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Antonio Tabucchi

Dico sì a Cuba, dico no a Castro

Le misure poliziesche che ultimamente il regime di Fidel Castro ha attuato con condanne a morte in processi a porte chiuse (condanne che il diritto giuridico internazionale definisce “sommarie”), e l’arresto di scrittori e intellettuali colpevoli di aver manifestato le loro opinioni, costituiscono l’ulteriore prova (se ce n’era ancora bisogno) di un sistema politico che dopo aver liberato Cuba da un regime totalitario, dopo quarant’anni al potere si è a sua volta trasformato in un altro regime totalitario anche se di segno opposto. Destino inevitabile di ogni sistema politico quando esso diviene sclerotico e del quale noi abbiamo talmente coscienza che le sue azioni ripetute ci restituiscono la monotonia di un brutto film visto troppe volte sullo schermo della storia del ventesimo secolo.

Il dinosauro senile che è diventato, a causa del tempo impietoso, il giovanotto rivoluzionario che in un tribunale di Batista pronunciò la frase “la storia mi assolverà”, ha fatto tutto il possibile per essere a sua volta condannato dalla storia. Il che conferma la frase del Premio Nobel Joseph Brodskij, sfuggito ai gulag staliniani, secondo cui la storia come tutti noi, gli uomini, non ha poi tante alternative.

La mia condanna del regime che Castro ha creato (un regime diventato una specie di monarchia ereditaria dove il Re Sole ha già designato come suo successore il suo fratello Raul - almeno l’imperatore Caligola aveva scelto come suo successore un cavallo, animale intelligente), non concerne affatto le conquiste sociali innegabili che Cuba può rivendicare: l’alfabetizzazione, il sistema scolastico, l’edilizia popolare che ha eliminato le “favelas”, la distribuzione più equilibrata delle modeste risorse economiche dell’isola, il sistema sanitario esemplare in confronto agli altri paesi dell’America Latina. Conquiste sociali ottenute malgrado un embargo arbitrario di una potenza come gli Stati Uniti che l’hanno imposta in maniera prepotente senza che l’Europa e l’Onu abbiano trovato i mezzi di opporvisi, embargo di cui approfitto per reclamare la fine.

Ma arriva un momento in cui si constata che anche il sistema sanitario più esemplare non può resuscitare degli uomini fucilati. Né può aiutare delle persone messe in galera per un delitto di opinione. La mia condanna in qualità di intellettuale che malgrado tutto continua a considerare la democrazia come il migliore dei sistemi politici possibili, riguarda dunque le basi politiche del sistema sul quale è edificato il regime di Fidel Castro. E sulla condanna di questo sistema io sono fermo e senza esitazioni.

Approfitto tuttavia della democrazia che l’Europa mette a mia disposizione per lanciare un allarme sul pericolo che la libera opinione corre in questo momento nel mio paese, l’Italia. Il sistema di una censura della parola la si può ottenere non soltanto all’antica maniera staliniana come a Cuba (un solo giornale, "Gramna" e una sola televisione); la si può ottenere anche con un pluralismo artificiale. Vale a dire molti giornali e molte televisioni. Alla condizione che tutto ciò appartenga alla stessa persona, come si sta verificando oggi nell’Italia del signor Berlusconi. Un’anomalia mostruosa per la democrazia, una situazione che non ha eguali in Europa. L’Europa democratica che questa sera a Parigi osserva con preoccupazione un paese che ci appartiene come tutti i paesi del mondo, ha il dovere, dopo aver dedicato la sua preoccupazione ai Caraibi, di guardarsi allo specchio, di osservare soprattutto gli altri paesi che appartengono al suo sistema politico e alla sua famiglia.

Antonio Tabucchi – L'UNITA' – 01/10/2003

(Intervento tenuto da Antonio Tabucchi il 30/09/2003 al Teatro degli Champs Elysées di Parigi, nell'ambito della manifestazione organizzata da “Reporters senza Frontiere”, per condannare il regime di Fidel Castro e di solidarietà verso gli intellettuali e gli scrittori cubani condannati dall’attuale regime per “delitto d’opinione”)




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