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Susan Sontag


Il nemico necessario

Susan Sontag, nata a New York nel 1933, di origine ebraica, è un po' figlia di quell'immigrazione. Ma In America è un romanzo, è un'invenzione, l'autobiografia può essere nei sentimenti, nelle sensazioni che disegnano i paesaggi delle sue pagine. “Scrivere romanzi, abitare altre identità – aveva annotato in un breve saggio – dà la sensazione di perdere se stessi”. Importano le storie: “Ciò che scrivo è più brillante di me, perché posso riscriverlo”. Si scrive per leggere, sperando che gli altri possano leggere “un libro pieno di saggezza, che sappia far giocare la mente, che dilati la capacità di comprendere e partecipare, che registri un mondo reale (non solo l'agitazione di una mente singola), al servizio della storia, che difenda emozioni contrarie e ardite”. Breve introduzione all'arte del romanzo.

E adesso, dopo il romanzo, signora Sontag, che cosa sta scrivendo?

Un altro romanzo, al quale penso dopo aver finito In America. Sarà pronto l'anno prossimo. Intanto preparo due brevi saggi, una novantina di pagine ciascuno. Per riflettere attorno a due esperienze: la guerra e la malattia. Ero a Serajevo e ho sofferto il dolore della gente. Ho in testa un titolo: Regarding the pain of others.

In italiano sarebbe “Guardando il dolore degli altri”. Ma forse guardare non rende. Sarebbe qualche cosa di più: considerare e vedere...

Sarà un saggio sulla rappresentazione della guerra attraverso la fotografia, i video, i film, l'immagine insomma...

Tornando a un vecchio e famoso saggio “On photography”...

Ho visto la guerra non solo a Sarajevo. Prima ad Hanoi, poi in Rwanda, adesso in Afghanistan. Vorrei mostrare come l'immagine naturale falsifica la guerra e la sofferenza che ne nasce. Il secondo libro, anch'esso breve, sarà sulla malattia. Un'altra esperienza mia, in questo caso sarò più autobiografica. Anni fa mi venne diagnosticato un tumore. Era una sentenza di morte, perché mi venne detto che il cancro era all'ultimo livello. Sopportai cure pesanti e ne uscii. Allora scrissi Illness as metaphor, la malattia come metafora. Non volevo dire di me, ma del modo in cui il malato e la malattia venivano stigmatizzati dalla coscienza comune. Per questo volevo fosse un libro utile. Credo d'esserci riuscita, non solo perché ho venduto tante copie in tante lingue (trenta), ma perché la gente mi ringrazia ancora. Uscire dal ghetto della malattia, dai luoghi comuni che quasi additano la colpevolezza del malato. Quattro anni fa il cancro mi toccò per la seconda volta. La diagnosi arrivò molto presto. Mi sottoposi a un intervento chirurgico e alla chemioterapia. Sto bene. Non come una volta, ma sto bene e sono fiduciosa. Mi racconterò un po' di più. Le idee erano nell'altro libro, in questo caso mi sembra giusto parlare di me. Non lo faccio abitualmente. Scrivere non è esprimere se stessi, il romanzo prende vita attraverso un personaggio inventato...Anche se ho l'impressione che in larga parte del pubblico l'idea di letteratura si sia ristretta a qualche cosa di personale, di biografico e basta.

La guerra, la malattia, quella malattia vissuta un tempo come un tabù, qualcosa da nascondere. Due esperienze estreme di vita e di morte, una collettiva, l'altra intima. Insieme possono diventare una lente particolare sul mondo?

A Sarajevo chiunque in qualunque momento poteva morire. Ci sono persone che sono morte nel proprio letto, in strada, persino in un cimitero mentre andavano a seppellire altri morti. La morte era sempre accanto. Il legame con la malattia è ovvio. Da malati si vive con la morte a fianco, soprattutto con la morte degli altri. Vale per i familiari, per gli amici, per chiunque assista. Ho vissuto ore e ore di chemioterapia e il giorno dopo potevo non rivedere più chi sedeva accanto a me il giorno prima. Per questo non farei una distinzione sul senso di un vivere collettivo: chi s'ammala e chi gli sta vicino entra in una comunità, spogliata dei caratteri dell'esistenza quotidiana, nella forma non identica ma parallela di chi soffre l'assedio di una guerra, come a Sarajevo. Ricordo quei giorni quando non c'era la luce, non c'era l'acqua, si faticava a trovare da mangiare, la posta non funzionava. In albergo, nella camera, avevo due secchielli di metallo. In uno raccoglievo l'acqua per lavarmi. L'altro era il mio cestino dei rifiuti, che rimaneva inesorabilmente vuoto, tuttalpiù qualche pacchetto di sigarette acquistato al mercato nero. Era un'esperienza di spoliazione, di riduzione all'essenziale, nella quale al terrore s'aggiungeva l'euforia della sopravvivenza, come nella malattia e all'ospedale. E' molto complicato ed è quasi indecente ammetterlo, ma sono prove in cui a ciascuno di noi si rivelano il corpo, i sentimenti. In chemioterapia con me era un amico colpito dalla leucemia. Era Steven Gould. Mi lasciai sfuggire una domanda: non è divertente? Mi riferivo alla nostra sfida, alla coesistenza con il dolore e con la paura, alle scoperte. Rispose di sì. Poco dopo sarebbe morto. Nella guerra come nella malattia non si sa come possa andare a finire, narrazioni cariche di suspense. Mesi fa in un incidente stradale mi procurai varie fratture, ma era tutto scontato. Mi sarei riaggiustata...

Ancora la guerra. I giornali scrivono che Osama Bin Laden sta bene, che il mullah Omar sta bene, che insieme preparano nuovi attentati. Che impressione le fa leggere queste notizie dopo l'11 settembre e la guerra in Afghanistan?

Dal suicido dell'impero sovietico, l'impero americano ha fatto il possibile per inventarsi un nuovo nemico, che non poteva identificare in un paese, sempre troppo piccolo davanti alla superpotenza. Per essere credibile il nemico doveva essere transnazionale, tale da giustificare la presenza americana e delle basi americane in tutto il mondo. Così si scoprì la droga e si mise in moto la guerra alla droga. Poca cosa: non s'andava oltre la Colombia, le Filippine, l'Afghanistan. L'11 settembre è stato il più grande regalo a un gruppo di potere che si è riconosciuto nell'amministrazione Bush, un gruppo che stava all'estrema destra e che adesso si è ricollocato al centro, scalzando il centro di Clinton che sembra diventato l'estrema sinistra. La parola terrorismo può funzionare come in passato funzionava la parola comunista. Ovunque, in qualsiasi angolo del pianeta, si possono nascondere cellule terroriste. Un nuovo attacco alimenterebbe quello che Bush suggerisce, cioè l'immagine di uno stato assediato, di un fortino circondato, e giustificherebbe la militarizzazione che protegge dall'attacco e che restringe gli spazi di ogni opposizione democratica di ogni discussione. Quando, dopo l'11 settembre, scrissi un articolo invitando a riflettere sulle ragioni di quell'atto, perché – dicevo – non bisogna giustificare, ma si deve tentare di capire, venni insultata e qualcuno invitò persino le autorità a deportarmi. Deportarmi per aver scritto solo cose di buon senso e della minaccia di gente che usa la religione come un'arma ideologica. Il problema grave è quello di una modernità nostra che non funziona ovunque allo stesso modo e che per molti paesi è diventata un oltraggio. Credo che per paesi così il linguaggio della Jihad possa risultare assai attraente. Credo che una buona via per capire la loro antimodernità (e l'uso della religione) sia la condizione della donna. In compenso a chi sta contro piacciono le semplificazioni, che annullano i problemi o li classificano sotto una stessa voce, il nemico necessario. Ci sono libri che hanno fatto la loro fortuna semplificando l'attacco dell'11 settembre...

Faccia qualche nome, per capire...

Lei è gentile. Non mi chieda tanto.

Già, troppo chiasso...

In Europa vale di fronte all'immigrazione. In America è un'altra cosa, non ha lo stesso peso simbolico, perché l'America è un paese disegnato dall'immigrazione. Ma l'immigrazione in Europa è il fantasma di un pericolo, l'invenzione simbolica di un'emergenza che fugge la politica...

Intervista di Oreste Pivetta – 25/06/2002


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