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MUSICA

Susana Baca, la voce del Perù

Gli occhi dolci e vivaci brillano di una luce calda, appassionata. Susana Baca non è una diva capricciosa. Appartiene piuttosto a quell'alveo in cui la corrente dell'arte non si separa mai dal fremito mercuriale della vita e delle emozioni. Originaria di Chorillos, un piccolo villaggio di pescatori nel Perù non lontano da Lima (dove, come lei ama ricordare, vivono i discendenti degli schiavi dai tempi del dominio spagnolo), Susana lavora da anni sul recupero e la diffusione della cultura e le tradizioni afro-peruviane, in un progetto che spesso assume i contorni della missione. Ma Susana è anche una cantante sofisticata e curiosa: in Espiritu Vivo (terzo disco realizzato per la casa discografica di David Byrne, Luka Bop) si confronta con musicisti che, sia con un'accezione impropria potremmo definire d'avanguardia, come John Medeski e Marc Ribot, in un repertorio che spazia con grazia e leggerezza tra brani suoi, standard jazz e composizioni di Caetano Veloso e Biörk. Con l'aggiunta poi, di una peculiarità spazio-temporale non trascurabile: senza un 'intenzione preventiva, il lavoro è stato registrato a New York nel settembre 2001, davanti ad un ristretto pubblico che con lei e la sua band ha finito per condividere uno stato d'animo sconvolto, smarrito. Una compassione di emozioni che ha generato un disco dallo spirito vivo.

Di passaggio a Roma proprio nei giorni immediatamente precedenti la grande mobilitazione sindacale del 23 marzo, ci ha parlato volentieri di politica, Perù, amore e musica.

Qual'è la tensione che anima i solchi del nuovo “Espiritu Vivo”?

Rispetto ai dischi precedenti c'è stata una connessione molto più diretta delle energie coinvolte. Eravamo a New York durante settembre, in un momento particolarmente doloroso per la sua gente. Proprio in quei giorni abbiamo tenuto un concerto che vedeva coinvolti musicisti peruviani e newyorkesi; dinanzi ad un pubblico ristretto, ha preso vita Espiritu Vivo. Questa è la novità del disco: aver fatto musica in quel momento, con il pubblico e i musicisti che condividevano il medesimo spirito, in una profonda sintonia emotiva. Per questo il disco si chiama così, perché fare musica in quel momento ha significato sentire tutta una serie di emozioni e ritrasmetterle.

Come nasce la tua collaborazione con il chitarrista Marc Ribot, già con Tom Waits, Beck e Cubanos Postizos)? Non credi che nonostante la differenza dei vostri percorsi musicali, condividiate invece un'attitudine simile?

Con Marc ci siamo conosciuti ai tempi di Eco de Sombras, il mio album precedente. Me lo propose il mio produttore, Craig Street, curioso di vedere che effetto poteva produrre sulla mia musica un musicista del genere. L'idea piaceva anche a me e, in effetti l'incontro si è rivelato davvero speciale: lui è un musicista particolarmente sensibile. Facciamo cose differenti, lui mi ha raccontato delle sue esperienze a fianco di alcuni grandi vecchi del blues e del jazz americano, ma in definitiva credo anch'io che esista un filo rosso che unisce la mia arte alla sua: una comune matrice africana. La grande diaspora nera che ha dato vita tanto alla musica da cui proviene Marc, quanto a quella verso cui guardo io.

Possiamo già tirare qualche somma sull'operato del nuovo presidente peruviano, Alejandro Toledo?

Quello che io oggi osservo è che il signor Toledo si è circondato di un gruppo di politici molto seri e preparati. Il ministero delle donne per esempio, è una donna di primissimo livello politico. Tuttavia non si avverte il principio di un risanamento; è vero che è passato ancora poco tempo dal suo insediamento, ma la sensazione è che i frutti del suo lavoro siano bel lontani dal manifestarsi. Certo è difficile, ma mi sembra proprio ci siano dei vizi culturali a monte nella sua riforma. Siamo un paese caratterizzato da grandi differenze culturali: c'è la cultura indigena, quella afro-peruviana e quella europea. L'equilibrio sostanziale all'interno del quale le tre culture convivevano, con Toledo è stato messo in discussione ad esclusivo vantaggio della cultura indigena. Quest'egemonia indigena, danneggia l'idea di mescolanza congenita alla storia stessa del Perù e segna, dal mio punto di vista, un passo indietro dal punto di vista culturale.

L'Italia sta attraversando un periodo politicamente e socialmente molto delicato. Hai avuto modo in questi giorni di farti un'idea su ciò che sta avvenendo?

Ho seguito con grande interesse la mobilitazione dei lavoratori, in risposta all'ipotesi di riforma dell'articolo che tutela i loro diritti. Posso raccontare la mia esperienza visto che una cosa analoga è già successa in Perù: quella fu una pagina nera per i diritti dei lavoratori nel mio paese. Certo non posso giudicare con cognizione di causa la realtà italiana, ma posso affermare che le politiche che tentano di mettere in discussione le conquiste delle battaglie sindacali sono sempre molto pericolose per la classe operaia.

Intervista di Mauro Zanda – L'UNITA' – 31/03/2002

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