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CINEMA

N.Y. maledetta t'amerò

Ci sono film che da soli danno il senso a un'intera stagione cinematografica. Arrivano al momento giusto e ci parlano del momento ingiusto: quello che il presente consegna alla Storia. Lo fanno con grande fede nelle capacità del cinema di raccontare il mondo attraverso l'arte, e di mettere l'arte contro il Mondo quando questi si trasforma nel fantasma della sua storta Storia.

La 25a ora di Spike Lee si assume questo compito. Completamente snobbato con svista incredibile all'ultimo Festival di Berlino, è un film bello (sì usiamo questo aggettivo semplice ma chiaro) e importante, che esce nelle sale, e non a caso, in Venerdì Santo. Infatti per molti versi l'avventura dello spacciatore Monty può essere letta come una sorta di passione laica, avventura cristologica di un comune delinquente condannato all'inferno. La 25a ora parla di delitto e redenzione, di senso di colpa e responsabilità etica, dell'amicizia e dell'amore in un mondo, il nostro presente, dove il senso normale delle cose non trova più dimora, dove tutto è possibile e tutto è giustificabile, dalla piccola colpa comune, fatta di ambizione e noncuranza, al grande delitto della politica e della storia, fatto di interessi e corruzione.

Quest'uomo, Monty (che come un Cristo, ma colpevole, si assume il peso della coscienza e metaforicamente quello della collettività) vive le ultime 24 ore di libertà in una New York post 11 settembre (e questo è il primo film a ritrarla nel suo stato di “sopravvissuta”) perché è stato sorpreso in casa sua con un quantitativo minimo di droga ma, per le durissime Rockfeller Laws, sufficiente a una condanna di lunga detenzione. E' un uomo semplice, un americano tranquillo, che ha scelto lo spaccio come lavoro redditizio. Ha una moglie portoricana bellissima e due fedeli compagni di scuola come amici. Ma ora deve andare dentro, fare un salto all'inferno nella speranza di uscirne sufficientemente vivo per dire di essere sopravvissuto, come la sua città. In questa salita al Golgota, descritta da Spike Lee con una regia essenziale e una fotografia perfetta, ci sono tre passaggi, ci sono tre passaggi-stazioni fondamentali che, legati insieme, cuciono il senso della storia. Il primo è un monologo che si trasforma in una preghiera laica, un'invettiva-sfogo: il protagonista Monty (Edward Norton) si chiude in bagno, ha capito che il tempo lo stringe al suo destino di carcerato e prende coscienza progressiva della sua condanna. Vedo sullo specchio scritto a pennarello un “Fuck you” e inizia una ballata, intona una cantata sulla New York di oggi, i suoi abitanti, i suoi quartieri, le molte etnie e classi sociali, i personaggi noti e gli anonimi. La fotografia di una città-mondo che sperimenta ogni giorno il caos del multiculturalismo, che cerca di tenere insieme l'alto e il basso, il povero e il ricco, l'immigrato e il nativo in uno stesso affioramento sociale e politico. Manda a quel paese tutti, compreso se stesso. E' una scena di grande impatto, la preghiera laica di un condannato all'inferno.

Il secondo passaggio è di nuovo impressionante. I due amici di Monty, un timido professore universitario e un broker arrogante, discutono della triste sorte del loro compagno. Lo fanno bevendo un whisky davanti a una finestra che dà proprio su Ground Zero. Parlano di come prima o poi tutti i nodi vengano al pettine, della responsabilità delle proprie azioni e scelte, che spacciare piccole dosi di droga vuol dire avvelenare le persone, mentre al di là della finestra sembrano non accorgersi, che illuminate da luci gelide, le gru come enormi avvoltoi meccanici, spolpano quello che è rimasto dell'apocalisse newyorkese, la condanna macroscopica allo “spaccio” della politica internazionale americana.

IL terzo momento racchiude i precedenti e dà senso alla storia. E' giunta l'ora e il padre porta il figlio Monty verso la prigione, su di una jeep che vede sventolare sull'asticella dell'antenna una piccola bandiera americana. Durante il tragitto il padre gli prospetta una possibile venticinquesima ora, quella della fuga verso il Messico, verso una redenzione che non sconta la colpa. Gli racconta una vita diversa, nuova: una famiglia, dei figli, una casa, un lavoro, invecchiare con i nipoti e morire serenamente. Insomma la vita come dovrebbe essere. Ma la 25a ora è l'ora che non c'è. Non esiste né per Monty né per l'America. Questa è l'ora, dice Spike Lee in questo film, della responsabilità etica, dell'assunzione di colpa. Le due colonne di luce che si ergono al posto delle torri gemelle sono i fari abbaglianti a cui l'occhio del presente non può sfuggire e l'America pure, benché sembri farlo così bendata dalla sua stessa cecità.

Dario Zonta – L'UNITA' – 18/04/2003

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