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CINEMA

Quel gioco col potere della mente

Million Dollar Baby anima l'omonima novella pugilistica di F.X. Toole con la forza debordante di un gancio al fegato. Il film di Clint Eastwood è un capolavoro di economia narrativa, spietato e gentile: la boxe come ballata sdentata della vita, come non era stata filmata dai tempi di Fat City. I pugili di Eastwood, e di Toole, non sono i campioni ma dilettanti, topi di palestra messi alle corde dalla vita e dalla sorte, hanno un conto in sospeso col sacco pesante che devono pareggiare a forza di cazzotti. Nelle penombre pesanti della sua palestra scalcinata Frankie Dunn, ammaccato cutman irlandese, allena pugili e combatte contro i propri demoni cercando sul ring le risposte che dopo la messa il parroco non sa dargli. Al suo fianco c'è Eddie Dupris, Morgan Freeman, ex pugile lui stesso, segnato (“sanguinai molto quella sera, ma ero un uomo nero a San Bernardino. Ero pagato per questo...”) ma molto poco suonato, voce narrante e anima pulsante della storia. Vedere questi due veterani all'opera in un film terso e hard boiled come in altri tempi è una folgorazione: sul ring del film Clint e Freeman inscenano uno sparring asciutto, scarno, all'osso - il cinema di Burt Lancaster e di Kirk Douglas - il cinema della verità. Quando nella Hit Pit (buca da botte) all'ombra dei grattacieli di LA entra Maggie Fitzgerald, cameriera che ormai ha messo tutte le miglia che poteva fra sé e la sua vita negli Ozarks, Frankie fa di tutto per dissuaderla ma anche Maggie ha una partita aperta con se stessa e riuscirà infine a farsi allenare. È Hillary Swank in una performance all'altezza della sua Teena Brandon che in Boys Don't Cry gli valse l'oscar.

Cos'ha l'ambiente della boxe di così affascinante e «essenziale»?

Devo dire che è uno sport che veramente non capivo prima di cominciare questo film. Non riuscivo a capire il concetto di picchiare e farsi picchiare. Ma dopo essermi allenata e aver incontrato molti pugili ho solo rispetto per loro e per questo sport. È come una partita di scacchi, un balletto sul ring con un'altra persona, che cerca di capirti e tu cerchi di capire le sue debolezze e la sua forza. È un'analogia della vita perché si gioca sul potere della mente.

Il pugilato femminile è in un certo senso più puro, ancora meno corrotto dalle forze commerciali e di immagine... hai conosciuto molte boxer?

Sì. Lucia Rijker che recita nel film è quella che ammiro di più, ma non soltanto lei, tutte le ragazze con cui mi sono allenata in palestra a Brooklyn, ne ho incontrate tante e ho parlato con loro e gli ho chiesto perché lo facessero. Molte mi hanno detto che ne derivano un equilibrio, un equilibrio fra la potenza, la forza e la femminilità. Lo trovo straordinario.

Nel film Maggie ha una sola ambizione, allenarsi con Frankie cioè Clint. Posso immaginare un sentimento simile da parte di una giovane attrice che ha l'opportunità di lavorare con Eatswood...

Maggie non ha scelta, deve fare la pugile. Fa tutto ciò che può per realizzare questo sogno, vi si dedica completamente e per me è stato lo stesso quando ho iniziato a recitare. Ero determinata, volevo riuscirci, come Maggie. E poi lavorare con Clint, una delle icone del cinema, per me è stata la coronazione di un sogno.

Intervista di Luca Celada – IL MANIFESTO – 03/12/2004

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