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SILVIO FERRARI

IL SECOLO XIX – 10/06/2001

Vivere tra due mari, due lingue, una storia comune, un altro futuro

Riconosco che per me ha contato molto aver potuto tradurre nel 1987 il "Breviario mediterraneo" di Matvejevic. Non che avessi mai provato a pensarci prima - come si fa a non avere la percezione del valore del "mare di terre e popoli" essendo nati sull'Adriatico, avendo vissuto su un'isola le esperienze determinanti della propria infanzia, e avendo raggiunto infine Genova, la città del grande porto, per abitare cinquant'anni nella Camogli dei "mille bianchi velieri"?

Solo che tutto è stato sentito per tanto tempo come connotato esclusivamente autobiografico, quasi un privilegio di conoscere due mari, due grandi golfi del Mediterraneo e di praticarne le due lingue che provavo a sublimare fin dall'adolescenza intrecciando volentieri le cantilene e le canzoni comuni e giocate sul motivo della solitudine e della nostalgia, così congeniale alle vite dei marittimi, dei naviganti, dei fuoriusciti. Tutto restava un motivo estetico, in seguito letterario e comunque decorativo di una vita per altri versi rivolta alla razionalità dell'impegno e del coinvolgimento pubblico e politico.

Anzi, il fascino dei richiami alla cultura del mare che sentivo sia quando bordeggiavo fra le isole dell'arcipelago delle Incoronate, in Dalmazia, sia fantasticando nelle notti estive a contatto con il Monte di Portofino e con le sue irripetibili suggestioni, rischiava di trasformarsi in una facile tendenza al vagheggiamento di mondi passati, lontani, potenzialmente illusori e persino contrassegnati da involuzioni di segno conservatore. Insomma il rischio era solo di innamorarsi delle immagini arcaiche di due società contadine e marinare, lontane tra loro ma unite, anzi omologate dalla tenace vischiosità del paesaggio della memoria.

Ecco, alla fine degli anni '80 il "Breviario" mi mise di fronte per la prima volta all'esigenza di una riflessione critica, di una verifica del mio stato di coscienza di fronte alla mediterraneità.

Di mio avevo per la verità cercato qualche riscontro più puntuale: quello innanzitutto di chi vuole toccare con mano le principali storie (e geografie) della propria formazione scolastica ed intellettuale: e furono così nell'ordine i viaggi in Grecia, in Turchia, sul Mar Nero, in Egitto, in Siria, in Tunisia, in Spagna e in Portogallo. Come a cercare conferma della presunta superiorità culturale della propria formazione "antica" rispetto all'inarrestabile, montante marea dell'americanizzazione linguistica e comportamentale che aggrediva fatalmente anche i miei posti.

Forse solo il contatto con la Sicilia mi fece percepire l'ambiguità del mio modo di procedere nei confronti della nozione di Mediterraneo. Quell'aver potuto visitare il paese "della seduzione e dello scandalo" (secondo la formula coniata da Braudel), aver potuto capire che il presente, per quanto nobilitato dalla superiorità delle forme artistiche del passato, non conteneva adeguati stimoli di conoscenza ed era piuttosto condizionato da una preoccupante assenza di modernità, essere andati in meridione anche per confrontarsi con i ritardi e le contraddizioni dello sviluppo del vero ombelico del Mediterraneo, mi costrinse a chiudere con l'elegia del passato e con la nostalgia della mediterraneità fittizia.

E così fra l'esperienza vissuta a contatto con il terremoto del 1980, la permanenza a contatto con quelle popolazioni per settimane intere, l'impatto con i primi rientri di migliaia di marocchini a cui mi mescolai sulle squallide banchine del porto di Algesiras (era l'86), le drammatiche giornate del processo ai sequestratori palestinesi dell'"Achille Lauro" (cui partecipai nello stesso anno da giurato, per il tempo che mi fu concesso), la percezione acuta delle prime tensioni ed esasperazioni oltranziste nei paesi islamici e pochi ani dopo nei Balcani che continuavo a sentire comunque come una seconda patria, tutto questo acquisito patrimonio di consapevolezza trovò nel lavorio di elaborazione del tanto materiale prodotto da Matvejevic per il suo libro uno sbocco salutare e una sorte di punto fermo del mio mutato rapporto con la realtà da cui provengo e nella quale presumibilmente resterò a spendere le mie energie anche in futuro.

Era dunque finita l'attrazione per la cultura e la tradizione mediterranea?

Certo prevaleva l'idea che Mediterraneo e modernità avessero fatto divorzio e che l'obiettivo dell'impegno e della partecipazione politica dovessero avere la meglio sulle sirene del folklore e sulla subalternità comunque ammantata. Probabilmente fu per questo che a molti della mia generazione sfuggì il valore prioritario della componente mediterranea di Genova, coinvolti come eravamo quotidianamente a difendere la vocazione industriale, la cultura produttiva e il possibile futuro europeo, guardando esclusivamente oltre e al di là delle Alpi come si era espresso in quegli anni l'avvocato Agnelli, forse non ancora senatore, ma certo vicerè di Torino automobilistica.

Ecco, è dal rischio di questa scissione fra presunto destino europeo e implicito abbandono della storicità mediterranea di Genova, che nasce la mia riflessione più aggiornata sulla questione. Da quella "Carta di Barcellona" nell'autunno 1995 che fu un provvidenziale antidoto al pericolo di una separazione definitiva fra l'aspirazione ad un integrale ingresso in Europa e la permanenza di una specificità mediterranea per tante metropoli della storia di questo mare.

E' un dissidio con cui continuo a convivere e che non ha trovato adeguato mediazione negli ultimi anni. Ma è una contraddizione che non si può rimuovere, allontanare, ripiegando sulla conservazione della mediterraneità come contrassegno esistenziale permanente. No, il Mediterraneo è un riferimento sterile se non vengono aggiornati i contenuti e da questa attualità, raggiunta o negata, dipende in larga misura anche l'avvenire di città come Genova.

L'odierna divisione fra paesi sulla sponda nord e di quella sud e la corrispondente inquietudine che ne travaglia in modo assai più evidente il bacino orientale rispetto a quello d'occidente (con il grave nodo, ancora irrisolto, della condizione algerina, pur appartenente alle rive della parte più evoluta e progredita) rendono sgradevoli, aspre, quasi inesprimibili le immagini idonee a restituire la portata della mediterraneità dei nostri giorni.

Conflitti, terre occupate, città divise, sacche di povertà inaudita, migrazioni nuovamente bibliche e cinicamente sfruttate, esplosiva contrapposizione di fondamentalismi, chiusure egoistiche che parevano solo fino a ieri illuministiche, superate e criticamente assorbite dall'opulenza della parte più europea che si affaccia su questo mare: in una parola sono gli elementi del contrasto, della differenza e dello scontro ad avere la meglio, oggi, nel panorama d'insieme dell'antico mondo della cultura, della politica, dell'arte, della religione, di quei valori insomma che presuntuosamente ancora il Mediterraneo ritiene di poter presentare all'attenzione del mondo contemporaneo, mentre ne può offrire solo la rivisitazione passatista.

Così, senza catastrofismi né apocalisse imminente, così sembrano stare tendenzialmente le cose da noi, sul Mediterraneo.

E in questo richiamo preoccupato città come Genova sono più direttamente investite dalle contraddizioni appena rievocate, perché per destino storico ricevono quotidianamente segni e messaggi di ricchezza e al tempo stesso di disperazione, fra scambi e ritorsioni, chiusure e rinnovati progetti di ruolo strategico fra solidarietà e indifferenza al baratro in cui rischiano di precipitare periodicamente i "dannati della terra" di cui per primi gli intellettuali francesi, negli anni '50 del secolo XX, seppero lucidamente individuare la condizione, alla vigilia delle ultime lotte anticoloniali, mostrando la tremenda dialettica fra sete e fame, malattia e sottosviluppo e la luminosa civiltà di Giotto, Bach e Le Corbusier.

Nessuna città, per quanto economicamente solida e rinnovata nell'ambito dei suoi gruppi dirigenti, può farsi carico da sola di un rapporto fecondo con tutto questo mare.

Quanto agli Stati, alle nazioni secolarmente presenti su queste rive, essi appaiono ancora più deboli, facile preda di involuzioni politiche e di irrigidimenti ideologici dannosi come quelli che hanno scardinato la difficile, ma significativa coesistenza della ex Repubblica Federale dei Balcani. E tuttavia per ogni Stato debole, per ogni nazione travagliata, c'è almeno una grande città storica che, migliorando la propria capacità d'intervento economico, accrescendo la propria autonomia istituzionale, soprattutto negli ambiti portuali, dilatando l'apertura e l'ospitalità delle sue facoltà universitarie, può contribuire in modo decisivo alla costruzione di una mediterraneità del XXI secolo, sempre più affrancata dal semplice retaggio di tradizioni irripetibili, sempre più in gara per una laica concorrenzialità delle culture e delle prospettive di sviluppo.

Venezia, Atene, Istanbul, Beirut, Alessandria, Tripoli, Tunisi, Algeri, Barcellona, Marsiglia, assieme con la nostra, sembrano le città capaci di affrontare, almeno concettualmente questo impegno e di riuscire ad elaborarlo in progetti di interessanti relazioni, valide innanzitutto a mutare quanto di vecchio ancora resiste al loro interno, ma soprattutto in grado di creare un primato della dimensione urbana, intesa come punto più alto dell'informazione contemporanea e della sua diffusione attraverso i terminali di una parità che oggi è ancora così lontana.

Silvio Ferrari – IL SECOLO XIX – 10/06/2001

Silvio Ferrari è nato a Zara, oggi in Croazia, nel 1942, da madre croata e padre ligure, di Camogli. Fino al 1948 ha vissuto sull'isola Lunga, vicino all'Arcipelago delle Incoronate. Dal 1948 vive a Camogli. A questa doppia appartenenza ha sempre fatto riferimento, nella vita personale, come attività culturale di scrittore e traduttore. Ha studiato all'università di Genova, dove si è laureato con una tesi su Umberto Saba. Dal 1963 fino alla fine degli anni '90 è stato iscritto, militante e poi dirigente a Genova, del PCI e del PDS. In questa veste è stato per 13 anni assessore, prima provinciale e poi comunale, occupandosi di Pubblica Istruzione e Cultura. Dalla metà degli anni '70 ha cominciato a tradurre autori della cultura jugoslava: croati, serbi, montenegrini, bosniaci. Dal 1978 ha al suo attivo alcune opere narrative autonome, pubblicate presso editori genovesi: Marietti, Pirella, Costa & Nolan, Sagep, De Ferrari. In particolare, alle sue origini dalmate sono dedicate: “Cosa fa Raffaellino del Garbo a Lione”, “La casa della peste”, “Sette croati dell'isola Lunga”, “Fra Genova e Zara”. Ha scritto inoltre “La morte del preside”, dedicato piuttosto a temi della realtà genovese, e “Un genovese a Palermo”, resoconto letterario di quattro viaggi in Sicilia. E' collaboratore di giornali e riviste. In particolare, ha scritto negli ultimi vent'anni sul Secolo XIX.

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