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MUSICA

Shel, io come Tom Waits

Intervista a Shel Shapiro

“Vorrei scrivere musica come Tom Waits, cantare versi di Francesco De Gregori”. Shel Shapiro, 58 anni, è l'icona più fresca di un passato remoto: gli anni '60 in cui guidò i Rokes di “E la pioggia che va”, “Che colpa abbiamo noi”, “C'è una strana espressione nei tuoi occhi”.

Alto imponente, capelli grigi, spalle da piscina, sguardo da predicatore, Shel è l'unico protagonista del beat italiano a non vivere di ricordi. Non è mai stato indulgente con se stesso, non ha mai cercato il consenso, e all'apice del successo, nell'agosto di trentun anni fa, sciolse i Rokes.

Padre di tre figli, autore e produttore, da tre anni si è dedicato anche alla recitazione: prima nella fiction “Nebbia in Val Padana”, poi è stato Giuda nel “Gli amici di Gesù”, quindi è passato “Eldorado”, ha girato “Operazione Rosmarino” con Marco Dalla Noce e Anna Falchi, e in questi giorni è a Genova per la fiction di Raidue “Vento di ponente”.

Shel, come ci si sente a fare l'attore?

Né meglio, né peggio che fare il cantante. Quando reciti, fai qualcuno che non sei. Da musicisti, se ci riesci, la gioia più grande è fare te stesso.

Lei però cinema ne aveva già fatto.

Con i Rokes, se possiamo chiamarlo cinema, ho girato ”Rita, la figlia americana” con Totò e la Pavone. Ma era un Totò ormai stanco e malato. Lo ricorderei per altri film. Più divertente, invece, la parte del prete fanatico in “Brancaleone alle crociate”. Invocavo: “Lo mare, lo mare!” e Mario Monicelli sosteneva che allora in Italia si parlava con il mio accento.

E la televisione?

Ci sono casualmente. Negli anni '80 ho vissuto a Miami, Città del Messico e Madrid, dove producevo molti cantanti latino-americani. Quando sono rientrato mi sono buttato nella rock opera, “Backstage”: un'esperienza così intensa che per anni ho temuto di non riprovare certe emozioni.

Poi cosa è successo?

E' stato così bello che sono finito in crisi: come se avessi consumato tutte le energie. Ma la vita è strana: mi hanno offerto “Nebbia in Val Padana”.

E la musica?

Sto finendo un nuovo album; quattro successi di ieri e sette inediti in inglese. Mi piacerebbe tanto trovare un autore italiano, ma ci vorrebbe De Gregori. Uno così bravo da interpretare i tuoi pensieri. Le mie radici sono rimaste rock, e le porto in tour proprio quest'estate.

Cos'è il rock?

Energia: dicono che appartenga solo ai giovani. Fondamentalmente, è varo. Ma, senza essere accademici, la mia generazione non ha mai smesso di pensare: bisogna combattere.

Mick Jagger dice che a 60 anni non andrà più su un palco.

Forse avrà avuto qualche soddisfazione in più. Se non sente più la voglia di comunicare, manterrà la promessa. Se invece un giorno si sveglierà pensando “oddio, che faccio sdraiato qui?”, allora cambierà idea.

Perché, nel rock, la sua generazione non si ferma mai?

Perché abbiamo cominciato così: per il rock e non per il business. Ha indirizzato le nostre scelte. E all'epoca erano davvero radicali. Oggi è più facile protestare, ma poi scopri che i ribelli veri sono pochi.

L'immagine dei Rokes le pesa?

E' ingombrante finché lo permetto. I Rokes sono rimasti nella memoria collettiva di una certa generazione in maniera indelebile, ma i più giovani non li conoscono poco. Il mio nome invece è più noto: vuol dire che non ho mai approfittato di questa eredità.

Come finirono i Rokes?

Il 12 agosto del 1970, davanti a 14 mila persone. Non ricordo se a Ferrara o Ravenna. Non lo avevamo annunciato: forse non eravamo ancora sicuri. Del resto, come fai a smettere al massimo del successo?

Poi cosa ha fatto?

Ho scritto canzoni, e prodotto cantanti: Patty Pravo, Mina, Cocciante, Decibel, Mia Martini, Devid Riondino, Musicanova, Alberto Camerini.

Con chi avrebbe voluto lavorare?

Con Zucchero, che ha avuto molto coraggio e scritto canzoni splendide. E con Eros Ramazzotti, bravissimo anche lui, ma dal quale mi hanno sempre diviso età e carattere.

La grande lezione degli anni '60?

Le idee vengono superate dalle responsabilità. Oggi molti rimpiangono quell'epoca, ma non eravamo più liberi, solo più giovani. E' dentro che non devi invecchiare. Come quei ragazzi che, qui a Genova, due settimane fa sono scesi in strada. Mi sembrava di rivedere trent'anni fa. Ma la consapevolezza ci dev'essere sempre...

Oggi mancano canzoni di protesta.

Le canzoni non hanno mai fatto contestazione: sono sempre venute dopo. Oggi, forse, c'è più difficoltà a finire in radio e tv. Ma c'è anche più rischio di mistificazioni. Io non credo, ad esempio, che Manu Chao sia il rappresentante dell'antiglobalizzazione. E' già sparito, non fa più sentire la sua voce. Forse questo movimento è troppo grande, universale, per la canzone, Bono e Jovanotti non fanno canzoni per la protesta. Preferiscono stimolare la coscienza collettiva con iniziative concrete.

Intervista di Renato Tortarolo – IL SECOLO XIX – 07/08/2001


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