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CINEMA

Sheridan: Usa, il mio paradiso perduto

Il mio piede sinistro, Nel nome del padre e ora In America. Jim Sheridan, brillante e poco prolifico regista irlandese, è tornato con un piccolo, delizioso film indipendente, quasi una sorta di diario privato, che ha ottenuto tre nomination agli Oscar per la miglior sceneggiatura originale (scritta dallo stesso Sheridan e dalle sue figlie) , per la migliore attrice protagonista (Samantha Morton) e per il migliore attore non protagonista (Dijmon Hounsou). In America, che arriva nelle sale italiane domani, è una storia di speranza in cui Sheridan racconta la sua esperienza di immigrato irlandese senza un soldo che ha trovato un'America capace di accoglierlo a braccia aperte e con una multa di 40 dollari. “Stavamo entrando negli Usa dal Canada, mia moglie, le due figlie ed io. Avevo solo dolari in tasca, senza un libretto degli assegni e senza carta di credito, eravamo poveri in canna e una volta passata la frontiera siamo stati fermati dalla polizia. Ci hanno portato dal giudice che ci ha multato per 40 dollari. I quattro dollari mancanti li hanno messi i poliziotti che ci avevamo fermati. Fu il mio primo impatto”.

E oggi? Tornerebbe sui suoi passi? Ritornerebbe in America?

Sì, sarebbe più difficile, ma la risposta è sì. Quando sono arrivato l'America era un giardino felice, oggi, dopo l'11 settembre molte cose sono cambiate. L'America è diventata l'aggressore. Ma non mi fraintendete, amo l'America del melting pot, degli immigrati, non amo l'America dei puritani e degli isolazionisti: il vero conflitto che si sta svolgendo è quello per l'anima di questo Paese.

Se ricevesse l'Oscar griderebbe a Bush di vergognarsi come a fatto Michael Moore?

Non so se lo farei, è solo una questione d'istinto ed è una di quelle cose che non puoi programmare. Michael lo ha fatto senza pensarci, gli è venuta dal core e poi lui è sempre stato molto interessato alla politica.

In America” è un film autobiografico?

A tratti, nel senso che molti episodi sono presi dalla mia esperienza personale. Il lutto di questa famiglia, il bambino morto per un tumore, è in realtà mio fratello, il padre di famiglia è un po' mio padre e un po' il sottoscritto. La mamma è invece mia moglie, le due bambine sono le mie figlie. In America non era nato come una sceneggiatura, ma come un semplice diario della mia vita. Poi le mie figlie hanno scritto due sceneggiature diverse, abbiamo messo insieme i nostri pensieri e abbiamo dato vita al film.

Come ha fatto a rappresentare il dolore reale per la perdita di un fratello?

Quando è morto avevo 17 anni e ho iniziato a recitare in teatro. E' stato un momento molto importante della mia vita, molto doloroso. Non sarei stato in grado di raccontarlo. Questo non è un film come il bellissimo La stanza del figlio di Nanni Moretti, non vado mai oltre una certa soglia, non mostro il dolore in tutta la sua devastante potenza, ho voluto preservare quella sensazione di comicità isterica che emerge dalla tragedia.

Da diversi anni i candidati all'Oscar per la sceneggiatura originale sono frutto di piccole produzioni. Come lo spiega?

Perché le grandi case di produzione non danno più il giusto spazio alle idee, sono diventate banche che finanziano solo progetti già testati, registi da cassetta e sceneggiature adatte da libri che hanno già avuto successo. Ritengo che la struttura capitalista e i mezzi del cinema americano stiano uccidendo la cultura del cinema indipendente e dunque avere film come In America, 21 grammi e Lost in Translation nominati dall'Academy non può che essere una grande soddisfazione.

Cosa intende quando parla di cultura capitalista?

Intendo dire che se il cinema americano ha mezzi illimitati la concorrenza non avrà modo di dire la sua. Non esiste business come quello del cinema in cui il costo della produzione aumenta del 100 per cento e il prezzo del biglietto rimane lo stesso. Così facendo hanno ridotto la concorrenza. Ora sembra che il pubblico si sia stancato di questo strapotere americano, dei soliti film, delle solite storie preconfezionate.

Perché lascia passare così tanto tempo tra un film è l'altro?

Ci metto un po' a scrivere le sceneggiature e poi mi piace lavorare bene, da bravo irlandese. Ad esempio In America incita ad abbandonare la cultura del dolore, è un triangolo amoroso tra un padre, una madre e un figlio morto, visto dal punto di vista di una bambina. Forse è un atteggiamento stupido o arrogante ma ho la convinzione che quando faccio un film nella mia testa c'è un messaggio. C'era per il Nome del Padre, un film su un innocente finito in galera, sull'erosione dei diritti civili e sulla ricerca di un capro espiatorio. C'era un messaggio dietro ai cazzotti di The boxer, il cui protagonista combatte contro i militanti di estrema destra del terrorismo in Irlanda. La presunzione di avere un messaggio da trasmettere mi dà la forza per andare avanti nei momenti difficili. Con questo film sono finito in passivo e non sono mai stato così felice.

I suoi inizi negli usa furono difficili. Cosa le diede la forza per continuare?

Non mi crederà ma ho amato essere povero in America, forse perché avevo solo trent'anni, forse perché significava avere un sogno, il sogno americano, l'idea di potercela fare. E' vero, non sono tanti quelli che ce la fanno, ma questo sogno dà speranza a un sacco di gente. Ero sicuro che alla fine sarebbe andata bene.

Le è capitato di pensare “non ce la faccio, torno in Irlanda”?

E' successo. Anche se l'episodio chiave della mia esperienza americana è arrivato proprio nel momento più difficile. Pulivo un cesso di un locale di New York, mi sono guardato allo specchio, avevo lo spazzolone in mano. In Irlanda ero un buon regista di teatro, perché facevo tutto questo? Eppure stavo bene, seguivo un'idea e questo mi bastava. Posato lo spazzolone ho iniziato a scrivere la sceneggiatura de Il mio piede sinistro.

Intervista di Francesca Gentile – L'UNITA' – 05/02/2004

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