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Antonio Tabucchi

La grazia di dare la grazia

Riassunto delle puntate precedenti. L’estate scorsa i cittadini italiani scoprirono con stupore che le massime autorità dello Stato non sapevano a chi spettasse l’istituto della grazia. Cioè: chi può concedere in Italia la grazia a un condannato? Il problema nacque (perché pare non fosse mai esistito, le grazie le avevano sempre concesse i presidenti della Repubblica) a proposito di un’eventuale grazia a Sofri, Bompressi e Pietrostefani, condannati a una pena di 22 anni di prigione sulla confessione contraddittoria di un “pentito” e dopo un’insolita serie di giudizi e controgiudizi (una decina) durante i quali erano stati anche assolti.


Si manifestò subito il ministro della Giustizia ingegner Castelli, il quale fece sapere che senza il suo beneplacito non c’era grazia che tenesse. In seguito, interpellato dalla stampa, il presidente emerito della Corte Costituzionale, Conso, espresse questa opinione: da quando l’Italia è una Repubblica la grazia spetta al Presidente della Repubblica. Ma il giorno dopo, con una nota ufficiale, l’autorevole consigliere del Quirinale prof. Gifuni faceva sapere di aver rinvenuto un paragrafo della Costituzione secondo il quale senza il parere favorevole del ministero della Giustizia non si poteva concedere la grazia.


La strana faccenda prosegue con la geniale trovata di alcuni parlamentari che escogitano una legge, detta “bozza Boato” in virtù della quale si affermava per legge che il compito di dare la grazia spettava a Ciampi, cioè sostanzialmente che egli era un Presidente della Repubblica a tutti gli effetti. La legge rassicurò talmente Ciampi sulle sue competenze che egli, abbandonando la consueta cautela, fece sapere alla stampa che se la legge fosse passata avrebbe concesso la grazia a Sofri, Bompressi e Pietrostefani. Senonché la bozza fu trombata in Parlamento proprio dal Polo, cioè dagli “amici degli amici” di Sofri, e in particolare dai fedelissimi di Berlusconi, colui che appena un anno prima aveva dichiarato con clamore che era strafavorevole alla grazia a Sofri. Quando si dice essere di parola. Uno che su questa faccenda non si è dato pace è Marco Pannella. Voleva che gli spiegassero perché e da quando il presidente della Repubblica non ha più il potere di grazia. Ha tentato in tutti i modi, ha anche digiunato, ma invano. Si sa dove sta Sofri - in prigione - ma non si sa dove sia la grazia, o perché sia scivolata tra le rudi prerogative dell’ing. Castelli


E veniamo alla puntata attuale del dramma di tre condannati con cui la classe politica dirigente italiana pare divertirsi come al circo. Puntata che si potrebbe riassumere così: “A Sofri e compagni la grazia non viene concessa perché loro non la chiedono”. O più sinteticamente: “Se Sofri vuole la grazia deve chiederla”. Diceria che è prova ulteriore dell’immaturità delle nostre istituzioni e che rischia di diffondersi rendendo l’Italia più disorientata di quello che già è. Chi sia il diffusore di questa diceria non so, ma sta prendendo piede. Ad essa, che gioca sulla informazione malata di cui soffre il Paese, si potrebbe replicare che i legali e la famiglia di Bompressi hanno da tempo chiesto la grazia per le condizioni di salute in cui versa il condannato, finito dal carcere all’ospedale con 35 chili di peso e una flebo nel braccio, e che è ridotto a un’ombra vivente. E che tale richiesta è stata respinta dall’ufficio dell’ingegner Castelli. Punto e basta. Ma vorrei dire a dei politici i quali invocano per la Costituzione Europea il richiamo alle radici cristiane ma che non sembrano avere un’idea del cristianesimo, che cosa del cristianesimo è transitato nel nostro sistema giuridico. Quale sia, cioè, il significato della grazia.


La grazia (chàris in greco, hesed in ebraico) è termine con cui nell’Antico Testamento si indica una sorta di benevolenza speciale, di favore di Dio, verso il popolo d’Israele. Chi la introduce nel cristianesimo è Paolo, che l’attribuisce al Cristo, e dunque alla Chiesa fondata sul Cristo che Paolo intende istituire. Facendone un termine ecclesiologico, Paolo traduce in termini pratici l’idea di grazia, e quindi la rende sistematica. Se mi si permette il paragone, Paolo è un po’ il Lenin della situazione rispetto alle teorie di Marx: un muratore. Colui che invece attribuisce alla grazia una dimensione sublime e misteriosa è Sant’Agostino che nelle “Confessioni” parla della superiorità della grazia al di là di ogni merito umano e della insondabilità della volontà divina che la dispensa. Una dimensione salvifica e redentrice, dono divino non comprensibile dall’umana intelligenza.


La grazia entra nello iure con questo senso. La grazia è un dono, e in quanto tale non la si chiede, si riceve. Perché se uno chiede un regalo esso non è più un regalo. Il regalo è gratuito, spontaneo, non richiesto. Dipende unicamente dall’iniziativa di chi fa quel regalo che può, al limite, vederselo rifiutare. Ed è anche qualcosa di assolutamente diverso da un atto di clemenza, perché la clemenza appartiene ai sovrani assoluti che spesso la esercitano per far vedere ai sudditi quanto sono clementi. Infatti la grazia non appartiene al piano della Giustizia, perché essa va oltre la Giustizia e per questo è affidata a qualcuno che (anche se solo simbolicamente) è più in alto degli altri, perfino dei giudici. E si noti che egli non prevarica i giudici né da essi è prevaricato, perché se chi può condannare (i giudici) non può

graziare, allo stesso modo chi ha il potere di graziare non può comminare condanne come i giudici. È insomma il potere di chi non ha un effettivo potere se non quello, moralmente altissimo, di essere il primus inter pares. Peccato che chi ha questo potere in Italia lo stia allontanando da sé, quasi che ne avesse paura, delegandolo a chi della grazia ha un’idea contabile, ragionieristica, funzionaria, burocratica. La grazia del libro-paga.


Antonio Tabucchi – L'UNITA' – 23/08/2004




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