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Antonio Tabucchi

Vergogna d'agosto

Di nuovo l’agosto, un altro agosto, che si somma agli agosti trascorsi (più che primavere, molti agosti), con gli anni che si succedono implacabili per me come per tutti, e che ad ogni agosto, almeno per me, portano implacabilmente un senso di colpa per una colpa che non è mia, verso una persona che da molti anni, troppi, passa i suoi agosti in una cella o nell’assolato cortile di cemento di un carcere. Adriano Sofri. Un uomo per il quale molti cittadini italiani attendono la grazia, invocano la grazia, e che invece pare diventato la pedina di un gioco di scacchi insensato che la politica italiana ha inventato per sadismo, come se egli fosse un ostaggio il cui prezzo tutti sarebbero pronti a pagare, apparentemente, solo che non hanno liquido disponibile. Nelle vene. Anzi, non hanno linfa. Nella testa. Nei testicoli. Dentro il loro corpo scorre una sabbia polverosa, eventualmente sostanze non identificate.


Facciamolo penare ancora un po’, sembra che si dicano, non si è ancora pentito.
Già, ma di cosa? E poi, perché deve pentirsi proprio lui? Non gli basta il “pentito” sulla cui unica parola la Giustizia ha fondato il suo giudizio definitivo? Un pentito ce l’avete, signori, verrebbe voglia di dirgli, ed è stato ben ricompensato del suo “pentimento”, pentimento avvenuto prima che si pentisse davvero, nottetempo, per un mese intero, in una caserma dei carabinieri. Non basta? Chi ha potere di farlo non vuol firmare la grazia a Sofri.


Ebbene, chiamate Leonardo Marino, fatevi firmare una grazia come prestanome. Chissà che nel frattempo non si sia davvero pentito di “essersi pentito”. Anche lui ha dei figli, dopo tutto.
Il senso di colpa di essere al mare, d’agosto, mentre qualcuno che sarebbe tempo che fosse liberato bolle sul cemento. Che sarebbe tempo fosse liberato perché non è comprensibile che sia stato imprigionato. Perché la parola di un pentito non è una prova, e la negazione della revisione del processo è la controprova di una prova mancante.


Senso di colpa assurdo, certo. Ma anche senso di vergogna.
E anche la vergogna non è mia. È dell’Italia. È dei suoi caporali. Non uomini, caporali.
Questa Italia idiota, meschina, arrogante, volgare, razzista, pavida, serva, cattiva, kitch, patriottarda o secessionista, fatta di ministri incolti, di ometti prepotenti e sgrammaticati, di crocifissari che però praticano riti celtici; questa Italia rozza, polentara, che non è mai andata all’estero, che si dichiara americana, ma che in realtà odia l’America perché odia i valori della democrazia e della cultura americana, odia Lincoln, Kennedy, Luther King, Whitman, Norman Mailer, Philip Roth, Kerouak, Susan Sondag; ama Bush, il klu-klux-klan, il segregazionismo, i cowboys che sterminarono gli indiani, i pistoleros, le armi tenute nel comodino della camera da letto, il fai-giustizia-da-te; l’Italia per la quale i vecchi nazifascisti come il maresciallo Graziani che fucilavano i civili guidando le SS sono “i ragazzi di Salò” che poverini fecero la scelta sbagliata ma amavano la patria; l’Italia dove dei giornalisti improvvisatisi scrittori attribuiscono i massacri ai partigiani che liberarono l’Italia dalla Bestia fascista. L’Italia qualunquista, piccoloborghese, dei signori per bene che vanno a messa con la consorte impermanentata e che ricevono bustarelle, l’Italia corrotta, bizantina, compromessa. L’Italia del compromesso, soprattutto con se stessa.

Come ascoltare il canto delle cicale in questo agosto senza avvertire le voci dei morti per stragi che reclamano giustizia? Come fare la siesta senza vedere sul soffitto, fra le strisce di luci ed ombra che le persiane disegnano, le incerte figure di coloro che morirono e non si sa ancora il perché? E nel silenzio del meriggio sentire il silenzio assordante di un prigioniero che tace perché ha la dignità di tacere e del quale avverto soltanto il passo leggero monotono circolare sul cemento di un cortile carcerario?


Il collettore pre-scelto delle ignominie del Bel Paese, il capro espiatorio grazie al quale l’Italia crede di aver fatto il lifting alla propria coscienza avvizzita.
Sofri mio rimorso, mio rimorso di tutti noi.


Antonio Tabucchi – L'UNITA' – 10/08/2004




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