della sabbia di Tahar Ben Jelloun, altro autore marocchino, ora naturalizzato francese, sa raccontare con partecipazione e finezza il difficile impatto della civiltà occidentale sul mondo arabo. In Giorno di silenzio a Tangeri, ad esempio, ci parla di un capofamiglia che perde potere all'interno del suo clan quando arrivano in casa gli elettrodomestici che lui non sa usare.

Di Chraïbi, che oggi pubblica tranquillamente nel suo Paese, si trovano tradotti in italiano alcuni bei polizieschi di cui è protagonista l'ispettore Alì, detective acuto e sensibile in una società in mutamento. E il bellissimo Nascita all'alba, composto di due parti: vita e imprese di Tariq che nel settimo secolo conquista la Spagna all'Islam e breve storia di un vecchio berbero che, nel 1985, in un piccolo paese del deserto, assiste al cambio delle guardia tra autorità ferroviarie francesi e marocchine. Per scoprire tristemente che il “fratello” marocchino non è migliore del colonizzatore. Solo allora il vecchio rimpiange il proprio mondo berbero e rivendica con orgoglio il passato dei “Figli della terra” islamizzati tanti secoli prima con la forza.

Vita non semplice ha avuto anche l'egiziano Naguib Mahfuz, vincitore di un Nobel per la letteratura: fu addirittura vittima di un attentato rivendicato da un gruppo di integralisti religiosi. Oggi in Egitto tutti i suoi libri (tradotti peraltro in moltissime lingue del pianeta), tranne Il rione dei ragazzi, prima pubblicato su un giornale egiziano come feuilleton, ma poi censurato perché vi si illude a una simbolica morte di Dio.

Del resto non è pubblicato in Iraq l'iracheno Younis Tawfik, che vive a Torino. Né l'anglopakistano Hanif Kureishi, dal cui romanzo Beautiful Lundrette è stato tratto un film delizioso e molto apprezzato in Europa, vede i suoi libri venduti in Pakistan. Altri scrittori, al contrario, non vengono tradotti da noi. Ed è un peccato perché i loro romanzi contengono informazioni preziose per un lettore occidentale.

Problematica, a volte impossibile, è dunque per tanti autori musulmani “laici” la convivenza con gli integralisti e i fanatici religiosi che abitano i loro Paesi. Tanto da spingerli sovente, persino in Egitto, a molta prudenza. Quando Khomeini, nei primi anni '90, pronunciò la fatwa, la condanna a morte, contro Salman Rushdie, angloindiano colpevole di aver alterato in chiave satirica alcuni versi del Corano nel suo ormai celeberrimo Versetti satanici, la solidarietà degli intellettuali egiziani, che pure contavano tra le loro fila il Nobel Mahfuz, parve molto, troppo tiepida agli occidentali. Come è noto, Rushdie vive da allora un'esistenza blindata, scortato da guardie del corpo e costretto a cambiare spesso residenza, malgrado abbia preso la cittadinanza britannica. Anche se la sorte più tragica è toccata al poeta Sadok Meiullah decapitato in Arabia Saudita una decina di anni fa per bestemmia e abiura.

Ma è proprio Mahfuz a offrirci una chiave di comprensione della persecuzione di cui sono vittime tanti intellettuali “laici”. In Caffè degli intrighi Mahfuz racconta, discussioni, chiacchiere e trame di uomini qualunque e intellettuali che si incontrano appunto al caffè. Mahfuz interpreta e spiega chiaramente il conflitto che oppone intellettuali e autorità religiose. Queste, che si considerano uniche depositarie del sapere e delle regole stesse dell'esistenza e dell'etica, non sono disposte a cedere né un ruolo né uno spazio agli intellettuali.

Secondo il diktat degli integralisti la parola scritta è esclusiva del Profeta e la si dovrebbe utilizzare solo per chiosare le scritture sacre. Così, in Algeria, i fanatici armati che terrorizzano il Paese hanno ferito e ucciso in questi anni poeti, scrittori, studiosi e giornalisti colpevoli del sacrilegio di scrittura. E certo non può tornare nella sua Algeri la scrittrice Assia Djebar, particolarmente impegnata nel denunciare la condizione delle donne. Per lo stesso motivo contro la scrittrice del Bangladesh Taslima Nasrin è stata lanciata la fatwa dalle autorità religiose musulmane.

Me se noi oggi possiamo leggere tanta bella letteratura e conoscere speranze, conflitti, usi e mutazioni di quelle società, dobbiamo esserne grati agli scrittori “sacrileghi” che dal '900 a oggi hanno osato sfidare il divieto e abbandonare le tradizioni orali.

Silvia Neonato – IL SECOLO XIX – 02/10/2001


last modify 03/10/01

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