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RITRATTO DI AUTORE
Sergio Buonadonna
– IL SECOLO XIX – 20/01/2002

Uno scrittore contro
Sepúlveda: “Bisogna tornare a un impegno militante”


No. Basta”. In un mondo che non si riconosce più, che cosa resta a uno scrittore per essere ascoltato? “Tornare a scrivere sui muri”, proclama Luis Sepùlveda. “Ne ho parlato con Saramago, che è un uomo di dignità sociale e politica straordinaria. E ci siamo detti che dopo l'11 settembre, bisogna tornare a una scrittura militante. Per dire quel che l'informazione ci nasconde, per contrastare la verità camuffata dei media e della politica. Ma poi abbiamo riflettuto: e se questo non bastasse? Torneremo a scrivere sui muri”. Ma che cosa? “No. Basta. Due parole”.

Infatti, quello che troviamo a Torino è un Sepùlveda poco incline agli aneddoti, poco disposto ad affabulare. In un'ora di conversazione non rilascia nessun sorriso, non scherza sui suoi amici di sempre, non cede alla tentazione di raccontare una delle sue interminabili telefonate notturne con i buontemponi vissuti come lui parlando di whisky, donne, gatti e poliziotti francesi. Solo tormenta le sue sigarette asturiane e parla di politica. Chè – dopo le Twin Towers – la letteratura deve riflettere. E la parola più usata è “contro”. Contro il mercantilismo di un “neoliberismo traditore”, contro le false promesse dei peronisti argentini, contro la petro-politica di Bush, contro le calcolate vendette di Sharon, contro i miraggi della globalizzazione e, giacché siamo in Italia, contro Berlusconi.

Al Cavaliere presidente (ma anche a Menem e al suo cognato siriano che ne gestiva gli affari, naturalmente “nell'interesse dell'Argentina”) ha riservato un trisillabo che taceremo. Per evitare una querela a Sepùlveda e al Secolo XIX. Ma il lettore ha già capito che parliamo di materia cara ai pentiti della nostra recente storia giudiziaria e quando si entra in questo campo è meglio che il presidente dorma sonni tranquilli. Già il processo Sme lo preoccupa abbastanza, e per un sillabario più sdrucciolo. Insomma un Sepùlveda no-global, quello visto ieri a Torino, seccato molto con questa “miserabile sinistra europea che ha tradito le sue radici, e che non ha il diritto di bloccare i sogni dei giovani”.

Per esempio, quelli di Porto Alegre: “Un anno fa ero a cena in una tavola in cui sedevano un polacco, un indio amazzonico, un giapponese, un sardo che cantava meravigliosamente. Tutti giovani e mi sembrava che d'un colpo davvero le frontiere fossero scomparse, che l'idea di vivere in un mondo abitabile e amoroso non fosse solo un'utopia”.

Disillusione per l'autore appunto de “La Frontiera scomparsa”. La realtà s'è incaricata di smentirlo. “Quattro mascalzoni a Genova hanno sporcato l'immagine del Movimento, ma che dire degli Afghani innocenti rinchiusi a Guantanamo in celle di due metri per due? Chi li giudicherà? E quando? In nome della difesa dell'umanità sbandierata dagli Usa e dagli europei ai loro ordini, si nega l'umanità stessa. E quali telegiornali ce la stanno raccontando? Piuttosto preferiscono dirci e farci vedere che Bush per una galletta indigesta ha avuto il mal di stomaco”.

Ora Sepùlveda è un fiume in piena. “Ci avevano detto che dopo la caduta del Muro, il mondo sarebbe cambiato, e non è successo niente. Ci avevano detto che dopo l'11 settembre nulla sarebbe più stato come prima. E per attaccare il terrorismo, gli Usa sono andati a bombardare i civili, com'era già successo in Iraq. Cioè non è successo niente di nuovo. Ovvero un novità sì: che Bush per far piacere ai suoi petrolieri e Rumsfeld per far dimenticare il suo passato col Klu-Klux-Klan hanno intensificato lo sfruttamento petrolifero dell'Alaska, uno degli ultimi baluardi di natura intatta sulla Terra”.

Cuore ferito di latino americano, Sepùlveda già cinque anni fa aveva avvertito che Cile, Uruguay e argentina erano democrazie a sovranità limitata. “O piuttosto meglio dire un'impresa”. E ora che l'impresa è fallita, almeno a Buenos Aires?

Duhalde non ha il coraggio sufficiente di riconoscere che il neoliberismo imposto con la dittatura non solo non ha cambiato la democrazia, ma è stato fatto pagare ai ceti medi e popolari. Con una politica di pataccari, gente che ha saputo usare la privatizzazione selvaggia a beneficio proprio e delle grandi imprese multinazionali e che con la presunzione di essere un Paese da primo mondo, globalizzato, ha distrutto l'economia interna e il potere d'acquisto”.

La conseguenza – osserva lo scrittore quasi con rassegnazione – è “che non è tanto la credibilità della classe dirigente a venir meno, quanto l'idea stessa di nazione. Che gli argentini non hanno per ragioni storiche, perché ogni migrazione ha portato la sua: spagnoli, italiani, polacchi, tedeschi, inglesi, ebrei, ognuno ha “costruito” l'Argentina a sua immagine, col risultato che ciascuno crede che alla nazione debba pensare qualcun'altro. Un disastro che presto trascinerà l'Uruguay, ma che invece può risparmiare il Cile che – fra i molti nefasti effetti della dittatura che ancora sopravvivono – almeno ha uno spirito da nazione povera, arriva fin dove le sue forze gli consentono”.

Forse dai tempi tempi della Resistenza a Pinochet e della guerriglia in Nicaragua a fianco dei Sandinisti, Sepùlveda non era così politicamente furioso. E' rimasto qualche spazio allo scrittore? Sì, si tranquillizzi la vasta platea di ammiratori. Sta per uscire il nuovo romanzo. S'intitola Fine del secolo e racconta la storia di un albergo in Amazzonia, appunto l'Hotel Amazzonico, e le singolari storie dei suoi ospiti simbolo di tutto il Novecento. Ma c'è di più, nelle pagine di Sepùlveda sta per arrivare un grande personaggio femminile: “Lo ammetto, finora non sono riuscito a raccontare le donne, per quanto le abbia conosciute parecchio. Ci ho provato, ma riuscivo solo a descrivere profili di maschi con un sesso da donna. Troppo poco. Questa volta ce l'ho fatta. Anzi ce la farò”.

Sergio Buonadonna – IL SECOLO XIX – 20/01/2002



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