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MUSICA

Tre accordi e basta: il suo rock tra rabbia, dissolutezza e utopia

Volevano essere dei bastardi. Il programma era semplice, tutto sommato: il mondo faceva schifo, l'Inghilterra di Sua Maestà era ributtante, i vecchi rocker oramai si erano modificati geneticamente in dei rammolliti, e a loro non rimaneva che una scelta, definitiva, perentoria: fare a pezzi i sogni. I sogni dei benpensanti, certo, i sogni della middleclass stipata nelle casette a schiera, affogata nell'insulsa nebbia inglese e rintronata dall'orgoglio reale britannico, ma anche i sogni di quelle anime belle sopravvissute alla rock revolution degli anni sessanta e settanta, il flower power e i cosiddetto impegno che era diventato star system danaroso e opulento, che si era tramutato nelle gonfie suites orchestrali del progressive rock o nella beffa androgina e da classifica del glam-rock, mentre la discomusic ingolfava le radio. Questo pensavano molti ragazzi inglesi, questo ribolliva nelle periferie industriali ma anche nei salotti color rosa-pudding, questa era la bolla esplosiva del punk dal '76 in poi. C'erano i mitici Ramones, che venivano dall'America e facevano impazzire i kids che affollavano i club londinesi, tra cui un giovane e rabbioso Joe Strummer. C'erano i Sex Pistols, che insultavano la Regina e cantavano (per così' dire) “io sono un anarchico, sono un anticristo”. C'era, soprattutto, l'incazzatura endemica dell'Inghilterra operaia e della borghesia annoiata: e c'era la voglia, il bisogno, di riappropriarsi di quanto di eversivo il rock aveva tirato fuori dal proprio Dna nelle origini, riprendersi il colpo pelvico di Elvis, l'allusione sessuale della musica nera, la “pericolosità sociale” dei Rolling Stones, la furia distruttiva dei primi Who e delle garage-band. Il tutto condito da suoni duri, chitarre ruspanti nel loro essere implacabili e sporche, da batterie violente, dall'infelicità che si faceva poesia rabbiosa e che odiava ogni poesia.

Sociologicamente, si può tranquillamente sostenere che il punk fosse una crisi di crescita. Il punk è il rock che, per la prima volta, si mette in discussione. Per la prima volta non si limita a voler buttare per aria i pilastri del sistema, ma anche la stessa mitologia del rock. Epperò, pur nella sua brama di nichilismo, anche il punk è stato un'utopia: e come ogni utopia ha avuto la sua fase di esaltazione e poi le proprie dinamiche di dissoluzione. Che, nella sua forma leggendaria e catartica, culmina nella morte di Sid Vicious, il bassista dei Sex Pistols. E nella sua forma creativa, si tramuta nella new age (americana e inglese): quasi da subito, il punk si spalma su quasi tutta la musica dell'epoca (se si esclude la vecchia generazione, che annaspa per poi riemergere abbastanza trionfalmente ai nostri giorni, i Dylan, i Mc Cartney eccetera), il nuovo modo di scrivere le canzoni impregna il presente: presa diretta e impatto emotivo, tre accordi e basta, rabbia che sgorga dagli abissi dell'animo, ma anche ironia e dissoluzione...a New York c'erano i Talking Heads e Patti Smith, a Los Angeles i Dead Kennedys, a Londra c'erano i Clash. Persino i Police, pulitini com'erano, sorgono dalla bomba innescata dai Pistols. Nessuno ci può girare intorno, e ognuno ci mette del proprio. E il rock ricomincia a correre: si riscopre il funk, il rock'n'roll, l'elettronica, si sposa il raggae, si torna a tuffarsi negli anfratti più bui della psiche collettiva e individuale (il cupio dissolvi del movimento dark, la disperazione dei Joy Division).

Oggi, anche quella è un'epopea passata. E' storia. Il rock, anche grazie al punk, ha imparato a vivere e rivivere le proprie stagioni metaboliche. Periodiche, si torna alle origini, con nuovi sapori, nuovi odori, nuovi sogni di rivolta e nuovi caduti sulla spesso dolorosa via del rock (ieri Cobain, oggi Strummer). Ogni volta sembra che si ricominci da capo: gli U2, di poco più giovani, hanno usato i Clash come proprio libro di testo, in tempi più recenti i figli di Strummer & co sono stati i politicizzatissimi Rage Against the Machine, i Manic Street Preachers, a loro modo i Mano Negra di Manu Chao. Oggi i ragazzi che impazziscono per il punk-ska e rollers postmoderni come i Libertines s'inchinano alla memoria di Joe Strummer. Ben sapendo che anche quella del punk – che i Clash avevano contribuito a inventare e, contemporaneamente, a trascendere – in fondo, era un utopia, perché distinguere i sogni e un'utopia. Nobile, soprattutto quando sulle macerie continui a costruire, come hanno fatto i Clash.

(P.S.: “La madre della dissolutezza non è la gioia, bensì la mancanza di gioia”, diceva Nietzsche (che ritmo, però, la dissolutezza).

Roberto Brunelli – L'UNITA' – 23/12/2002



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