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Sergio Buonadonna

IL SECOLO XIX – 17/11/2001

“Pronte a far volare il burqa come aquiloni sul cielo di Kabul”

Sì, voglio tornare in Afghanistan. Credo sia dovere di chi è in esilio tornare e partecipare alla ricostruzione. Non sarà facile perché ho le figlie che vanno a scuola, ma se potessi partire da sola, lo farei subito prima che tutto sia ristabilito”.

L'esilio Spômaï Zariâb lo conosce da dieci anni. I Talebani imposero a lei, scrittrice e voce tra le più alte e liriche della cultura pashtun in lingua persiana, di non insegnare più, di non scrivere, di non svolgere il suo lavoro di traduttrice dal francese. Ed è stata proprio la Francia ad accogliere lei e le sue tre figlie in fuga, a Montpellier, dove solo cinque anni dopo il marito e padre ha potuto raggiungerle.

Nel frattempo Zariâb ha continuato a scrivere, pubblicare e farsi apprezzare in Europa – e da poco anche in Italia – ma non si è limitata solo a questo. E' stata ed è presso le istituzioni umanitarie internazionali ambasciatrice del desiderio di pace e di libertà del suo popolo.

L'abbiamo raggiunta per telefono a Montpellier. Lei incollata alla televisione per seguire e vivere da lontano i primi, timidi profumi di libertà. E' emozionata, travolta dal flusso dei sentimenti e dei ricordi.

Che idee s'è fatta dell'improvviso sviluppo della guerra, dopo l'ingresso dell'Alleanza del Nord a Kabul?

Quel che è accaduto è stato talmente inaspettato che è troppo presto per fare valutazioni precise. Ci saranno sicuramente cambiamenti rispetto al passato ma non mi aspetto che nell'immediato siano molto evidenti. Occorrerà il tempo necessario per permettere a tutti di vedere chiaro. Oggi è impensabile che l'Afghanistan volti completamente pagina.

Cosa pensa dell'Alleanza del Nord, crede che il suo popolo possa fidarsi di loro?

Si tratta di una popolazione rurale con una tradizione guerriera. Sono certamente ottimi soldati ma per dirigere un paese, per creare un governo, occorre una rappresentanza di tutto il popolo, non solo dei militari. Ma credo che siano coscienti del fatto di non potere agire da soli. Del nuovo governo dovranno fare parte tutte le tribù afghane altrimenti, in un modo o nell'altro, il dramma del mio paese continuerà.

Ha fiducia negli Stati Uniti e nei loro alleati?

Questo lo deciderà il tempo. Non voglio credere che abbiano un obiettivo diverso da quello di riunirci. Si impegneranno sicuramente per la ricostruzione, è loro dovere. Hanno trovato un paese distrutto, ma hanno anche contribuito a distruggerlo ulteriormente.

Non le sembra un giudizio pesante?

Io spero che gli Stati Uniti lascino finalmente da parte i loro interessi. E' giusto combattere il terrorismo, ma i bombardamenti subiti, che hanno spazzato vite innocenti, non erano anche questi un'espressione di terrorismo? Il popolo afghano non protegge i terroristi, ne è stato l'ostaggio. Come si può immaginare domani che qualcuno viva una vita normale dopo lo strazio e l'inquinamento prodotto da tonnellate di bombe? Quanto è accaduto dovrebbe almeno servire agli americani a non ripetere gli stessi errori.

Quali?

Sono loro ad avere spinto i Talebani al potere. Sono loro ad avere aiutato Bin Laden nella speranza di poter controllare questa regione, usata al tempo dell'Urss come l'ultima propaggine della guerra fredda.

L'ex re Zaher Shah si prepara a rientrare. Condivide l'opinione di chi lo accusa di non essersi fatto sentire quando il paese era sottomesso ai sovietici e ai Talebani?

Penso che la maggioranza degli afghani sia per l'arrivo del re. Sanno che non tornerebbe per regnare ma per favorire un'intesa tra le diverse etnie. La sua è la sola voce che tutti potrebbero accettare. Zaher Shah si è sempre dichiarato pronto a servire il suo paese ma non è mai stato ascoltato. Per esempio quando ha cercato di trasferirsi in Pakistan gli è stato rifiutato il visto. Il suo ritorno andava sostenuto ma neanche gli Stati Uniti lo hanno mai appoggiato veramente.

A cose fatte, qualcuno ha detto che questa guerra puntava anche alla liberazione delle donne afghane che hanno pagato un prezzo altissimo di umiliazione al potere dei Talebani. Una riparazione tardiva?

Alle donne sono state tolte tutte le possibilità: dall'insegnamento alla scuola fino alla mortificazione del burqua.

Che ora timidamente va sparendo.

Sì, è un segno di speranza. Ma non sparirà così velocemente come si crede in Occidente. Sono sei anni che le donne lo subiscono e la normalità è ancora lontana. A distanza, sento che le donne afghane almeno quelle meno giovani, vivano l'improvvisa libertà quasi con imbarazzo, ma quel che è certo è che sono spiritualmente pronte a far volare il burqa, come gli aquiloni che si sono librati in cielo nella Kabul liberata.

Quali sono oggi le maggiori urgenze?

Dare fiducia a uomini e donne che hanno subito da ventidue anni i deliri di varie potenze. E non ne possono più. I nostri bambini non hanno conosciuto che guerre. L'urgenza è dunque il grande lavoro che ci attende tutti per darci il diritto alla vita e liberarci dagli incubi: la violenza, la fame, la polvere dei cannoni, la miseria morale dei Talebani.

Intervista di Sergio Buonadonna – IL SECOLO XIX – 17/11/2001

(traduzione di Ginni Gibboni)


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