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Israele in una piccola bibbia di famiglia

Meir Shalev ha cinquantasei anni, come Israele dice lui, ed è uno dei più importanti scrittori di quel paese. Dopo il successo cinque anni fa di Per amore di una donna, libro con il quale cominciò la sua storia editoriale in Italia sono seguiti altri libri dall'esito ora positivo, Il pane di Sarah, ora meno, La montagna Blu. Con Fontanella (Frassinelli pp.501, euro 17) siamo decisamente più dalla parte degli esiti buoni. Mikhael Yofe, il narratore che a 56 anni decide di mettere ordine nella sua famiglia raccontandone la storia, dice di non amare i matti e lui se ne intende proclamandosi l'unico sano in una genìa di matti. Ma Mikhael Yofe, della grande famiglia Yofe non Yafe: “noi Yofe ci teniamo moltissimo alla nostea o”, ha pure un'altra particolarità: sulla testa non si è mai chiusa la “fontanella” dei neonati che non è soltanto un buco in testa, ma anche un occhio, un pozzo e uno specchio” col quale può compiere dei piccoli prodigi come vedere in anticipo delle cose, intuire presenze e indovinare stati d'animo. Mikhael sarà solo per una donna “Fontanella” per gli altro solo Mikhael con la fontanella. Anche il narratore come alcuni membri degli Yofe ha la tendenza a perdere la memoria se perde sangue e seme (e le donne se allattano) e sarà anche per questo che decide di mettere ordine nelle storie di famiglia; settant'anni di amori, dicerie e lotte. Aiutato da zia Rachel che sostiene che tra gli Yofe “le storie passano di mano in mano come i secchi d'acqua dei pompieri” e dal computer che gli mette a disposizione il figlio, Mikhael si districa tra le versioni degli Yofe e il suo segreto amore per la donna che lo chiamò Fontanella. Il romanzo di Shalev è un puzzle di personaggi eccentrici, un flusso di storie restituite da una lingua ora ironica ora poetica ben resa nell'italiano da Elena Loewenthal.

Lei è uno scrittore con una forte sensibilità per i personaggi femminili, sono quelli che le vengono meglio e che, come nel caso di “Fontanella”, pur non essendo i narratori sono sempre il cuore delle sue storie. Da dove viene questa predilezione?

Mia nonna mi ha molto influenzato nella crescita con le storie che mi raccontava. Era una donna piccola, molto emotiva e molto dedita alla famiglia e, devo ammettere, che era anche un po' pazzarella però raccontava anche delle storie affascinanti ed è senz'altro l'origine del mio modo di raccontare. Io penso di appartenere più al lato femminile della famiglia che a quello maschile. In Fontanella il nonno trasporta la moglie per mezza Israele sulle spalle, un po' come succede alla festa di Sant'Agata, perché nella mia famiglia la maggioranza degli uomini sono alti e sottili, invece io anche fisicamente ricordo il lato femminile, sono più basso e più muscoloso e assomiglio a mia nonna, a mia madre e anche a mia figlia.

In “Fontanella” è molto interessante il rapporto tra Makhael Yofe, il narratore, e la zia Rachel, sono due autori di narrazioni. Sempre un lato femminile che passa l'esperienza all'adulto che poi decide di raccontare la famiglia in un libro. Un po' una coppia come lei e sua nonna?

Esattamente. Lei, zia Rachel, non è solo quella che racconta all'adolescente Mikhael la storia, lei è quella che decide qual'è la versione ufficiale, tra le varie versioni e dicerie sceglie senza appello quella che lei decide come vera. E' una bibbia di famiglia dove si compongono anche i diversi punti di vista.

Nel corso della stesura del libro il narratore cerca di precisare delle intuizioni, scrive quasi degli appunti, intorno al funzionamento della memoria: “velocità del tempo, fra vedere voci e sentire immagini, considerare memoria e realtà come energia e massa della coscienza. Il ricordo che viaggia a una velocità maggiore del tempo, è la realtà?” così scrive Mikhael. Per lei che cos'è la memoria?

Per ogni scrittore a memoria è come una miniera dalla quale si estrae il materiale delle storie, ma noi oltre al materiale cerchiamo anche dei diamanti. Per uno scrittore ebraico questo è ancora più vero perché noi abbiamo questo comando, dobbiamo per forza ricordare (“Va così da noi Yofe, quando si ricorda, si ricorda tutto, ma quando si dimentica, non si dimentica nulla”) dice ad un certo punto Mikhael, ndr). Per esempio quando noi ci sediamo per ricordare l'esodo dall'Egitto avvenuto tremila anni fa, lo facciamo oggi ma è come se fossimo l', il tempo non esiste. E per fortuna la memoria non è paragonabile a quella di un computer e l'uomo commette molti sbagli, la sua è una memoria creativa che toglie qua e aggiunge là, anticipata dei fatti e ne procrastina altri, aggiunge fantasia perché non è una memoria tecnica. Anche quando uno scrive il proprio curriculum vitae le cose un po' le inventa.

Nella stesura del libro che procede in modo sinusoidale, con anticipazioni, fughe in avanti miste a ritorni indietro, lei aveva una gabbia rigida su cui poi ha montato le storie e la loro alternanza di passato presente e futuro?

Il risultato finale è esattamente quello che avevo in mente. Quando io scrivo un libro parto da delle immagini, da delle visioni,comincio a scrivere sulla base di questi elementi, non seguo mai un ordine cronologico mi può accadere di scrivere la prima pagina oggi e l'ultima domani e di lavorare due, tre anni a quello che sta in mezzo, montando le storie e,come nel caso di Fontanella, cerco di dare il senso dell'altalenanza della memoria.

Tra le tante storie che si intrecciano nel romanzo c'è quella tra Mikhael bambino e della giovane sposa Ania, un filo che percorre il libro e che ho trovato molto bello. E' una storia vera o una sua visione?

Questa storia è per me la principale, la più importante del libro. Quest'idea di una storia d'amore tra un ragazzo, quando comincia lui ha cinque anni, e una giovane donna che lo salva dalle fiamme di un campo di grano, era un qualcosa che mi ronzava nella testa già da quindici anni. Avevo l'immagine di questo legame ma ho poi scritto altri libri ma ad un certo punto è venuta fuori. Lei è sia la madre che l'amante, come madre gli dà la vita, lo salva e lui nasce così due volte, e come fanno le madri le dà pure un altro nome, Fontanella, e successivamente si trasforma in amante. Diciamo una madre con la quale è permesso avere una storia d'amore.

Il romanzo è la storia di una famiglia ma questa famiglia somiglia tanto a Israele, alle sue tante anime, facce, contraddizioni.

Non era il mio scopo originale quello di creare una micro Israele e nel mio paese ci sono tanti elementi che non sono presenti nel libro. Questa di Fontanella è una famiglia che io definirei abbastanza diverse dalle altre famiglie d'Israele attuale, certo se la guardiamo dal punto di vista storico la famiglia Yofe in effetti ricorda il percorso dello stato dai primi coloni fino alle guerre con gli stati arabi.

Più volte le è stato fatto notare che nei suoi libri c'è poco, pochissimo, delle vicende interne degli ultimi dieci, dodici anni. Anche in “Fontanella” c'è solo un breve accenno al bar che Aielet, la figlia del narratore, gestisce a Tel Aviv e dell'uomo che sta attento a che non entri qualcuno che lo voglia far saltare in aria. Sempre dell'idea di non occuparsi del presente e privilegiare il passato?

Io ho paura a scrivere in un romanzo della situazione politica del momento, anche quando è grave come in questi anni, preferisco che la politica rimanga nel contesto, sullo sfondo. Ci sono situazioni anche in Fontanella che lasciano intravedere questo sfondo come i tanti personaggi feriti nell'esercito ma non voglio che questo venga in primo piano. E questo è anche quello che succede anche nella mia vita di tutti i giorni, io ho un ufficio in centro a Gerusalemme dalla cui finestra ho visto più volte questi attentati di kamikaze, mio figlio è attualmente nell'esercito, però tutte queste cose non indirizzano la mia vita quotidiana, non la determinano.

Fontanella-Mikhael ha questa capacità, data dalla sua piccola apertura fisica, di vedere, sentire in anticipo delle cose, poi lui diventa il narratore colui che scrive il libro che leggiamo. Lei crede nella figura dello scrittore vate, in colui che £vede” in anticipo sulla sensibilità comune di una generazione, di un paese?

No, io non credo a questa capacità, almeno io non la possiedo, però in Israele ci sono alcuni scrittori che pensano di avere questa capacità, che profetizzato, ma non sono certo dei profeti. Quello che uno scrittore può fare meglio di altre persone è quello di utilizzare le parole, il linguaggio, le idee. Ma noi scrittori non siamo né più saggi né siamo in grado di prevedere il futuro né abbiamo una morale più forte di altre persone.

Intervista di Michele De Mieri – L'UNITA' – 2002/2004

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