CIRCOLO DI POESIA



Simic: la poesia, un passpartout

Charles Simic, nato nel 1938 a Belgrado, negli Stati Uniti dal 1953, è uno dei poeti e saggisti oggi più considerati. Con sessanta volumi all'attivo in Usa e fuori, ha avuto il Premio Pulitzer per un libro di poesia in prosa, Il mondo non finisce mai (1990). Il suo ultimo libro si chiama Jackstraws, cioè il gioco dei bastoncini o Shangai. L'elemento gioco è infatti molto presente nella sua opera.

Questo poeta giocoso è uno stimato professore d'inglese all'Università del New Hampshire, nel rurale New England. Da ragazzo ha vissuto a Chicago, poi ha lavorato in redazioni di riviste a New York studiando la sera alla N.Y.University. Ha insegnato alcuni anni in California.

La poesia nel terzo millennio. E' cambiato qualcosa?

Per quanto riguarda la poesia lirica, non molto. Non abbiamo difficoltà a capire i poeti cinesi di mille anni fa, e penso loro capirebbero noi. La poesia in questo senso è straordinaria, che ci si possa capire a distanza di secoli, il che non avviene per molte attività umane. E' un miracolo che un ragazzo in una scuola media del Nebraska possa prendere in mano un libro di poesia greca e innamorarsene.

Esistono davvero questi ragazzi?

Dove insegno io gli studenti vengono da posti come il Maine, piccoli villaggi, dove si vive ancora in un tempo diverso, ma anche fra di loro ci sono i lettori. Poi le cittadine americane hanno ottime biblioteche pubbliche, e magari per noia uno entra, prende un libro, Hemingway, Whitman e scopre che gli piace.

Poesia e politica. In che modo la sua provenienza ha influito sul suo lavoro?

Sono nato in un secolo violento, in un Paese violento, in tempo di guerra. Sì, questo ha influito in modo fondamentale. La guerra, il massacro degli innocenti, è sempre presente sullo sfondo dei miei scritti. Anche se accanto alla tragedia c'è la commedia, non si possono scindere. Uno muore mentre l'altro fa l'amore. Non ho mai scritto poesie apertamente politiche come quelle degli anni del Vietnam, ma molte hanno implicazioni politiche, immagini di guerra, quelle che quotidianamente vediamo in televisione.

Quanto dista l'America dall'Europa?

Molto. Gli Stati Uniti sono grandissimi e le diverse regioni hanno scarso interesse l'una per l'altro. Se chiedi a uno del New England un parere su New York o il Sud ti risponde con dei luoghi comuni. A volte c'è anche avversione. Quanto all'Europa nessuno ci pensa. Nei 30 anni che ho passato lì non ho mai sentito il mio vicino dire qualcosa di buono o cattivo sull'Europa. C'era più interesse per l'Europa subito dopo la guerra perché molti c'erano stati da soldati, oggi non è un argomento di discussione.

Segue gli eventi del'ex-Jugoslavia?

Certo, specialmente dal 1991 quando è tutto iniziato, è ho scritto molto a proposito. Poi su Internet posso leggere i giornali serbi, sicché sono assai più informato di prima.

Cosa direbbe a Milosevic sulla sua ascesa e caduta?

Puoi morire con l'assoluta certezza di aver portato più sciagure al tuo popolo e a quelli vicini di qualsiasi altra figura nella storia serba.

Gli ultimi 50 anni di storia nel Balcani lasciano speranza per il futuro?

Risposta brevissima: nessuna.

Czeslaw Milosz al Festival di Genova nel 1999 ha detto che per lui l'America è una nazione tragica. E' d'accordo?

In un certo senso è vero. Gli Stati Uniti furono fondati sugli ideali più nobili, che furono traditi il giorno stesso della loro promulgazione. “Tutti gli uomini sono creati uguali”. E gli schiavi? L'impulso nobile esiste, ancora, ma è sempre asserragliato. L'idea era creare una società migliore di tutte le altre, e i fatti sono diversi: è tragico.

Milosz, Brodsky, Walcott: tre poeti, tre Nobel, tre apolidi. C'è una ragione perché scrittori dai margini ottengono fama e ammirazione internazionale?

Milosz è diventato celebre per La mente prigioniera, il libro sui gulag intellettuali, Brodsky per la persecuzione che subì, Walcott è un poeta nero dei Caraibi molto legato alla cultura britannica. Non sono poi letti più di altre, specie Brodsky, che ha irritato gli americani con il suo formalismo e col ridurre tutta la poesia moderna a Frost e Auden. Più in generale, credo che oggi leggiamo molto di più in traduzione, sappiamo quello che succede altrove. E' un fenomeno nuovo. L'ambiente letterario si è internazionalizzato.

Il suo caso è simile al loro?

Direi di no, io non ho mai scritto in altra lingua che l'americano. Non sono mai stato parte di una cultura, né ho avuto nostalgie per la poesia serba. Non sono un esule.

Ci citi un verso che ha scritto di recente e ce lo spieghi.

Ghost ship billiards – “biliardo su nave fantasma”. Vedo un tizio (penso sia lui) vestito di tutto punto per la sera che gioca a biliardo su un transatlantico fantasma. Non ho idea di cosa significhi o dove stia andando la nave. Immagini uno di quei grandi saloni e uno che gioca da solo.

Ha una favorita fra le sue poesie, una poesia per cui vorrebbe essere ricordato?

Come chiedere a un padre chi sia la favorita delle figlie. Spero che sarò ricordato per una poesia che non ho ancora scritto.

La rivoluzione delle rete ha cambiato la sua vita e scrittura?

No, scrivo ancora con penna è carta. Ho il computer, che va bene per rivedere gli articoli. Ma mi piace portarmi dietro un taccuino e buttare giù degli appunti.

Chi sono per lei i poeti indispensabili?

Prima, Emily Dickinson, poi subito Wallace Stevens. In seconda battuta, Walt Whitman, Robert Frost, anche Ezra Pound e William Carlos Williams. Ma mi sento più a casa nella tradizione della Nuova Inghilterra. Mi rinnovo con i poeti di questa regione. Rileggo sempre Stevens e Dickinson. Una mia poesia è tutta fatta di versi di Dickinson che sapevo a memoria, ad esempio at night's delicious close, “alla fine deliziosa della notte”.

Intervista di Massimo Bacigalupo – IL SECOLO XIX – 12/06/2001