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Antonio Tabucchi

Musica maestro



C'è una nuova canzoncina che si sta preparando per Sanremo. Veramente è vecchiotta, ma ora sta tornando con insistenza, come certe ariette che inzuppano l'anima, tipo dadaumpa. Le parole variano leggermente, ora dada ora umpa, ma il ritornello è sempre lo stesso: se l'Italia è così in basso la colpa è dell'opposizione che continua a non essere d'accordo con la maggioranza, diffondendo notizie false e tendenziose. Così questi ingrati italiani non hanno capito che il «premier» (Berlusconi lo chiamano così) le rogatorie le ha fatte per tutti loro, e così anche la legge Cirami, e il conflitto d'interessi vivo più che mai per mantenere la dinamica della società, e la legge sull'immunità che lui non voleva. Lui quella legge ha dovuto subirla per far contento Ciampi, come ha dichiarato a una radio francese, e per farci fare bella figura in Europa. Lui preferiva affrontare la sentenza del processo Sme, ma se il presidente della repubblica ti dice di sacrificarti per il bene della patria bisogna farlo. Ora il «premier» è arrivato a una svolta seria, per quel che riguarda un consenso totale che questi italiani ingrati gli rifiutano, e ha deciso che a questo punto il consenso se lo prende da solo, con la sua maggioranza parlamentare democraticamente eletta. Metodo che è già stato sperimentato con successo nel passato, come fecero certi grandi statisti del `900 tipo Mussolini e Salazar, che con la maggioranza parlamentare riuscirono a convincere l'ingrata minoranza contraria a trasformare la costituzione in uno stato corporativo. Perciò il «premier» ha allestito un comitato di costituzionalisti di fiducia del calibro di Calderoli e D'Onofrio e li ha inviati in montagna raccomandandogli di preparare la nuova Carta e soprattutto di non bere. E con costituzionalisti di questo tipo la corte costituzionale e gli eventuali altri garanti si troveranno disoccupati.

L'opposizione ha cominciato a dare segni di opposizione, seppure con la timidezza che si deve a un'opposizione ben educata come vuole un paese ben educato come l'Italia, nato contadino e un po' becero ma poi riscattato dai modi oxfordiani di Berlusconi e Bossi. E siccome Carta canta, al primo segno di inquietudine dell'opposizione l'arietta della canzoncina che vincerà il prossimo festival di Sanremo è cominciata a risuonare nell'aria. (Mi concedo una parentesi visto che neppure quest'anno né io, né credo il mio amico Vincenzo Consolo potremmo andare a Sanremo dove l'anno scorso un simpatizzante sommerso della Casa delle Libertà voleva inviarci tramite La Stampa, dopo il nostro rifiuto di seguire il dottor Sgarbi e il dottor Elkann al salone del Libro di Parigi. Ho l'impressione che l'edizione sanremese di quest'anno sia proprio fatta per Nico Orengo che finalmente potrà manifestare la sua dedizione urbana a Urbani, a Tony Renis, e alla vecchia Riviera. E già che c'è anche al bosco, pur bruciato che sia. Chiusa la parentesi).

Ma a parte gli scrittori con tale tenuta morale (Pasolini non è morto invano: se non ci fossero loro a rappresentare la coscienza civile dell'Italia saremmo davvero una vergogna come ci dipingono i giornali esteri), la canzoncina del prossimo festival l'ha riattaccata sul Corriere di ieri un pensoso politologo come Angelo Panebianco. Visto l'autore ho pensato che non fosse tutta farina del suo sacco. E infatti in simultanea il compagno Casini, al Festival estivo di Comunione e Liberazione, essendo meglio di altri comunionisti liberazionisti del passato, quelli che facevano capo all'Istituto Pollio e a Europa 70, che si sono messi nell'ombra dopo che i loro nomi sono finiti nella commissione stragi per certe amicizie pericolose con la destra eversiva, il compagno Casini, dicevo, con la serenità dell'uomo per bene che è stato baciato dalla fortuna, ha detto serenamente che finché l'opposizione non smetterà di opporsi (cosa che le potrebbe perfino favorire l'ingresso nella maggioranza, dando così vita finalmente a un sistema davvero maggioritario), fino ad allora le cose in Italia non possono andar bene. E a questo punto è entrato in scena il terzo musicante nella persona dell'ex leader della sinistra, l'onorevole D'Alema. Il quale, con la generosità che lo caratterizza, evitando di ricordare la strategia bicamerale che lo condusse alla vittoria, non ha voluto infierire sui vinti, e ha specificato che l'opposizione sarebbe anche d'accordo di lavorare serenamente con la maggioranza, solo che ha il problema delle frange. Con ciò non ha lasciato capire a quale frange del tappeto si riferisce il tessitor d'intese: forse alla società civile (a somiglianza del premier egli conta molto sulle segreterie del partito, ma diffida dei cittadini) o se si riferisce all'ala laburista del suo stesso partito, che come quello inglese non capisce come la visione del mondo di Tony Blair sia praticamente uguale a quella della signora Tatchter.

Certo la destra moderna è notevolmente migliorata rispetto ai fascismi che abbiamo conosciuto. Una volta i fascisti trovavano con le opposizioni delle maniere di convincimento robuste. Oggi invece si cruccia, si addolora. Questa ingrata sinistra, dice, possibile che continui a non piacergli la destra? E piange. Mi viene in mente una scena di «Amarcord», quando il padre di famiglia viene portato in questura e purgato all'olio di ricino perché continua a non piacergli il partito fascista. C'è un gerarca in carrozzella carico di medaglie, reduce ed eroe della marcia su Roma che si rifiuta di assistere alla terribile scena. Gli fa troppo pena. «Noi non vorremmo trattarli così, ma loro ci obbligano», ripete angosciato, «possibile che non ci amino, possibile che non capiscano il bene che il duce fa all'Italia?».

Lo spettacolo è divertente. In compartecipazione lo stiamo seguendo. Anche perché uno spettatore, che si è assunto il ruolo come me del cafone in canottiera, (Mario Pirani è troppo gentile a chiamarmi «istituzionalmente irrispettoso») si può sempre alzare in platea e tirare un gatto morto in faccia al trio sfiatato, come in un altro film di Fellini. Però maneggiare i gatti morti fa un po' schifo. E poi si è capito che questi qui ai gatti morti ci hanno fatto il callo. Anzi, probabilmente se li portano a casa e se li fanno cucinare alla cacciatora.

Antonio Tabucchi – IL MANIFESTO – 26/08/2003




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