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MUSICA

Sting: la mia musica figlia dell''11 settembre

Il magnifico cinquantenne Sting non perde un colpo. Bello, magnetico, carismatico. Ironico e diplomatico, come insegna la britannica tradizione. E abilissimo nel difficile compito di non sbilanciarsi mai troppo. Nella kermesse luccicante del Festivalbar il “pungiglione” ha presentato la sua ultima creazione, Sacred Love, disco che parla di vita, amore, morte. E molto altro ancora. Un album realizzato durante i giorni drammatici della preparazione della guerra all'Iraq, ma in realtà cominciato molto prima. Dall'inevitabile 11 settembre.

Argomenti tosti, mr. Sting?

Beh, l'11 settembre è stato un giorno drammatico per tutti. Come sapete avevo organizzato un concerto a casa mia, in Toscana, con tanti amici. Fosse stato per me avrei mandato a monte tutto e mi sarei chiuso da qualche parte a piangere, anche perché avevamo perso un amico in quella tragedia. Alla fine ho fatto scegliere a chi era lì con me. La mia band voleva suonare, avevano bisogna della musica. Perché la musica ti aiuta nei momenti più bui. Così abbiamo fatto il concerto. Ma in un tono diverso, più cupo.

E dopo?

Quando la musica è finita e tutti hanno lasciato la casa, ho cominciato a pensare. Ho pensato a tante cose. Soprattutto mi sono chiesto quale fosse ora la mia posizione in questo nuovo mondo. Di che cosa dovevo scrivere? Ho cominciato a riconsiderare il mio ruolo di cantautore, insomma. Non è arrivata nessuna risposta veloce, ma ho iniziato un processo che è giunto a compimento in questo disco.

Di che cosa parla “Sacred Love”?

E' un disco sull'amore e sulla mancanza d'amore. Tutto parte dal nostro microcosmo individuale. Perché sono le piccole relazioni personali, quelle che abbiamo con gli amici, col vicino di casa, con la famiglia, che formano l'immensa rete di relazioni del pianeta. Ciascuno di noi, è in certo senso responsabile di quanto accade nel mondo. E la cattiveria, l'avidità e l'egoismo che mettiamo nei piccoli rapporti quotidiani alla fine si riflettono universalmente.

Ha inciso il disco mentre i suoi compatrioti stavano per andare in guerra. E ora come si sente?

Mi sento tradito. Perché il terrorismo rimane e le cose non sono poi mutate di molto. Non voglio puntare il dito su qualcuno, ma qualcosa non quadra. Però m'intriga capire come potremo uscire da questo casino. In Iraq c'è gente senza acqua, mentre le truppe americane e inglesi sono intrappolate. Credo che ora abbiamo una grossa responsabilità verso l'Iraq e dobbiamo aiutare seriamente quella popolazione. Ma io sono un cantante, non ho la soluzione.

Solo un cantante? E allora, perché da lei tutti si ostinano a cercare risposte, impegno sociale, opinioni politiche?

Beh, forse perché ho 51 anni, ho un'opinione, vado a votare, sono un cittadino. Se mi fate una domanda, cerco di darvi una risposta coerente. Anche su Beckham.

E, invece, parliamo di Blair. Pare che la sua popolarità in Inghilterra sia un caduta libera?

E' la democrazia. Per fortuna possiamo ancora criticare i nostri governanti senza venite tacciati di antipatriottismo.

Vale anche per l'Italia?

Uhm, non fatemi parlare. Qua sono un ospite, devo essere gentile. A proposito, ma è vero che Berlusconi da giovane cantava sulle navi come me?

Sì, non avrà anche lei velleità da premier?

Al momento no, ma potrei farci un pensierino.

Però le piace stare in Italia, no?

Moltissimo. Conosco molti italiani, a partire dai miei vicini, che mi hanno accolto benissimo. Adoro la libertà di poter camminare per la strada come un normale cittadino. E penso che, viceversa, loro apprezzino il fatto che io non cerco di apparire speciale. Comunque, lo ripeto, qui sono un ospite e non ho diritto al voto. Non mi sembra carino esprimere giudizi politici.

Torniamo all'Iraq: avrebbe cantato per le truppe in guerra?

No. Intendiamoci: nessun problema con l'esercito. Io sono patriottico, ma credo che un gesto simile avrebbe compromesso la mia posizione artistica. Piuttosto vorrei che tutti i soldati tornassero sani e salvi dalle loro famiglie. Ma è sempre la solita storia: i ricchi fanno la guerra e i poveri muoiono.

Cambiamo argomento: è vero che uscirà la sua autobiografia?

Sì, ho finto il libro una settimana fa. Racconta la storia della ma vita fino a 25 anni. Sono episodi che nessuno conosce, non mi andava di parlare di star, celebrità e gossip. Invece ho voluto narrare momenti della mia famiglia, i miei nonni, la mia città. E di quanto ho lottato per diventare musicista, le diverse band prima dei Police. Ho suonato di tutto e con tutti, dalle orchestre di ballo al rock più duro. Alcune band erano terribili.

Uh, i Police! Qualche mese fa vi siete riuniti: com'è andata?

Mah, è stato per un'occasione strana: la nostra introduzione nella Hall of Fame, una specie di museo del rock. Mi sentivo un po' combattuto: sono passati 25 anni, ma ancora non sento nostalgia per quel periodo. Forse con gli anni diventerò più sentimentale. Ora è troppo presto. Ma sono orgoglioso della band.

E' vero che il suo nomignolo deriva dalle strane magliette che indossava?

Ahimè, sì. Quand'ero giovane mettevo delle t-shirt a righe che mi facevano somigliare a una vespa. Da qui mi hanno soprannominato sting, pungiglione. Una vera stupidaggine.

Lo rileggeremo nell'autobiografia. A proposito, quando uscirà?

In gennaio. Per Mondadori.

Ma lo sa che è di Berlusconi?

Beh, non mi sorprende. Ormai possiede tutto. Magari è suo anche questo tavolo.

Intervista di Diego Perugini – L'UNITA' – 21/09/2003



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