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Antonio Tabucchi

Riflessioni di un impolitico

Caro Direttore,

Queste sono le considerazioni di un impolitico, e valgono per quello che valgono. E poi sono buttate giù alla rinfusa, come quando (per dirla col Poeta amato dai nostri manuali scolastici) piove dalle nuvole sparse sulle tamerici salmastre ed arse, e su qualche còccola aulente. E magari, nel mio caso, piove sul bagnato. Abbi pazienza.

  1. Prima osservazione. Un politologo con la patente, il prof. Galli Della Loggia, sul “Corriere” del 30 aprile non si trattiene, ed esterna tutta la sua disapprovazione per una sinistra che il 25 aprile ha manifestato unita, nel senso che, come dice lui, c'è dentro di tutto, dai no-global alle vecchiette. L'obiettivo della contumelia è soprattutto il sindacato, e in specie Sergio Cofferati, responsabile di questa scandalosa unione.

    Considerazione di un impolitico. Quando l'avversario piace a Della Loggia, sicuramente in quell'avversario c'è qualcosa che non va. Quando l'avversario non piace a Della Loggia, vuol dire che va proprio bene. Questo principio si chiama “prova del nove”, regolina matematica che ci insegnava il maestro alle elementari. Regola ripresa poi da quel simpatico investigatore inglese che dice sempre: “Elementare, Watson, elementare”.

  2. Seconda osservazione. Un altro politologo con la patente, il dottor Zincone, sempre sul “Corriere” del 1° maggio, depreca la scelta del presidente francese Chirac, uomo che rappresenta i valori della Repubblica, di rifiutarsi di discutere pubblicamente con Monsieur Le Pen, uomo che coltiva i principi nazi-fascisti e per il quale i campi di sterminio furono “un'inezia della Storia”. Cito il severo politologo del “Corriere”: Ecco il presidente della Repubblica (francese) che rifiuta sdegnosamente di confrontarsi con l'avversario, perché lo giudica ripugnante, Strano, stranissimo è questo atteggiamento. Noi (il politologo usa il plurale majestatis) credevamo che la democrazia liberale fosse obbligata a rispettare tutti i nemici. In primo luogo i più estranei, pericolosi, cattivi. Altrimenti, di che razza di democrazia parliamo”.

    Considerazione di un impolitico. Durante la scorsa campagna elettorale l'on. Berlusconi rifiutò sempre, sdegnosamente, di confrontarsi con il suo diretto avversario, l'on. Rutelli. E mai il politologo del “Corriere” alzò la sua autorevole voce di disapprovazione. Se ne potrebbe dedurre, seguendo la logica del politologo del “Corriere”, che l'on. Rutelli non era sufficientemente estraneo, pericoloso e cattivo, e che dunque non meritava nessun confronto. Un impolitico ancora più impolitico di me potrebbe dedurre anche che quelli pericolosi e cattivi (tipo gli indagati per mafia, per corruzione, per attività contro lo Stato, ecc), non potevano essere chiamati a confrontarsi con l'on. Berlusconi perché stavano nella sua coalizione. E dunque non gli erano sufficientemente “estranei”, requisito indispensabile secondo il severo politologo del “Corriere”.

  3. Terza osservazione. Il medesimo politologo, sempre sul “Corriere” del 1° maggio (mi scuso per la monotonia del quotidiano in questione, ma il pluralismo è fatto così) continua in questo modo: “Vent'anni fa, da noi, i missini e i comunisti erano accomunati dalla conventio ed excludendum; poi entrambi, trasformandosi, hanno raggiunto i vertici dello Stato, e la nostra democrazia se n'è arricchita”.

    Considerazione di un impolitico. Il politologo, nella sua analisi, ha dimenticato di dirci che le “trasformazioni” non arricchiscono solo la democrazia. Una villa a Portofino, una in Maremma, una barca nel Mediterraneo, la direzione (o l'aspirazione ad essa) di un giornale di indiscussa proprietà, ed ecco che intellettuali che negli anni '70 guardavano con simpatia dai salotti milanesi alle cosiddette avanguardie rivoluzionarie diventano integerrimi paladini del rispetto che la democrazia deve a Le Pen. Quale indubitabile arricchimento democratico!

  4. Quarta considerazione. L'onorevole Bossi (che Repubblica” chiama sempre “il Senatúr”) ha dichiarato il 30 maggio alle televisione di Stato (o di governo, a scelta): “I magistrati rappresentano un pericolo per la democrazia, e dovrebbero essere eletti direttamente dal popolo”.

    Considerazione di un impolitico. Si tratta di una dichiarazione chiaramente eversiva, perché lesiva dei principi costituzionali. Ma l'on. Bossi è ministro di questa Repubblica, cioè ministro delle istituzioni che aggredisce. Domanda dell'impolitico: ma questo onorevole non è forse stato accettato come ministro delle riforme istituzionali dal presidente della Repubblica? Risposta: sì. Ciò vuol dire che il presidente della Repubblica aveva fiducia nella luminosa figura di un uomo che le riforme istituzionali sa cosa sono. E se il presidente della Repubblica, il giorno successivo alle dichiarazioni del ministro di cui egli si è fatto garante, tace sulle sue dichiarazioni, non vuol forse dire che il ministro dice parole sante, e cioè che i magistrati dovrebbero essere eletti direttamente dal popolo? Perché, continua a domandarsi l'impolitico, se il Presidente della Repubblica, che secondo la Costituzione è anche Capo della magistratura, non ha obiezioni da fare alla proposta di un ministro da lui approvato, non significa forse che la considerazione assai politica del ministro non è affatto eversiva come ingenuamente si può pensare, ma costituisce un'interessante proposta di riforma delle nostre istituzioni? All'impolitico, poveretto, non restano altro che considerazioni del tutto marginali, che appartengono alla sua fantasia. Esempio: dove saranno eletti i futuri giudici? Su uno spiazzo erboso della Padania, durante una sana sagra di paese, con musica country? L'impolitico sta vaneggiando, ha visto troppi film di cow-boys: così si eleggevano gli sceriffi nel far-west.

    Caro Direttore, ti lascio con una nota a margine che però non è la considerazione di un impolitico, ma solo quella di uno scrittore di lingua italiana. L'antonomasia, nel bene e nel male, indica sempre un primato. Il Maligno per eccellenza è il diavolo, il Salvatore per eccellenza è Gesù Cristo. Che l'on. Bossi sia ormai, da più di un giornale indipendente, chiamato “il Senatúr” per antonamasia, rileva di un'indulgenza quasi affettuosa, una strizzata d'occhio, che indica una sorta di bonomia nei suoi confronti. Come dire: ma sì, forse le sue parole sono rozze e volgari, ma il Senatúr è fatto così. Personalmente preferirei lasciare l'antonomasia di “Senatúr” a personaggi come Alessandro Manzoni. Penso che sarebbe più appropriato chiamare Umberto Bossi con la sua qualifica: ministro Bossi. Servirebbe a ricordare a tutti gli italiani che rispettano la Costituzione una verità agghiacciante: Bossi è un ministro di questa Repubblica.

    Un cordiale saluto.

    Antonio Tabucchi – L'UNITA' – 03/05/2002





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