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MUSICA

Sue: “Ecco il mio Charles eroe mistico e antirazzista”

Sue Mingus, vedova di Charles Mingus, uno dei più grandi jazzisti di ogni epoca, è una donna minuta, ancora molto bella, con due grandi occhi azzurri. Ha scritto un libro, "Tonight At Noon" (Baldini, Castoldi, Dalai, 324 pagine, 16.60 euro) sulla sua storia d'amore. Giovedì. Sue accompagnerà l'esibizione della Mingus Big Band, all'Expo del Jazz, leggendo un brano di questa struggente biografia, dell'amore che l'ha legata a Mingus sino al gennaio del 1979, quando il grande contrabassista morì per il morbo di Gehrig.

Sue, è stato amore a prima vista?

C'era senz'altro qualcosa di familiare, di già noto che mi ha attirato verso di lui attraverso una stanza rumorosa e piena di fumo. Il modo in cui riusciva a concentrarsi in mezzo alla gente, come se non ci fosse nulla intorno.

Cosa le è piaciuto di Mingus?

I suoi occhi neri e innocenti. Occhi vulnerabili, onesti.

E il suo cattivo carattere?

Non c'era certo nulla di violento o aggressivo intorno a Charles quando l'ho conosciuto.

Mingus scrisse di sé: sono tre persone, un uomo tranquillo, un animale spaventato che attacca prima di essere attaccato e...

... io ho conosciuto il terzo, la persona piena di gentilezza, e anche l'animale spaventato. Ma Mingus era trecento persone, non tre. Poliedrico e mutevole.

Ma che cosa ci faceva lei, wasp di ottima famiglia, nell'ambiente underground?

Ero co-editore di un giornale newyorkese, ed ero anche in un film di Rober Frank, più noto come fotografo ma che faceva anche film. Stava cercando una colonna sonora, e io ero lì per quel motivo. Ma non avevo mai sentito un concerto di jazz.

Ha mai rinunciato a qualcosa per stare con suo marito?

Io avevo il mio mondo e lui il suo, io il giornalismo e lui la musica. Nessuno di noi ha mai voluto essere l'altro. Ero orgogliosa di lui, non gelosa o competitiva.

Eppure la relazione è stata tempestosa. Mingus racconta di essere stato con 23 donne in una sola sera.

Tutte le lotte, gli alti e bassi li racconto in "Tonight at noon". Dopo otto anni di relazione burrascosa ci siamo sposati, e dopo due anni di matrimonio a Charles Mingus è stata diagnosticata la tremenda malattia che l'ha portato alla morte. Siamo andati in Messico, dove c'era una guaritrice, Pasquina, che ha fatto per lui dei riti speciali, nel buio assoluto. Ma era sconvolgente vedere Mingus, che era una persona essenzialmente fisica, bloccato e come congelato su una carrozzella.

Pensava alla vita dopo la morte?

Come molti musicisti era un mistico. Credeva che la musica venisse da dio. Lui era responsabile per il virtuosismo, l'esecuzione, ma le melodie gli venivano da Dio.

In che cosa credeva esattamente?

Che ci fossero molti modi per raggiungere Dio. Per questo era vicino all'India e al sincretismo dell'Induismo. Quando ho sparso le ceneri nelle acque gelide del Gange, è stata una cerimonia induista.

Credeva nelle stelle, nei segni?

E' sempre stato molto attento a questo genere di cose. Il fatto di essere nato il 22-4-22, il tuono che li ha segnalato la morte di Charlie Parker. Enche “Epitaph” l'ha composta sapendo che sarebbe stata suonata dopo la sua morte. Aveva questo tipo di premonizione.

Lei ora è una specie di musa. Sente la responsabilità di portare nel mondo la musica di Mingus?

La sua musica parla da sola. Ed è la gioia rivivere ogni volta le stesse atmosfere con la Mingus Big Band. E poi il jazz sta all'America come Mozart all'Europa. È la nostra musica classica.

Cosa pensava della politica?

Gli dispiacevano le ingiustizie ed era molto attento alle discriminazioni, ha scritto musica ispirata alla politica e alla Beat generation, ma non era un politico. Era troppo compositore per sottomettere le sue composizioni alla politica. Faceva politica con la musica.

Aveva rapporti con le Pantere Nere?

Faceva parte a sé. Non ha mai accettato di entrare in gruppi anche se glielo chiedevano. Era un musicista.

Temeva il razzismo?

Sì, diceva sempre: lo avverto dappertutto. Se due bianchi tintinnano un bicchiere, smetto di suonare e lo chiamo razzisti.

Come ricorda Mingus?

Era uno che sapeva sempre chi era, in un mondo che non sempre lo accettava. Aveva il colore sbagliato di pelle, non sempre è stato capito. E ce ne ha messo prima di essere accettato come compositore e non solo come musicista. Ma non ha mai dubitato di se Stesso. Non so se scriverò più di lui. Ma lui è nella sua musica, basta ascoltarla.

Intervista di Francesca Avanzino – IL SECOLO XIX – 15/03/2004



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