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CINEMA

Sergio Rubini: finirò sulla sedia elettrica

La rassegna cinematografica "Le vie del cinema" (a Narni, in Umbria, dal 5 al 10 luglio), messa a punto nella sua undicesima edizione da Alberto Crespi, ha deciso di omaggiare Giuliano Montaldo, suo direttore storico, mostrando nell'ultimo giorno del festival la copia restaurata di Sacco e Vanzetti. Il film, girato nel '71, racconta la drammatica sorte toccata ai due anarchici italiani negli anni Venti dell'america reazionaria. E di questo parliamo con Sergio Rubini, che da poco ha finito di girare un remake televisivo (per la regia di Fabrizio Costa, andrà in onda in un canale Mediaset in autunno), rifacendo il personaggio di Sacco, allora interpretato da Riccardo Cucciolla, mentre Vanzetti sarà interpretato da Ennio Fantastichini, grande amico di Volonté.


Quando hai visto per la prima volta il film di Montaldo? L'hai rivisto prima di interpretare il tuo Sacco?


L'ho visto da ragazzo e ne ho un ricordo vivissimo: la forza emotiva del film, il carattere di denuncia? Ma, da quindicenne, mi colpì il fatto che fosse un film meno emotivo di quello che sarebbe potuto essere. È un film brechtiano, freddo, raccontato in terza persona, come un documento. E da ragazzetto di provincia mi sono sentito un po' tradito dall'aspetto fortemente ideologico. Quando mi hanno proposto di fare Sacco per una fiction televisiva, l'idea di rivedere il film mi spaventava, perché sarei dovuto entrare nel merito dell'interpretazione, del personaggio, di Cucciolla. L'ho rivisto dopo le riprese e penso di aver fatto bene perché mi sarei incartato. Rivedendolo invece l'ho trovato un film importantissimo, emozionante e con una grande cura formale.


"Sacco e Vanzetti" è un film che si mantiene attuale. Tra il "Patrioct Act" (legge americana sull'immigrazione) di allora e la "Bossi-Fini" di oggi ci sono delle drammatiche similitudini.


Eh! Calderoli sembra Katzman (il procuratore nel film). C'è da vergognarsi, se ci si rende conto di questa nefandezza. È un tratto psicologico dell'essere umano abominevole. Uno dimentica la propria storia, non è più in grado di immedesimarsi negli altri perché dimentica se stesso. È incredibile come si possano rifare degli errori conoscendo un passato di cui siamo stati vittime. Basterebbe far vedere il film, nelle scuole e in pubbliche visioni, perché ci si renda conto dell'assurdità di certe affermazioni. Coloro che si oppongono al movimento dei popoli è un dinosauro destinato a scomparire.


Quale televisione può rivisistare il caso di Sacco e Vanzetti?


Il film di Montaldo in Italia non si potrebbe più fare. Questo ruolo è stato demandato alla tv, che un po' lo stempera. Montaldo, in una lunga intervista per l'uscita del dvd, dichiara di aver cominciato a sceneggiare il copione con un altro scrittore e a un certo punto si sono arenati perché si sono accorti che stavano approfondendo troppo l'aspetto famigliare della vicenda, le sofferenze. Lui voleva tenere in piedi l'aspetto giudiziario e la svolta politica successiva alla sentenza. Io ho fatto per la televisione il film che Montaldo non avrebbe voluto fare. Questo ci dice come i tempi siano cambiati. Comunque una tv che ti catapulta dentro questa storia e questi tempi serve. Ed è strampalato che un film contro la guerra, un film che racconta quanto il popolo americano possa essere anti democratico, passi sulle reti Mediaset.


Sacco viene visto come meno idealista e più pragmatico. Ma alla fine non firma per la richiesta di grazia. Come hai caratterizzato il tuo Sacco?


Nel film che ho fatto abbiamo approfondito proprio questo aspetto del discorso. Sacco nasce meno idealista. Entrambi decidono di andare in America perché attratti da quella terra e certi che alcuni ideali fossero vivi. Ma Sacco è più concreto, ha una famiglia, ha voglia di lavorare e il suo percorso è più consapevole perché è fatto sulla base della sua esperienza. Non mosso da ideali, come Vanzetti. Alla fine la posizione di Vanzetti diventa bambinesca. Mantiene l'ideale ma è quasi certo di non finire sulla sedia elettrica, non crede che quel popolo si possa macchiare di una ingiustizia di quel tipo. Mentre, forse animato dal fatalismo tipico del sud, Sacco capisce quanto la strategia della difesa sia sbagliata, quanto la svolta politica li porterà alla sedia elettrica. Questa sua concretezza lo porta ad essere anche più eroico, lo porta a non chiedere la grazia. Mentre Vanzetti mostra paradossalmente un animo più fragile, forse più romantico, ma anche meno lucido.


Il film di Montaldo si chiude con la lettera di Sacco al figlio che dice: "Ricordati, figlio mio, di dividere la gioia dei giochi con i tuoi amici". Le lettere, bellissime, sono state pubblicate. L'hai lette prima di fare il film?


Ho letto solo l'ultima lettera, che mi ha molto colpito. Ho letto, invece, le sue dichiarazioni durante il processo, così concrete e consapevoli. Il nostro film finisce nella stessa maniera.


Intervista di Dario Zonta - L'UNITA' - 01/07/2005


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