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MUSICA

La sinistra la voglio on the road

“Registrare concerti è un po' come fotografare l'acqua che scorre: nessuna speranza di riuscire davvero a cogliere completamente il senso di quello che vedi”. Così scrive Daniele Silvestri nella presentazione del suo nuovo disco: un doppio live per festeggiare dieci anni di acqua passata sotto i suoi ponti, di domande, prese di posizione, incidenti di percorso, come la censura, grosse soddisfazioni, come il successo (meglio tardi che mai) in classifica con la sua Salirò. Dieci anni di un cantautore che riesce ad uscire integro dalla crisi del disco, dalla crisi della politica e dalla canzone politica. Che oggi è un uomo fatto e ha voglia di raccontarci il senso di quello che vede.

Dieci anni di carriera come il nostro presidente del consiglio. Tu hai rispettato il “tuo programma di governo”?

Io non farò una convention con lo sfondo azzurro, mi accontento di festeggiare con questo disco doppio gli sforzi di gruppo fatti nel tempo. La coincidenza mi ha divertito: entrambi siamo scesi in campo nel 1994. Non so se Silvio può dire lo stesso, ma io sono andato oltre ogni rosea aspettativa: forse perché non ho mai avuto grandi ambizioni oltre quella di riuscire a scrivere canzoni (anche per altri) e magari campare di quello. Tutt'oggi quanto canto ho sempre la sensazione che possa arrivare qualcuno a dirmi: mi scusi, scenda e lasci il posto a qualcun altro più pratico...

Affascinante metafora politica...Comunque in tutti questi anni sei uno dei pochi che è riuscito a mantenere una bella integrità artistica.

Se ci sono riuscito, ammesso che sia vero, dipende da un paio di cose. Primo: di non essere arrivato a questo mestiere col bisogno di farlo a tutti i costi. Immaginare destini diversi è importante per non sentirsi incatenato, cristallizzato. L'altra fortuna è stata quella di aver avuto una crescita graduale: non mi è capitato di fare il botto tutto insieme magari in un momento in cui non avevo i mezzi psicologici per capire come gestirmi. Questo è un mondo che ti porta facilmente ad adagiarti: capita che tu venga circondato da persone che fanno le cose al posto tuo, e questo è il rischio più grande. Ne ho visti tanti di cantanti che piano piano si sono ritrovati a non avere più il controllo di ciò che facevano.

Ma la colpa di chi è?

Molta degli artisti stessi: diventa facile trincerarsi dietro un : non ero io che ho voluto fare questa cosa, me lo fanno fare. Bisogna ricordarsi che si è i principali responsabili e la cosa più bella da fare in questo mestiere è rimanere sinceri, che vuol dire semplicemente coltivare una dignità.

Quindi il fatto che tu non sia al Festival di Mantova è una scelta personale?

Sì. In verità non sono aggiornato, ma dai partecipanti (in parte smentiti) che comparivano nei primi articoli, mi sembrava fosse addirittura una manifestazione più tradizionale di Sanremo. E poi nonostante il festival di Sanremo sia partito da una previsione assolutamente negativa, col tempo ho cominciato a vederci dei lati positivi. Chi sa? Forse mi stupirà. Ora mi stupisce in positivo il fatto che vedremo artisti svincolati dal solito codazzo sproporzionato di discografici e anche che ci sia una dimensione quasi “scolaresca” con i partecipanti riuniti tutti assieme per fare le prove.

A proposito di dignità e di scelte: l'ultima nostra intervista coincideva con il clou dei movimenti e ci dicesti che quello era il periodo giusto per schierarsi, per scendere in piazza. Sei del solito avviso o la disillusione avanza?

Sarei un pazzo a cambiare idea. E' anche vero però che è troppo forte la pressione su gente come noi, sui musicisti, soprattutto quelli schierati...E' la pressione di chi si trova all'improvviso messo in un angolo, censurato...Intorno a me sento troppa attesa. Io guardo da altre parti per cercare risposte a quello che vivo. Risposte che magari la politica ufficiale mi dà poco, ma è lì che le vorrei trovare. Sono quelle le coscienze che dovrebbero svegliarsi di più.

Quante volte sei stato censurato?

Tantissime! La prima volta proprio agli esordi: con L'uomo col megafono, che capitava proprio nel periodo della par-condicio. Sono stato la prima vittima: nessuno la passava in radio. E poi in tante altre piccole occasioni: capita ad esempio un giorno che per girare un video ti serve una camionetta della polizia e ti dicono che non è disponibile, poi scopri che non era disponibile perché serviva a Daniele Silvestri...E poi penso a quello che è successo allo scorso Primo Maggio: non mi hanno censurato perché non hanno fatto in tempo, ma hanno provato in tutti i modi nei giorni successivi a storcere quello che avevo detto e a condannarlo.

In questi dieci anni hai mai avuto la presunzione di poter cambiare il mondo con la tua musica?

Sinceramente no, con la musica no. Forse a sedici-venti anni, come tutti, pensavo semplicemente che lo si potesse cambiare con un certo modo di stare al mondo, fare delle scelte diverse da quelle che ti vengono consigliate o imposte. Se non proprio a cambiare il mondo a cambiare le persone. Talvolta succede, ma spesso in maniera così impercettibile che forse lo potranno apprezzare altri dopo di te. Ma questo non toglie che non sia il giusto modo per vivere.

A proposito di censure: hai sentito una scossa lungo la schiena di fronte agli ultimi casi di censura in tv?

Certamente sì. Ma forse potremmo usare questi fatti per cominciare a renderci conto che la verità non sta in televisione: un po' perché una parte di verità viene cancellata di proposito, un po' perché il mezzo stesso non è adatto alla verità. Io poi della tv ho un'opinione piuttosto bassa. Per farti un esempio: se fossi io a decidere la campagna elettorale del centro-sinistra suggerirei di non farla proprio se non per strada, tra la gente, nella vita vera. Meglio non accettare quel confronto.

Quello dell'80 per cento di cartelloni pubblicitari prenotati da Berlusconi?

Certo. Spostarlo sul terreno in cui si può essere più forti: che è quello della verità, non dei lustrini e dei lifting: perché sui lifting ci battono. La vera scommessa sarebbe proprio quella: del resto veniamo da un precedente in cui era quel signore lì a non accettare il confronto diretto. Sarebbe bello poter fare il contrario: lasciare a lui tutto lo spazio che vuole e che peraltro si prende. Dimostrerebbe ciò che ha dimostrato in questi due anni: quanto può essere negativo questo governo.

Uno dei due inediti del disco si intitola “Kunta kinte”, come il protagonista di “Radici”. Sembra un modo per parlare delle schiavitù moderne. Quali sono quelle che più ti preoccupano?

Le dipendenze. Prima di tutto quella dalla tv di cui parlavamo prima. Mi preoccupa da un punto di vista sociale e politico, che è ancora più grave. In tv oggi è addirittura difficile distinguere tra le discussioni di un campionato di calcio e di governo. Ma la canzone è diversa, allegra. Parla di un inaspettato lato positivo nel riconoscersi schiavi, rendersi conto di avere qualcosa in comune: schiavi di un mercato che cerca di omologare le persone in tutto il pianeta che improvvisamente si guardano tra loro e trovano una forza comune, sono all'improvviso “connessi”. Connessi perché le nuove catene sono quelle che corrono su Internet attraverso i fili del telefono, il satellite. Ci rendono schiavi ma allo stesso tempo comunicanti.

Silvia Boschero – L'UNITA' – 30/01/2004



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