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Antonio Tabucchi

Tutti a destra

Gli strateghi della Sinistra italiana sono già al lavoro per trarre lezione dalle presidenziali americane. Il primo ad esprimere la sua riflessione è Massimo D'Alema, che in un'intervista a Repubblica del 4 novembre sostiene che “dobbiamo sforzarci di comprendere la nuova destra”, e che “con certe forme di radicalismo, che un tempo avremmo definito piccolo-borghese, non si va da nessuna parte”. E qui c'è una tirata d'orecchie a Michael Moore, e l'invito di guardare al “centro” (o al “limbo”) come possibile area di consenso onde pescare voti. Nella recente (garbata ma acuminata) polemica fra due importanti opinionisti italiani, uno di sinistra, Eugenio Scalfari, e l'altro di destra, Giovanni Sartori (benché di una destra civilissima, democratica e anti-berlusconiana), Massimo D'Alema si schiera nettamente col pensiero di Sartori, il quale sostiene che la Sinistra per vincere dovrebbe pescare al centro (o nell'area dove pesca tradizionalmente la destra). Qualcuno mi dovrà spiegare un giorno quale interesse può avere a far vincere la Sinistra con i propri consigli una persona che in un paese democratico normale siederebbe comechessia nell'emiciclo parlamentare della destra. Straordinario poi lo zelo dell'oldcon Galli Della Loggia nell'elargire, ancora ieri, i suoi consigli alla Sinistra su come seguire le sue orme per diventare una vera destra. Non capisco perché li sprechi a manca quando potrebbe darli a dritta. Fini e Buttiglione ne farebbero tesoro per essere presentabili in Europa. E qualcuno mi dovrà spiegare anche il contrario: come mai, quando la Sinistra era al governo, a nessun uomo di sinistra è mai venuto in mente di consigliare Berlusconi, se volesse vincere le prossime elezioni, di fare una politica di sinistra.

C'è poi un'espressione di D'Alema che mi fa suonare un campanello d'allarme allorché, riferendosi a un qualcosa che egli nebulosamente definisce “certe forme di radicalismo” (suppongo si riferisca a tendenze e convinzioni di vaste aree della società civile, che spesso trovano portavoce in artisti o intellettuali), ricorda che “tali forme di radicalismo, una volta si sarebbero definite piccolo-borghesi”. Già, una volta. E qui, purtroppo, il punto si fa di nuovo dolente, quaranta o cinquant'anni dopo.

È un ricordo che suona tristemente negli orecchi, perché “piccolo-borghese” era un epiteto infamante nell'Unione Sovietica del socialismo reale, nonché riservato a gente da disprezzare nel centralismo democratico di Togliatti. Vittorini era un “piccolo-borghese” per Togliatti. E tutti gli intellettuali, Calvino compreso, che nel `56, vedendo arrivare i carri armati russi in Ungheria uscirono dal Pci fedele alleato del Cremlino, erano dei “piccolo-borghesi”. È l'eterno divorzio italiano, come diceva Norberto Bobbio, della politica italiana dalla cultura. O meglio, il pensiero dominante dei politici italiani secondo cui la politica deve essere relegata negli uffici della politica e affidata a dei custodi-funzionari: come se la politica non fosse essa stessa cultura, non fosse fatta di idee, di istanze, di modelli socio-culturali.

Da qui, probabilmente, il sospetto dei politici per la cultura, per gli artisti, per gli intellettuali, per “coloro che pensano”. Un modo tutto italiano di concepire la politica, lontanissimo dai Democratici americani, che non avendo nella loro tradizione il pensiero comunista del centralismo democratico hanno sempre tenuto in gran conto i loro intellettuali e i loro artisti. Kerry che ha perso perché ha dato retta a dei radicali “piccolo-borghesi” come Michael Moore. Si poteva mai sentire analisi più bizzarra?

Ma ve lo immaginate il partito democratico americano che mette al bando intellettuali come Susan Sontag, Norman Mailer, Noam Chomsky, Michael Moore o tutti gli artisti dello spettacolo che hanno scoperto le carte di Bush, i suoi interessi nel petrolio, gli affari in comune della compagnia di suo padre con la famiglia Bin Laden, la buia e reazionaria ideologia di cui si è fatto portatore, insomma tutto ciò che uno sfidante non poteva includere nel suo programma elettorale né nei suoi dibattiti televisivi? Perché (e qui sta il nocciolo che mi pare non sia stato individuato da Massimo D'Alema allorché parla di una nuova destra da guardare con attenzione per capirla meglio), con Bush ha semplicemente vinto John Wayne, e la “nuova-destra” è solo l'invenzione di pochi consiglieri che circondano George Bush e che coagulano e raccolgono le idee e le istanze della pancia di un'America di destra che di nuovo ha molto poco, perché è una destra vecchia come il cucco. È la destra dell'intolleranza, del bigottismo, della ruralità, del cattolicesimo e del protestantesimo fondamentalisti: una destra che viene dritta dall'Ottocento, e basterebbe leggere i grandi scrittori americani per ritrovarvela spiccicata. È la destra del Velo nero del pastore di Hawthorne, del Billy Budd di Melville, della Bibbia presa alla lettera che soffocò Emily Dickinson, della rigidità puritana contro cui si alzò la poesia di Withman. Altro che “radicalismo piccolo-borghese”: in America hanno vinto le classi meno illuminate, le masse più incolte, insieme alla borghesia più ricca e più favorita dalle guerre di Bush. E alla citazione di Gramsci di cui D'Alema si serve (“La chiave dell'egemonia sta nel capire le ragioni degli altri”) si potrebbe opporre un'altra citazione di Gramsci che mi pare più appropriata alla situazione americana: cioè che “le masse sono un serbatoio di reazione”, e concludere che le “ragioni degli altri”, cioè di queste masse che hanno votato per Bush, le abbiamo capite fin troppo bene. Ma ho l'impressione che il panorama della nostra Europa non sia esattamente quello americano. Un tale “serbatoio reazionario”, escluse delle macchie di leopardo come certi paesi nuovi membri (e attualmente il nostro), in Europa non lo vedo. A Bruxelles non si chiede che Dio benedica l'Europa, non si prevedono guerre di religione, e si rimandano a casa aspiranti commissari con idee da congresso di Vienna. Del resto Zapatero non ha vinto le elezioni per aver promesso al suo elettorato una politica vicina a quella di Aznar, ma una diametralmente opposta, che sta puntualmente mettendo in pratica.

Mi propongo quale “estremista” ed estremizzo il concetto che serpeggia in una certa sinistra, secondo il quale per vincere le elezioni si deve fare una politica tenera con la destra. Ma allora, perché non scavalcare con decisione a destra la cosiddetta “nuova destra”? La sinistra potrebbe vincere davvero e proporsi come “nuova-nuova destra”. E starebbe proprio tranquilla: sarebbe al governo ma non la riconoscerebbe nessuno.


Antonio Tabucchi – IL MANIFESTO – 07/11/2004




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