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Susan Sontag


La mia America è l'Impero

Susan Sontag è una signora di settant’anni, assai giovanile, con dei capelli lunghissimi, le mani magre e gli occhi neri molto profondi. Parla senza fermarsi mai, seguendo il filo del suo ragionamento che è sempre teso a distinguere tra la realtà e l’immagine che la realtà riflette. Ha paura di farsi irretire dall’immagine, visto che la società moderna – dice – vive sotto la dittatura dell’immagine. Susan Sontag è una delle maggiori e più celebri intellettuali americane. Scrittrice, romanziera, saggista, un po’ sociologa, un po’ politologa, parecchio filosofa, autrice di una decina di libri famosi e di molti articoli sui maggiori giornali e sulle maggiori riviste americane.
Vive a New York, ma ha lavorato e studiato in varie zone d’America, da Chicago alla California. Parla e scrive sempre dando l’impressione di assoluto equilibrio e di non partigianeria. Però è capace di giudizi feroci. E di scatti improvvisi: secchi, micidiali. Nel settembre del 2001, per esempio, fu l’unica persona pubblica al mondo che osò affermare: “non mi pare che si possa dire che i kamikaze sono dei vigliacchi. Hanno mostrato un certo coraggio…”. Fu un grande scandalo.
Ora è a Roma, e stasera a Massenzio, alle 21, presenterà il suo ultimo libro (insieme a Laura Morante e a Ludovico Einaudi). Il suo ultimo libro si chiama Davanti al dolore degli altri (Mondadori, pagine 112, Euro 13). È un libro sulla differenza tra immagine e realtà. Molto critico con la fotografia, i film, la televisione. Se però le chiedi: signora, di cosa parla il suo libro? Lei risponde: “della guerra”. Lei sente di avere scritto un libro sulla guerra, e probabilmente è così. Lei la guerra l’ha vista, per esempio ha passato tre anni a Sarajevo, tra il ’93 e il ’95, durante il furibondo assedio dei serbi. E sa che averla vista ha condizionato moltissimo il suo modo di pensare e ha intaccato la sua struttura di fredda intellettuale newyorkese.

Signora, leggendo il suo libro mi sembra di aver capito questo: lei pensa che la scrittura sia molto superiore all’immagine. Lei pensa che la scrittura trasmette informazioni, pensiero, giudizi; l’immagine invece, da sola, trasmette pochissimo. E così?

Se uno vuole ricordare, allora ha bisogno dell’immagine; se uno invece vuole capire, allora ha bisogno della parola, della scrittura. Io non sarei mai disposta a rinunciare alle immagini, al piacere che un’immagine mi dà, che non è per nulla un piacere inferiore a quello che mi da la conoscenza; è un piacere diverso. Se il problema è quello di capire una cosa, però, allora sì: le parole sono superiori.

Nel suo libro lei fa notare che gli americani sono formidabili nel curare la memoria degli orrori commessi dagli altri popoli, ma invece sono incapaci di parlare dei propri orrori. Lei dice, ad esempio, che in America non c’è un museo sulla schiavitù, non c’è un museo su Hiroshima, non ce ne è uno sul genocidio dei pellerossa. Qual è il motivo di queste dimenticanze?

La grande forza, il grande potere degli Stati Uniti si basa su tre convinzioni inattaccabili che il nostro popolo conserva intatte. La prima convinzione è che gli Stati Uniti sono l’eccezione a tutte le regole storiche. Le regole dicono che i popoli e gli Stati sbagliano? Gli Stati Uniti non sbagliano mai. La seconda convinzione è che gli Stati Uniti non possono perdere: trionfano sempre. La terza convinzione è che gli Stati Uniti sono sempre bravi, fanno sempre le cose giuste. Poi c’è un’altra certezza, connessa a queste tre: che nessun leader americano è stato malvagio. Qualcuno magari un po’ corrotto, un po’ mediocre, ma cattivo mai. In nessun altro paese al mondo è così. Non si è mai visto né in Italia, né in Germania, né in Francia. Voi non difendereste mai Mussolini o Hitler, o il terrore di Robespierre…lei capisce che sulla base di queste idee è ben difficile conservare il ricordo dei grandi errori o dei grandi orrori del proprio paese. Pensi che cinque o sei anni fa lo Smithsoian (importante istituzione culturale di Washington) decise di allestire una mostra su Hiroshima. Raccolse tutti i documenti, le dichiarazioni di Truman, le ricostruzioni, eccetera. E poi, in una saletta più piccola, mise su un pezzo di mostra nel quale si mostravano i “capi d’accusa”: cioè si esponevano le tesi e i documenti di quelli che sostengono che non c’era bisogno di lanciare la bomba atomica perché la guerra era già vinta, o di quelli che dicono che fu un crimine di guerra, o che o prima di lanciare la bomba su Nagashaki si poteva almeno aspettare qualche settimane per vedere se il Giappone si arrendeva. Qualcuno vide in anticipo questo pezzo di mostra e protestò, la faccenda andò di fronte al Senato e la mostra non si fece.

Lei vuol dire che in America c’è una discreta censura?

Certo che c’è censura. Guardi la storia recentissima. Il governo ha deciso di fare la guerra in Iraq. Bene, sui nostri media, sulle Tv, non si fanno vedere le vittime civili, si trascurano notizie fastidiose, si nascondono fatti, avvenimenti, immagini. Chi lo decide? Il governo, i politici? No, lo decidono i responsabili dell’informazione. Sono loro che stabiliscono cosa è patriottico e cosa no. Se una certa informazione o un certo servizio non sono patriottici non si trasmettono. Ogni governo ha un suo sistema di censura. Anche in Italia il governo Berlusconi ha interesse a operare delle censure. Non c’è niente di nuovo e neanche di tanto sorprendente. L’importante è che la censura non sia completa, non sia totalitaria. Voi in Italia non avete problemi a criticare l’Italia. In America questo talvolta non è possibile. C’è il mito dell’innocenza eterna degli Stati Uniti che non si può violare.

Mi dica la sua opinione sulla guerra dell’Iraq.

È stata la conseguenza della decisione del governo americano di dominare il mondo più attivamente. Questo fondamentalmente per due ragioni. La prima ragione sta nel giudizio che gli Stati Uniti danno sul Medio oriente: pensano che sia un luogo instabile e minaccioso. La seconda ragione è che il governo americano non si sente (ne si sentirà) in alcun modo vincolato da alcun trattato, né dal diritto internazionale. Per questo ha deciso di conquistare un paese del Medioriente e ha scelto il più debole.

Lei pensa che l’Iraq fosse il paese militarmente più debole del Medioriente?

Sì, penso questo. Si sapeva benissimo che era un paese molto debole e si sapeva che non aveva armi di sterminio di massa. Per questo è stato scelto. La conquista dell’Iraq ha consentito di raggiungere tre obiettivi: 1) dimostrare che quella parte del mondo può essere invasa. 2) ottenere un certo controllo sul petrolio. 3) giungere a una forma di occupazione permanente, in modo da indebolire la posizione della Turchia e dell’Arabia saudita, che ora non sono più alleati indispensabili. Era questo il piano imperialistico degli americani, ed è stato portato a termine con successo in piena violazione del diritto internazionale. Tutto ciò non toglie niente alla mia convinzione che Saddam fosse un orribile dittatore…

Lei però, quattro anni, fu favorevole alla guerra del Kosovo. Perché rovesciare Saddam è imperialismo e rovesciare Milosevic va bene? Forse Milosevic era più pericoloso di Saddam?

Saddam era pericoloso, molto pericoloso per la sua gente. Non per il mondo. È vero, io ho sostenuto il tentativo di deporre Milosevic. Perché? Il governo jugoslavo stava compiendo dei massacri. La guerra era iniziata vari anni prima, nel ’92, in Croazia e poi in Bosnia. Io mi ricordo che ero qui in Italia in quegli anni e mi stupivo. Dicevo: “stanno bombardando Dubrovnic, stanno facendo a pezzi la costa Dalmata, possibile che voi parliate di queste cose come di fatti normali, non vi rendete conto che la guerra è tornata in Europa?”. Per questo sono stata favorevole all’intervento contro Milosevic. Io credo che in alcuni casi una spedizione militare contro un leader che sta compiendo dei massacri, dentro e fuori dai suoi confini, sia una spedizione legittima. Per esempio io sono stata favorevole all’intervento inglese in Sierra Leone, e mi sarebbe piaciuto che fosse mandato qualcuno a fermare il genocidio in Ruanda.

Quindi lei non ha critiche verso quella guerra?

Le critiche le ho. Per esempio deploro quei bombardamenti da diecimila metri, che provocavano vittime civili e danni indiscriminati. Ma queste critiche non mi fanno cambiare idea sulla sostanza. Io ho giustificato l’intervento americano in Jugoslavia soprattutto per questo motivo: era chiaro che gli americani non volevano occupare la Jugoslavia o mettere su una base militare a Belgrado. Vede quanto è grande la differenza con l’Iraq? Quella in Iraq è stata un ritorno alla vecchia guerra di occupazione imperialistica. Come successe nel 1898, quando gli americani sconfissero gli spagnoli e si presero la base di Guantanamo, a Cuba, e la trasformarono in un’isola del diavolo, dove non c’è Stato, non c’è legge, non ci sono diritti. E ora stanno usando Guantanamo. Pare che addirittura stiano mettendo su una camera della morte dove eseguire sentenze capitali senza intervento della magistratura.

Lei ha vissuto tre anni a Sarajevo, sotto il fuoco delle bombe serbe. Questa sua esperienza ha pesato sulla sua posizione a proposito della guerra americana a Milosevic?

Me lo chiedo continuamente anch’io. Si credo di sì, credo che sulla mia soffertissima decisione di dare supporto a un’azione militare, abbia avuto influenza la mia esperienza, l’aver visto la gente morire tutti giorni a Sarajevo. Mi ricordo che in quel periodo Noam Chomsky denunciava l’intervento americano. Io ammiro Noam Chomsky e condivido moltissime cose che lui sostiene, però in quei giorni pensavo: “ma cosa dice quest’uomo che non ha mai visto una guerra? cosa dice dal suo ufficio di Cambridge in Massachussets?”. Capisco che è una risposta debole alla sua domanda, però è una risposta.

Intervista di Piero Sansonetti – L'UNITA' – 09/06/2003




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