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Antonio Tabucchi

Se questa non è magia

A volte il giornalismo italiano sembra ispirarsi alle imprese dei compianti Franco e Ciccio, soprattutto al capolavoro Ultimo tango a Zagarolo. L’inizio di questo cult movie risale al maggio scorso, quando un giornalista di peso dell’Italia della nuova era, il signor Giuliano Ferrara, si vanta sul suo giornale (Il Foglio 16.5.2003) di essere stato un “analista dell’intelligence americana”. Che poi è la Cia (chi chiama spia una spia, come dice Travaglio, si vergogni: oggi si dice “analista per l’intelligence”). Un comunicato ufficiale dell’Ordine dei giornalisti della Lombardia del 24.6.2003 intitolato “Giuliano Ferrara spia della Cia: l’azione disciplinare è ormai prescritta”, fa sapere a pochi che “dopo aver esaminato gli articoli e la cassetta della trasmissione televisiva L’Infedele in cui G. Ferrara rivelava e quindi ribadiva di aver svolto a metà degli anni Ottanta attività di spia a pagamento per la Cia”, arriva alla conclusione che “l’attività di spia pur non essendo deontologicamente compatibile, l’ordine ha dovuto constatare che al momento della rivelazione erano ampiamente decorsi i cinque anni oltre i quali interviene la prescrizione”. Che benedizione, in Italia la prescrizione: se non ci fosse bisognerebbe inventarla.


A parte il comunicato dell’Ordine regionale della Lombardia, tutto il resto del giornalismo italiano ha taciuto. Evidentemente non sono più i tempi di Piazza Fontana, quando il Corriere della Sera fu costretto a liquidare il povero Zicari che faceva “l’analista” per conto dei servizi segreti dei Giannettini e compagnia, che per quanto “deviati” almeno erano italiani. Allora faceva indignare il saltare dalla finestra. Oggi si mangiano le minestre che passa il convento. La Storia italiana, che meraviglia.
Che allora nessuno si stupisse, mi indusse a stupirmi. E lo scrissi su l’Unità. Grave ingenuità, per chi ha letto quel romanzo di Eveling Waugh, dove un personaggio dice all’altro: “Ho saputo che tua madre faceva la prostituta a Chelsea”, e l’altro risponde compassato: “Mio caro avrà avuto le sue ragioni”.
Forse mi stupii più che per la sostanza, per la forma (la sostanza in Italia è diventata un optional: uno può anche essere un ladro, purché lo sappia fare bene). Rievocando gli incontri con l’individuo che gli passava i denari, quel “giovane sveglio e simpaticissimo agente americano” l’Analista dice di sé stesso: i dollari erano avvolti in uno busta giallina fantastica del peso giusto, e perdere l’innocenza era meraviglioso... qualche conversazione avveniva al Pincio vicino alla fontana luminosa... il passaggio di mano della busta aveva qualcosa di erotico” (Il Foglio 16.5.2003).


E noi che avevamo tutt’altra idea dell’erotismo: che antiquati. È pur vero che il maschio italico, dicono, non se la passa tanto bene. Ma non lo avevo mai visto così in basso. Tinto Brass avrebbe potuto fargli causa per concorrenza sleale. I francesi, polverizzati: quei francesi continuano a dire “cherchez la femme”, che ingenui. Macché: “cherchez la buste”.


Inaspettatamente questo tipo di erotismo ebbe un certo successo tanto che il Foglio dove esso veniva sbandierato è stato eletto “il giornale dei giornalisti”, come ho letto recentemente: “Il Foglio è il giornale dei giornalisti perché è intelligente, perché è fazioso, perché ce n’è sempre per qualcuno, è vitale, sanguigno, si fonda sulla goliardia... sta sempre al limite dell’irresponsabilità pericolosa e contundente”.


Passa il tempo e Betta seguendo il proverbio, non si marita. Finché un bel giorno, sempre sul “giornale dei giornalisti”, l’Analista se ne esce con questa trovata: “se mi ammazzano ricordatevi che è su mandato linguistico di Antonio Tabucchi e Furio Colombo, in concorso tra loro. Ricordatelo per metterci una pezza”. G. Ferrara, il Foglio 6 Ottobre 2003.


Chissà cosa vorrà dire, nel complicato immaginario erotico di Ferrara, l’aggettivo “linguista”. Però qui è sicuramente associato a un'idea necrofila, a un cadavere anticipato. E oltre tutto invita qualche sconosciuto “a metterci una pezza”, in tempo.


Non so se vi sareste allarmati anche voi, con tutta la brutta gente che c’è in giro in Italia. Io mi sono allarmato. E ho aspettato che il direttore di un giornale perbene si allarmasse quanto me e mi offrisse uno spazio di replica sul suo giornale (che non può essere l’Unità, visto che il direttore di quel giornale è stato definito l’altro “mandante linguistico”). Nessuno si fa vivo. Decido di replicare su uno stimato giornale francese dove scrivo da tempo. Il giornalista che mi ha definito “mandante linguistico” intercetta chissà come il mio articolo, lo scippa, se lo traduce, e se lo pubblica sul suo giornale prima che esca il mio. Non solo, lo fa scivolare nottetempo (alla fontana del Pincio?) al Corriere della Sera che mi prepara una lavata di capo puntuale sul mio articolo francese, che esce lo stesso giorno in cui esce il mio articolo. Chi lo fa non può avere letto il mio articolo, lo ha preso dietro la siepe da Ferrara. Non contento di tutto ciò, l’Analista, comincia ad agitarsi perché il giornale francese non gli concede “diritto di replica”. All’estero lo censurano, dice il poveretto. E in questa sua disperazione trova la comprensione dei colleghi. Ad esempio di Paolo Mieli, che sul Corriere della Sera, che poi è il giornale al quale lo ha passato nottetempo l’Analista, dichiara che l’ultima parola in questo caso l’ha scritta proprio Aldo Grasso. Il quale Grasso è poi colui che ricevendo dietro la siepe l’articolo scippato da Giuliano Ferrara si è incaricato di redarguirmi aspramente, prima che uscisse il mio articolo, di aver osato risentirmi su un giornale straniero contro l’infamia di Giuliano Ferrara. Signori, se questa non è magia. Se vi fosse capitato dato che è tornato alla ribalta, di rileggere sui giornali le affermazioni che nel 1980 il venerabile maestro della Loggia P2 Licio Gelli pubblicò sul Corriere della Sera (erano i tempi di Angelo Rizzoli e Bruno Tassan Din) capirete come me che la modernizzazione avanza. Stavo recentemente rileggendo Karl Kraus, che dedicò almeno un paio di libri (Tramonto del mondo per magie nere del 1922 e gli Invisibili del 1928) su quel giornalismo tedesco che ai suoi brutti tempi dette una mano a chi poi si prese tutto il braccio. E c’è una storiella che vi racconto per inciso, quella del tizio che per professione faceva il delatore e che a un certo punto, preso da gelosia per quelli che denunciava, visto che lui non lo denunciava nessuno, si denunciò da solo. E tutti i giornalisti dissero: geniale. E a scanso di equivoci presero a insultare quelli che lui aveva denunciato. Ma chiudiamo l’inciso e ritorniamo in argomento. Altra logica da Franco e Ciccio è che tu scrivi su un grande giornale francese e ti chiamano “provinciale” (Merlo). Poi scalpitano se non riescono a scriverci loro. Chiedo: ma che gliene frega della provincia, a chi sta nel centro del mondo? E poi si sa come sono all’estero. Per aprirti a un loro giornale devi averti conquistato un po’ di stima, che so, avere pubblicato alcuni libri nella loro lingua, aver insegnato nelle loro università, magari sempre nella loro lingua (mandati linguistici di diversa natura). Perché i francesi ci tengono al dialetto francese, per non parlare degli spagnoli, che ci tengono al dialetto spagnolo, e degli inglesi, che ci tengono al dialetto inglese: più della Lega con il Padano. In provincia sono chiusi, mica come da noi: uno arriva convinto di avere tanto potere, e quei provinciali lo trattano come in Italia sono trattati gli extracomunitari.


Però dispiace sentirli lamentare così, questi nostri connazionali che chiedono il diritto di replica. Se non glielo danno glielo diamo noi. Magari accettando la proposta di alcuni editori (e non solo francesi, così allarghiamo la provincia), che si sono incuriositi, e che desiderano dedicare al “caso” un libricino. Che poi non è neppure troppo difficile da fare: basta tradurre tutti gli articoli, a partire da quello che incrimina me e Furio Colombo e sistemarli uno dietro l’altro, in ordine cronologico. In fila. In fila per sei col resto di due, come i quarantaquattro gatti della canzoncina. E soprattutto senza commento, con delle essenziali note biografiche di tutti gli autori dell’articolo. Seguendo il saggio insegnamento che Ortega y Gassett dette a un suo discepolo che non sapeva come replicare a un polemista eccessivamente intemperante: “Si limiti a citarlo, si replicherà da solo”.


Antonio Tabucchi – L'UNITA' – 25/10/2003





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