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Antonio Tabucchi

Grazia l’è morta



Durante l’estate un giornalista che stimo, Mario Pirani, mi ha severamente redarguito per i miei “giudizi” sull’attuale presidente della Repubblica, rimproverandomi di essere istituzionalmente irrispettoso. Ho preferito non polemizzare in quest’Italia arroventata da incendi non solo boschivi. Con l’arrivo delle prime piogge desidererei però far notare ai lettori che eventualmente avessero commesso lo stesso equivoco di Pirani, che i miei non erano giudizi, ma solo constatazioni. Constatare nell’Italia di oggi sembra irriverente: bisogna far finta di non vedere. Ho semplicemente constatato che le leggi del governo Berlusconi sono state firmate da Ciampi “nulla interposita mora” come dicono quelli che usano il latino, cioè a tutta birra, come si dice alla buona.

Compresa la legge sull’immunità, per la quale il Presidente aveva 30 giorni di tempo per riflettere, potendo così consentire (mi si consenta) la requisitoria di un tribunale della Repubblica che era lì per venire. E che non venne. E qui sta il busillis.

Vorrei anche specificare che le mie constatazioni non riguardano l’istituzione presidenziale per la quale ho il massimo rispetto: ho a cuore la mia Costituzione, che spesso mi pare dileggiata proprio da chi ricopre ruoli istituzionali. Le mie constatazioni riguardano non il contenente ma il contenuto, cioè la persona fisica e mortale di un signore che all’anagrafe corrisponde al nome di Carlo Azeglio Ciampi, fatto di carne e ossa come me e Pirani. Non vorrei che si richiedesse la mia stima, perché la stima è come il coraggio di cui parlava Don Abbondio: se uno non ce l’ha non se la può dare. E se qualcuno si scandalizza perché non sto facendo l’agiografia di Padre Pio, mi spiace anche per questo, ma non è il mio compito: sto solo esprimendo la mia democratica critica all’operato di un presidente, cosa che negli Stati Uniti, paese da noi molto ammirato, si fa apertamente con giudizi che agli agiografi di Ciampi farebbero rizzare i capelli in capo. Si potrà obiettare che Bush è presidente di un grande paese democratico (o che lo era). Anche Ciampi, nel nostro piccolo.

Da tempo Pirani, come il sottoscritto, ha speso molte parole, finora purtroppo vane, affinché sia concessa la grazia ad Adriano Sofri. E con lui migliaia di cittadini, centinaia di sindaci, amministratori, personalità di vario genere, parlamentari di ogni colore politico. Si è dichiarato favorevole con sforzo perfino un germanista come Claudio Magris, la cui parola conta ovviamente come quella di un lusitanista come me. Solo che questa grazia nessuno sa a chi chiederla, perché in Italia esiste l’istituto giuridico della grazia, ma essa si è fatta più misteriosa di quella divina. Come se una Costituzione così chiara come la nostra fosse diventata un geroglifico impossibile da interpretare. Finalmente Marco Pannella ha concretamente sollevato la questione sostenendo che la firma della grazia spetta al presidente della Repubblica e attuando uno sciopero della fame. A confortare la posizione di Pannella è intervenuto il presidente emerito della Consulta, Giuliano Vassalli. Quella Consulta a cui Ciampi fa esaminare certe leggi (anche se le ha già firmate) che sono in odore di anticostituzionalità. Il quale Vassalli, in un articolo pubblicato da “La Repubblica” del 19 agosto (“È Ciampi che dà la grazia”), così spiega: “Che ci sia un potere istruttorio affidato dalla legge al ministro della Giustizia non urta contro il principio costituzionale, ma il principio costituzionale è chiarissimo: è il Presidente che concede la grazia. E se anche il ministro della Giustizia volesse rappresentare dei propri pareri in calce all’istruttoria, nessuno glielo impedisce. Questo parere non vincola in nessun modo il presidente della Repubblica, sarebbe eliminare una prerogativa costituzionale tipica dei capi di Stato”.

Già, Carlo Azeglio Ciampi è il capo dello Stato. E ha delle prerogative da capo di Stato. Forse il partito di coloro che con la nobile preoccupazione della giacca presidenziale circondano il presidente, tali prerogative le hanno pre-pensionate. Ma Ciampi (che d’ora in poi chiamerò il Colle, come ormai lo chiama la stampa italiana) prontamente ha fatto capire al partito dei giacchettari che alla propria giacca ci pensa da solo, emettendo il suo “non possumus” e specificando che egli ha la prerogativa di non volere certe prerogative, che poi è la prerogativa massima, e che la prerogativa della grazia spetta al ministro ingegner Castelli. E così anche il presidente emerito della Consulta ha dovuto correggere la sua precedente affermazione, dichiarando che quello del Colle è un “atteggiamento prudente e riservato”, cosa sulla quale io non ho dubbi. Talmente riservato che nel suo terzo punto del comunicato il Colle tiene a confermare che esprime “anche in questa occasione la sua piena fiducia al Segretario generale del Quirinale, Gaetano Gifuni”. Quando si dice assumersi le proprie prerogative.

E così il dilemma continua, con la palla lanciata da una racchetta all’altra, perché le prerogative oggi in Italia a volte abitano in un palazzo, a volte in un altro. La palla con cui questi signori giocano non rimbalza sul verde prato di un campo da tennis. Sta sul cortile di cemento di una galera, nelle ore d’aria consentite. Il dilemma che assilla le nostre istituzioni è un antico gioco italico che già praticava il Senato romano del Basso Impero, quando non contava più niente. In latino ha un nome che gli specialisti conoscono, e che in lingua volgare è stato tradotto con “scaricabarile”, o “menare il can per l’aia”. Il presidente emerito della Consulta, nel sottolineare la prudenza del Colle, fa però notare che il ministro ingegner Castelli, al quale il Colle ha rimandato la palla e che a sua volta l’ha respinta dichiarando seccamente che sul problema si era già espresso, “preannunciando la sua intenzione, Castelli ha rivendicato a sé una potestà inopportuna e persino offensiva nei confronti del capo dello Stato”. Che è un atteggiamento che lascio alla riflessione di chi mi considera istituzionalmente irrispettoso. Questo insieme alla rispettosissima frase di Berlusconi, cito fra virgolette, che “parte della magistratura è un cancro che deve essere estirpato”. Forse che il Colle non è anche il capo di questa magistratura? La domanda è irrispettosa, ma certo è che non obiettando, evidentemente il Colle non accetta più questa prerogativa. Ma l’atteggiamento del Colle è anche comprensibile, dal mio punto di vista, ovviamente.
Perché mai dovrebbe mettersi in conflitto il Colle nei confronti di un ministro della Giustizia che egli stesso ha accettato come ministro? Anche perché dei ministri come questo vanno a testa bassa e finisce che per dispetto fanno saltare un governo. E il padrone questo non lo vuole. Perciò il can per l’aia continuerà a essere menato. Fino all’arrivo di un Colle che le sue prerogative se le prende, e magari anche qualcosa di più. Cosa per la quale ha già messo dei “saggi” al lavoro su una seggiovia.
La prospettiva, del tutto prospettabile è doppiamente sinistra, anzi, destra. Non solo per la palla parcheggiata nel cortile, ma anche per tutti noi, per gli italiani a cui piace e a quelli che no. Perché allora sarà davvero finito lo scaricabarile. Saremo tutti in una botte di ferro, chiusa a chiave.

Antonio Tabucchi – L'UNITA' – 22/08/2003




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