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Antonio Tabucchi

L’odore delle armi

Mi pare ozioso commentare le parole del vicepresidente del Consiglio Gianfranco Fini sul pacifismo quale “caricatura della pace”, sul suo implicito elogio della guerra e sul suo appello alla “guerra contro il pacifismo”. Lo ha già fatto egregiamente su questo giornale Furio Colombo. Fini è solo logico, e le sue parole appartengono alla ideologia da cui proviene: “La guerra sola igiene del mondo” di Marinetti, l’insegnamento del suo maestro Almirante di cui è stato il pupillo prediletto, che firmava i bandi nazifascisti contro i partigiani durante la Repubblica di Salò.


Fini è solo più franco del resto della compagine di governo, che usa mezzucci più mediocri: oscura in televisione le grandi manifestazioni pacifiste in Italia e nel mondo, rispolvera leggi del ventennio per far togliere la bandiere pacifiste dai luoghi pubblici, perché una legge ancora in vigore dice che solo il tricolore e i ritratti del duce e di Vittorio Emanuele III possono apparire nei luoghi dello Stato italiano. Fini potrebbe anche esigere di vederla applicata alla lettera.


Del resto l’Italia ha una solida tradizione fascista. Anzi, il fascismo è l’unica forma di Stato originale che l’Italia ha prodotto esportandolo nel Novecento con successo in Germania, Spagna, Portogallo, Ungheria, Romania. Le altre forme che ha sperimentato, monarchia costituzionale e repubblica parlamentare, non sono di origine italiana, sono state copiate da altri Paesi.


Una tradizione, quella italiana, che trovò un largo consenso nel ventennio (gli italiani andarono tutti dietro a Mussolini, perché gli piacque) e a contestare lo Stato corporativo e totalitario, lo Stato etico di Gentile, fu un’aristocrazia operaia e intellettuale, quella che poi organizzò la Resistenza, che divenne lotta di popolo solo quando l’Italia si trovò in fondo al baratro. Non mi stupirei se presto tornassero in auge le delazioni, visto che la delazione fu un’attività praticata con passione dagli italiani durante l’occupazione nazista. Mi si obietterà che molte famiglie ricoverarono Ebrei e altri perseguitati. È vero, ed ho l’orgoglio di conoscere proprio una di queste famiglie. Ma anche qui è una questione di prevalenza, e gli storici sul problema hanno raccolto documenti in abbondanza: a una grandissima parte degli italiani piaceva denunciare. Del resto il sistema di Berlusconi, con l’istituzione dei telefoni ai quali i cittadini possono denunciare gli insegnanti che non concordano con le leggi del governo sono già un buon inizio: al Viminale si registra e si scheda. Le compagnie telefoniche che forniscono alla presidenza del Consiglio i numeri privati di tutti i cellulari degli italiani, oltre che una forma di intimidazione intollerabile in ogni democrazia, sono la dimostrazione spudorata della forma di controllo arbitrario cui gli italiani sono sottoposti.


L’Italia è il paese del “Noi diviso”, per dirla con il titolo di un libro di un grande filosofo attuale, Remo Bodei: una buona parte degli italiani è sinceramente democratica, un’altra buona parte profondamente fascistoide. Perché il sentire fascista, nel suo senso più largo, se lo è sempre tenuto dentro. E in un sistema democratico è solo questione di prevalenza. Oggi, per tutta una serie di motivi che lascio all’esame degli storici, dei politologi e dei sociologi, il sentire fascista è maggioritario. Del resto non ho mai creduto che Berlusconi abbia vinto le elezioni perché ha ingannato “la gente”. Credo che Berlusconi e una certa Italia si sono piaciuti perché si assomigliano. E chi si assomiglia, si piglia.
Detto questo, vorrei però notare che finché la Costituzione italiana non avrà sostituito l’articolo che dice: “L’Italia è un paese che ripudia la guerra”, con “L’Italia è un paese che ama la guerra”, il nostro è un paese dichiaratamente pacifista, e che dunque le parole di Fini suonano di spregio allo spirito della nostra Carta Costituzionale. Ciò avrebbe meritato almeno un richiamo da parte di chi della Costituzione è il garante. Osservo inoltre che le parole di Fini risultano spregiative nei confronti dei militari italiani in Iraq. Fino a prova contraria il contingente italiano è in Iraq “in missione di pace”, e chi compie una missione di pace è necessariamente un pacifista. A meno che l’on. Fini non abbia altre informazioni sull’attività dei militari italiani di cui noi, in questa guerra sporca e priva di osservatori internazionali legittimi e credibili, non disponiamo.


Antonio Tabucchi – L'UNITA' – 21/09/2004




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