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Antonio Tabucchi

Guerra/1 - Il grande scoppio e i piccoli servi


I servi. Cosa ne sarà dei servi? Di noi, lo sappiamo. Siamo uomini incerti, sicuri per un attimo, ma di norma perplessi, anzi, indecisi, pronti a contraddirci, a inciampare miseramente nel pensiero che appena ieri pareva darci sicurezza. Un dubbio ci perseguita: sarà proprio così? Ma no, avevamo preso una cantonata. E subito dopo: e se invece fosse proprio così? Talvolta, raro, uno squarcio si apre: ah, abbiamo capito. Ma più spesso siamo al buio, procediamo a tentoni, ci pare insensato tutto, anzi, più che tutto, il mondo, anzi, più che il mondo, l’universo, anzi più che l’universo, noi stessi. E allora, dàgli con le eterne domande che in quel certo compleanno, in un brindisi mentale con noi stessi, ci eravamo ripromessi di non farci più. Perché arrivati a una certa età certe domande non te le puoi più fare, non è serio. Ma che senso ha tutto ciò? Cosa ci faccio qui? E se cambiassi tutto proprio ora? E se fossi sempre in tempo? E se... E se.
Lo specchio in quei momenti lì, si sa, meglio stargli alla larga. Non solo per le occhiaie, la brutta cera, l’espressione stolida di chi ha fatto una corsa col fiatone fino alla fermata dell’autobus, e non è che avesse perso l’autobus, e che il suo autobus era stato soppresso. No, è proprio il nostro volto che non ci va di vedere, ci pare detestabile. Il mento appoggiato alle mani, i gomiti sul tavolo, lo sguardo perso oltre la finestra, a guardar lontano senza vedere nulla: ce la faremo a passare il pomeriggio? Oltretutto è domenica. Che fatica, i dubbi!
E invece, i servi, loro! È pur vero che esistono da quando esiste il mondo, immutevoli come apparvero il primo giorno della creazione, sottratti per natura alle leggi dell’evoluzione darwiniana, quasi affermassero l’immutabilità dell’Essere; ma ci sono momenti della storia in cui abbondano, come certe annate per le arance, quando la raccolta è superiore al consumo. Hanno in mano la Storia. Perché, contrariamente a quello che si pensa, non sono i padroni che creano i servi, sono i servi che creano i padroni. Ne hanno bisogno come linfa vitale per poterli sconfessare al momento opportuno, e così eleggere un altro padrone per poi sconfessarlo ed eleggerne un altro e un altro ancora e ancora, all’infinito, così potranno continuare a essere sempre servi. I padroni, invece, sono caduchi.
Giorni fa guardavo in televisione la manifestazione che la televisione di Stato non ha trasmesso e i commentatori che erano chiamati a commentarla (per questo si chiamano commentatori). Il mondo intero era sceso nelle strade, nelle piazze delle città, quelle a noi più vicine e quelle più lontane, dai nomi esotici, ai tropici e agli antipodi. Erano milioni di persone. Si vedevano riprese dall’alto ed erano tanti puntini, sembravano formiche, quanta gente, pensavo, e ogni persona una testa diversa, come diceva mia nonna, e tutte quelle persone erano lì, tutte assieme, nelle loro diverse città perché pensavano la stessa cosa. Che strano, pensavo io, pensano tutti la stessa cosa che fra l’altro penso anch’io. E pensavo anche che se uno di quei milioni di puntini, uno qualsiasi, dove fosse fosse, a Tokyo o a Parigi o a Melbourne, aveva male a un piede, sentiva lo stesso dolore che sento io se ho male a un piede; e se era afflitto perché gli era morto un familiare o un amico, provava esattamente la stessa afflizione che ho provato io quando è morto un mio familiare o un mio amico; e se gioiva perché un suo familiare o un suo amico che sembrava dovesse morire era invece guarito, provava la stessa gioia che ho provato io quando un mio familiare o un mio amico che sembrava dovessero morire erano guariti. E se, casomai, sul tetto di casa sua fosse passata una nube radioattiva, avrebbe tirato le calze esattamente come le tirerei io se sul tetto di casa mia passasse una nube radioattiva, con gli stessi sintomi e le stesse pene corporali. E questo indipendentemente dalla lingua che parla, dal colore della sua pelle, dalla religione che pratica o non pratica e dalle abitudini alimentari. Tutte cose che sapevo già, naturalmente, ma che in quel momento ho «sentito» come non mi era mai capitato. E in quello stesso momento ho chiuso gli occhi e ho visto uno Scoppio. Il Grande Scoppio. Lo Scoppio Totale. Lo Scoppio Supremo. Lo Scoppio Assoluto. Nel bagliore di un attimo il dio distruttore ha annientato quel mondo che un dio creatore aveva impiegato sei giorni a impastare, come un Big-Bang alla rovescia: il Big-Flop. Non c’era più nessuno. Anch’io non c’ero più, anche se potevo ancora vedere il mondo. Liscio, levigato, silenzioso, coperto di talco, quel mondo di ogni cosa mondo girava a vuoto nel vuoto. Di umani nemmeno l’ombra: milioni di anni buttati via. O meglio, qualche ombra sulle pietre, come quella soglia di marmo che avevo visto a Hiroshima, dove una persona sorpresa dal Grande Scoppio, liquefacendosi, ha lasciato sulla soglia di casa l’impronta del suo corpo indelebile e transustanziata nel minerale come l’orma di una farfalla fossile. Così eravamo finiti tutti noi: ombre su pietre. E mentre dall’osservatorio dell’aldilà osservano la Terra desolata, all’improvviso un’idea è sopraggiunta. No, non era possibile che tutto fosse finito nel nulla. Forse c’era una speranza: i servi. Essi non moriranno con noi. A loro modo sono già morti, e dunque sono immuni. Si sono già suicidati, come i kamikaze il cui suicidio avviene prima di far scoppiare la cintura di tritolo, al momento di indossarla. E questa premorte assicura loro una ontologica sopravvivenza, quella stessa che ha li ha resi imperescibili, dagli Assiri-babilonesi all’era atomica. E allora, come portata da una disperata epifania, una convinzione di speranza per l’Umanità è nata dalla visione delle scorie radioattive. Sono balzato in piedi energico, convinto, più umano che mai. Servi, oh servi, ho pensato, forza, avanti!, la continuazione della specie è affidata a voi! Ora capisco perché potevate farvi beffe di coloro che temono l’apocalisse: grazie al Grande Scoppio, disintegrandomi, mi sono integrato; l’apocalisse non è uguale per tutti, sarà solo parziale, voi perpetuerete la stirpe di Caino. Il Giudizio Universale era solo una favola: gli uomini sono eterni. E la nostra eternità è affidata a voi.
Questo testo è stato scritto per la rivista di Tokyo «Subaru»
per ricordare la bomba atomica su Hiroshima e Nagasaki
(c) per l’Europa «l’Unità» e «El Paìs»


L'Unità on line 28/02/2003




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