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MUSICA

PICCOLA MONOGRAFIA SU NANNI SVAMPA

di Marco Levi

NANNI SVAMPA E L’ARTE NASCOSTA DELLE OSTERIE


“ a me piacciono gli anfratti bui

delle osterie dormienti,

dove la gente culmina nell’eccesso del canto,

a me piacciono le cose bestemmiate e leggere,

e i calici di vino profondi,

dove la mente esulta,

livello di magico pensiero.”

(…)

(Alda Merini, “Le Osterie”)


Nanni Svampa è la voce di una Milano che non esiste più.

Ascoltare di sfuggita la sua voce da uno stereo stonato di una bancarella alla fiera di Senigallia, è come la madeleine per Proust, è come tornare indietro nel tempo.

Un tempo l’avventore milanese che si fermava a bere in un’osteria era come in preda a un triste carnevale: esprimeva, grazie al vino e alla forza dionisiaca dell’ebbrezza, sé stesso nella disperata allegria del canto, per poi ritornare al quotidiano grigio della sua città.

Quegli stornelli, ricercati e raccolti da Svampa con filologica attenzione, sono molto più che ubriachi lamenti: sono la storia di Milano, sono il racconto di quando le pietre che calpestiamo erano vive. Sono l’allegria e il cinismo delle osterie, la ricchezza di quando erano poveri i navigli, le case di ringhiera, il vociare delle sciure, sono la cronaca nera, S.Vittore, l’amore puro e gli inganni dei mercati e la solitudine.

I personaggi di quelle canzoni non sono melodramma non sono burattini: sono personaggi storici. Il barbone la prostituta la vecchia l’ubriaco il monaco la mondina il lavoratore tradito dal padrone, la moglie e il marito…tutti vivono solo nel tempo in cui, per un giro di vita, Milano li ha ospitati. Così attraverso Svampa, guardiamo questi personaggi parlare la lingua del loro rione, nel loro rione muoversi e morire per qualche ingiustizia nel buio di una sera oppure ridere per un po’ di follia o di stanchezza: insomma ascoltare quelle canzoni è prendere consapevolezza del mutare della nostra società.

Già dalla fine degli anni ’60 era stata pubblicata un’opera in vinile che raccoglieva l’intera produzione meneghina cantata da Nanni Svampa, opera splendida, e da pochi anni ristampata in CD.

Intitolata “Milanese, antologia della canzone lombarda”, la raccolta è divisa per cronologie e tematiche, è un viaggio che comincia da lontano (brani come “Come diruto mediolano” oppure “ Pellegrin che vien da Roma” risalirebbero al XI XII secolo) percorre la storia fino ad arrivare alle canzoni di Jannacci, Della Mea, Valdi, Fo, Strehler, Fiorenzo Carpi ed altri protagonisti del mondo artistico della nostra operosa città.

Un patrimonio musicale un universo di registri che varia dal grottesco e tipicamente milanese di canzoni come “Risotto d’osteria” (tiritere, strambotti, e strofette popolari)” oppure “Spazzacamino”(sublime racconto di un amplesso tutto costruito su non troppo elevati doppi sensi) a specchi sociali amari ed intrisi di rabbia come “In libertà ti lascio”( canto di un carcerato) o “E con la cicca in bocca”(semplice realismo di povertà).

Nanni Svampa ha una voce perfetta sembra le storie che canta e le chitarre folk sono del grande musicista Lino Patruno, membro insieme a Magni, Brivio e Svampa del complesso musicale-cabarettistico dei Gufi operante nei lontani anni ’60.

Così come variano i registri anche gli arrangiamenti hanno comportamenti diversi: dal ruvido folk, creato come se fosse registrato in una notte qualunque di un’osteria, a colori delicatamente più jazz e profondi fino alla leggerezza popolare della canzone.


MILANO, NANNI SVAMPA E LE CANZONI DI BRASSENS


Svampa canta Brassens.

La scoperta della somiglianza sonora tra il dialetto milanese e il francese, una vita di emozioni e stima per l’arte del grande chansonnier francese, questi gli ingranaggi che portarono Svampa negli anni 60’ ad imbarcarsi nell’ambizioso progetto di tradurre ed interpretare moltissime tra le più belle ballate di Brassens.

Fu Fabrizio de Andrè, raffinato osservatore del mondo attorno a lui, a comprendere per primo la bellezza, l’ironia dissacratrice e la profondità delle canzoni di Brassens.

Tutti conosciamo i frutti di questo incontro di fuochi, ma non tutti conoscono l’altrettanto nobile lavoro di Svampa.

La traduzione di Svampa, pur nell’assoluto rispetto della canzone francese originaria, tende, in alcuni casi, a ridisegnare il mondo di quelle storie attraverso le tinte forti dei luoghi milanesi: è un processo artistico, è una parodia grazie alla quale il menestrello meneghino riesce ad esprimere la forza e la vita nascosta delle canzoni di Brassens..

Ma non fu semplice il lavoro:


“…Brassens ha elaborato una propria lingua, fatta di giochi di parole, di doppi sensi, di intuizioni e invenzioni linguistiche, dei riferimenti alla letteratura, di gergo della Francia del Sud o della mala. Non sono riproducibili, se non ribaltando anche proverbi e modi di dire francesi. Occorre dunque trovare delle soluzioni che abbiano lo stesso stile e forza dell'originale, oltre che ovviamente la medesima metrica. Il milanese, ma i dialetti in genere, aiutano in questo senso oltre che con il suono delle parole, anche nel trovare delle coloriture particolari. Proprio per questi motivi le mie versioni non si possono definire delle semplici traduzioni: c'è tutto un lavoro di adattamento, di ricerca sulle parole. Mantenendo inalterato il significato ho cercato a mia volta di giocare con la lingua, per rendere la stessa forza delle trovate di Brassens.”

(Nanni Svampa, in un'intervista di Luca Trambusti)


Svampa ha fatto in modo che le rivoluzionarie canzoni di Brassens arrivassero clandestinamente a Milano e cantassero per tutti noi: non solo col nostro dialetto, ma anche con la nostra cultura. Così si preserva, si muove nello spazio e nel tempo la poesia.

Un mondo lontano, profano e carico di una sconosciuta anarchia arrivava nei nostri cuori travestito da Madonnina del Duomo. Nei gesti, nelle storie e nelle facce della gente comune di Milano, Svampa fece rivivere quell’umanità, quella segreta unità universale e sotterranea, così vibrante nei solo apparentemente lontani versi di Brassens.

Così “Brave Margot” diventa “La Rita de l’Ortiga “(quartiere periferico di Milano), “Hècatombe” diventa “Al mercà de Porta romana”(altro quartiere milanese), così “L’assassinat” che Fabrizio de Andrè fece aprire con:


“non tutti nella capitale

sbocciano i fiori del male

qualche assassinio senza pretese

lo abbiamo anche noi in paese…”

(“Delitto di paese”)


Svampa lo tradusse:


“minga dumà in piazza del Domm

gh’è i delinquent e i donn

nel noster piccol à Lambraa

gh’è n’è che moeur mazzà…”

(“I assassit”)


Gli arrangiamenti di questo lavoro furono curati ed interpretati da Lino Patrono. Frizzanti ritmiche jazz, zingaresche si alternano a chitarre swing con contrabbassi a tamburo, il tutto avvolto da un atmosfera decadente e lontana.

Un disco che propone un viaggio, un disco che si fa riascoltare: “Svampa canta Brassens”, un classico della musica d’autore italiana


Intervista



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