Monaci SHAOLIN: le arti marziali sono anche poesia

Intervista a Georg Hartmann, il produttore austriaco che ha trasformato gli asceti guerrieri in star internazionali. In Cina sono popolarissimi ed è molto difficile per un giovane essere accettato dal loro monastero. Il ricavato degli spettacoli va direttamente a favore della confraternita.

Sono monaci o showmen, cultori di arti marziali o poeti della corporeità? Difficile inquadrare lo spettacolo degli Shaolin. E' stato un produttore austriaco, Georg Hartmann a farne delle star internazionali.

Quando li ha visti per la prima volta, in qualche teatro o nella loro casa madre?

Li ho visti per la prima volta nel 1994, nel monastero cinese di Shaolin.

Si esibiscono anche in Cina? E, nel loro paese, sono popolari o considerati soltanto un fenomeno da esportazione?

Si esibiscono da moltissimo tempo e sono molto famosi.

Il governo vede di buon occhio questo business internazionale?

Il governo è molto interessato al fatto che la tradizione cinese sia conosciuta in tutto il mondo.

Attualmente i monaci sono considerati anche una forte attrazione turistica?

La Cina è cambiata molto negli ultimi dieci anni. Le relazioni fra il monastero e il governo sono molto tranquille e serene.

Gli artisti in scena sono veri monaci o allievi? In altre parole: potremmo paragonarli a molti ragazzi che in passato, da noi, entravano in seminario per poter studiare, ma poi non prendevano i voti?

Tutti i membri delle delegazioni sono membri dell'Accademia degli Shaolin, adiacente al Monastero. Dopo aver finito la loro educazione decidono da soli cosa fare nel loro futuro. Alcuni stanno nel monastero e diventano monaci veri e propri; altri vivono come monaci mendicanti; altri cambiano vita, diventando insegnanti; altri ancora si dedicano ad altre professioni.

Le arti dello spettacolo non sono professioni? E come si concilia la vita monastica con lo stare in giro per il mondo a contatto con stili di vita tanto diversi?

Dato che i monaci viaggiano molto, per le loro esibizioni, sono abituati alla vita in tournée che è molto diversa da quella monastica. Ma trovano il tempo per le loro meditazioni.

Gli Shaolin guadagnano molto? A chi vanno i proventi dei loro spettacoli? Ai singoli artisti, al monastero o al Governo?

I monaci fanno parte di una collettività. Per questa ragione non ricevono singolarmente un compenso. I proventi degli spettacoli vanno direttamente all'Accademia.

I giovani sono numerosi? Da che zone provengono? Qual'è la condizione sociale delle loro famiglie?

La maggior parte hanno un'età compresa tra i 18 e i 25 anni. Ma ci sono anche “punte” estreme: il più anziano ha 84 anni e il più giovane ne ha 11. Provengono da tutta la Cina, e la loro situazione socio-economica non è rilevante. Vengono sottoposti a una selezione durissima: soltanto tre o quattro bambini su quattromila che si presentano ogni anno, vengono accettati all'Accademia.

Come giudicano i film sulle arti marziali?

Pensano che siano divertenti, ma dicono che il kung-fu presentato è di bassa qualità, fatto soltanto di acrobazie.

Ci sono altri fenomeni, come quelli dei monaci Shaolin, che il pubblico occidentale non conosce ancora ma che potrebbe rilevarsi un'autentica “rivelazione” per gli impresari americani ed europei?

In Cina ci sono altre forme culturali tradizionali: l'aerobica, il circo, ma anche il Tai-chi (concentrazione sul proprio corpo). In Cina si possono vedere per le strade persone che si esercitano con il Tai-chi. Non mi dispiacerebbe proporlo su uno dei nostri palcoscenici, potrebbe dare risultati sorprendenti.

Intervista di Silvana Zanovello – IL SECOLO XIX – 8/5/2001