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Antonio Tabucchi

Norman Manea – L'eterno straniero

Ho conosciuto Norman Manea nell'autunno del 2003 al Bard College di New York, dove mi aveva invitato a tenere un corso presso la sua cattedra di Cultura europea.

Del lungo periodo trascorso a New York, i giorni passati con lui sono indelebili nella mia memoria.

Ricordo la soggezione con cui mi recai al nostro primo incontro, in un ristorante di Rhinebeck, sulle rive dell' Hudson.

Manea era accompagnato da sua moglie Cella, io da Maria José.


Ci condusse in macchina una giovane collega italianista, Nina Cannizzaro, cui mi ero rivolto forse nel timore di affrontare direttamente uno scrittore i cui libri mi avevano suscitato grande turbamento e al quale era toccato il male del nostro secolo e il peggio che la nostra Europa avesse prodotto: un peggio che egli aveva trasformato in altissima letteratura. La mia soggezione cominciò a sciogliersi durante le lezioni. Norman introduceva l'argomento del giorno, poi mi lasciava parlare a ruota libera prendendo rapidi appunti, e alle fine della lezione puntualizzava, tirava le conclusioni e suscitava il dibattito che grazie alla sua affabilità si traduceva in una cordiale conversazione con gli studenti. Non so quando il nostro rapporto formale divenne un'amicizia che tuttavia non osavo dichiarare. Forse certe sere in cui veniva a cena da noi, per mangiare una pasta italiana nella casa troppo grande in mezzo al bosco che il College mi aveva messo a disposizione. Forse un pomeriggio d'autunno, quando mi chiese di accompagnarlo a far visita a tre signore a cui, disse, “voleva molto bene”. Lo seguii. Nel parco del campus c'era un minuscolo cimitero dove erano sepolti i professori che erano vissuti e morti i professori che erano vissuti e morti in quell'università. Norman spazzò con le mani le foglie da tre lapidi posate sulla terra l'una accanto all'altra: Irma Brandeis, Hannah Arendt, Mary McCarty. Forse un pomeriggio nella sua Casaminima del campus (era quella che fu il suo amato Paul Celan, negli anni '50, quando proprio nessuno in Europa sapeva chi fosse Pessoa, ne aveva tradotto alcune poesie che avevo rintracciato su una rivista tedesca dell'epoca. Forse certe sere in cui andavamo a cena nella loro casa di New York, nell'Upper west Side, Cella preparava squisitezze romene, e restavamo a chiacchierare fino a tardi. Forse una gelida giornata d'inverno al Lincoln Center, quando osai parlargli delle carneficine del nostro secolo, del Laviatano totalitario e dei suoi libri, e mi parve che una tristezza enorme lo assalisse, e allora ci metteremmo a fare i pagliacci davanti ai passanti infreddoliti, lui si fece fotografare in posa da sollevare di pesi immaginari davanti al cartellone teatrale di A man of no importance, e a sua volta mi fotografò in una posa ridicola. Finché un giorno mi confidò che il suo amico Saul Steimberg sosteneva che quando si è amici bisogna dichiarare l'amicizia, altrimenti che razza di amici siamo? E quel giorno ci scambiammo una solenne dichiarazione di amicizia.


Se non fossi amico di Norma Manea vorrei proprio diventarlo, dopo aver letto Il ritorno dell'huligano, un grandissimo libro che preferirei chiamare romanzo (edito dal Saggiatore, pp. 336, € 19). Ha per sottotitolo Una vita, ma non è certo solo una vita, un semplice tracciato autobiografico. E' anche Storia, riflessione filosofica, visione del mondo, viaggio dentro l'anima umana, alta letteratura. Semplificando, dirò che è la storia di un doppio ritorno nella propria terra natale di uno “straniero” dopo anni di esilio, e un ritorno memoriale, una rivisitazione della propria vita. Lo straniero è Norman Manea residente a New York da molti anni, che fu due volte straniero nella sua patria d'origine e che continua a esserlo anche nella città che lo ha accolto dopo la sua fuga dalla Romania di Ceausescu, depositario di quella condanna all'estraniamento che la Storia ha imposto al popolo ebraico (“I megatoni latravano reiteratamente: straniero, estraniato, anti, impuro e anti. Mi ero, di nuovo, dimostrato indegno della Patria, della quale neppure i miei antenati erano stati degni” , p.35). Straniero e insieme rappresentante della solitudine dell'artista (“Che cos'è la solitudine del Poeta? era stato chiesto più di un secolo fa, subito dopo la guerra, al giovane Paul Celan, mio antenato di Bucovina. Un numero da circo non annunciato, aveva risposto il poeta, p.27). La solitudine del poeta come numero da circo: amaro e strambo privilegio che però permette a Menea non solo un viaggio memoriale, ma una passeggiata a suo capriccio nel Tempo; di essere, come egli si definisce, “un turista della sua posterità”. Insomma, di compiere un viaggio “in una biografia in cui non esisti più”, quasi che il nastro del Tempo gli si srotolasse davanti e tutto fosse sullo stesso piano, in una sorta di metafisico futuro anteriore.


“Erkennest du mich, Luft, du, voll noch einst meinenger Orte?”. I riconosci tu, aria, tu, piena dei luoghi che una volta furono i miei? Forse questo verso di Tilkr potrebbe essere il viatico al viaggio che affronta l'Io narrante di questo libro. Un viaggio fondato sull'incertezza (direi sul timore) di riconoscere e di essere riconosciuto da un passato che arede come una brace nel ricordo e che il ritorno potrebbe ravvivare quale una fiamma divoratrice. (evitare la visibilità come Schlemihl? Senza ombra, senza identità, apparire solo al buio? Allora, probabilmente, dialogherei con naturalezza con i morti che mi rivendicano”. p.26). E, virgilianamente, la discesa nell'Ade avviene, e con essa la convocazione dei fantasmi e il conseguente dialogo con i morti. Sono i parenti inghiottiti dal lager nazista a cui sopravvisse il piccolo Norman, e con loro tutta una folla di persone (zii, zie, cugini, amici, conoscenti) che popolarono quel piccolo e cosmopolita mondo della sua Bucovina natale, all'epoca della dittatura fascista di Antonescu, protagonisti di quel mondo ebraico della Mitteleuropa che guizzano anche nei romanzi di Isaac B. singer e di Bruno Schiltz, ma che in Manea appartengono alla memoria postuma e che posseggono la cadenza dolente e funerea della Classe morta di Tadeusz Kantor. Eppure, paradossalmente, la memoria postuma, segnata dalla Morte e dall'irreversibile, allorché riceve la grazia della poesia sembra superiore alla morte stessa, quasi che possa anticiparla e vanificarla. Forse soltanto un'infinita sconsolatezza, uno sguardo che si posa sui grandi cimiteri sotto la luna, laddove giacciono la sua gente, la sua famiglia e il suo passato, può suggerire, a uno scrittore che ne abbia la forza, di “doppiare” ciò che è già stato, di fare lo sgambetto al Tempo o di fare capriole con lui, come se la scrittura fosse animata da uno spiritello salvifico, una sorta di Es di Groddeck che nessun reale può imprigionare, anche perché, davvero, il reale che ha vissuto Manea e a cui il doppiamente sfuggito, non pare razionale.


Così possiamo assistere a un Principio prima del principio (questo il titolo del capitolo) o ad un Passato come finzione (è il sottotitolo) dove il ricordo dell'Autore si spinge a prima che egli potesse avere un ricordo e rimemora l'incontro e il fidanzamento dei genitori. All'insegna del filosofo cinese che chiede: “Che aspetto avevi prima che i tuoi genitori si incontrassero?”, Manea “ricorda”, un giorno di luglio del 1932, su una corriera che univa due piccole località della Bucovina, l'incontro fra un giovanotto impacciato che sarà sua madre. E come è nitido, il suo ricordo: cosa importa se quel giorno del '32 lui non c'era. Ora c'è. E' riuscito, come egli dice, a “salire sulla corriera che programmava il suo destino”. Forse oltre che seguire il sospetto del filosofo cinese, ha “ubbidito” anche a un altro verso di un poeta amato, sempre il Rilke dei Sonetti a Orfeo: “Sii prima di ogni addio, quasi fosse ( già alle spalle, come l'inverno che sta passando”.


In questo viaggio virgiliano non è Anchise, ma la madre, la presenza più forte. Uno spettro che già comincia ad apparire ad apertura del libro, quando l'Io narrante sta solo ipotizzando un viaggio nella Romania post-comunista, in una strada dell'Upper west Side di New York. E' una vecchia donna vestita umilmente, con un sacchetto in mano, un lemure uscito dal nulla e concretizzatosi in un mondo non suo. Ma una delle pagine più memorabili dedicate alla figura materna è nel capitolo La lingua errante, il ricordo di una notte in cui la madre, ricoverata in ospedale, comincia a parlare in un inarrestabile e sonnambulo smarrimento linguistico, “Una sorta di ipnotico sfogo doloroso, in una lingua errante. La voce di un oracolo ancestrale esiliato, che strappa all'eternità un messaggio ora morboso, protervo, ora mite, indulgente: stranezze di una fonetica barbara, settaria, che elettrizza il buio. Dialetto tedesco o olandese, si direbbe, invecchiato e addolcito da un patetico languore, le inflessioni slave o spagnole e sonorità bibliche, una melma linguistica che ha adunato e trasportato con sé affluenti di ogni genere. La vecchia racconta agli antenati e ai vicini e a nessuno gli episodi della peregrinazione: monologo che si svolge, ogni tanto, in lamenti e trepidazioni di cui non si sa quanto possa essere scherzo o ferita. L'odissea della peregrinazione, il panico dell'amore, il comandamento della divinità, le paure del presente? La notte consente solo istantanee codificate, indecifrabili spasmi dell'ignoto”. pp.118-119). La lingua errante: la storia del popolo ebraico in poche straordinarie righe.


Ma le persone che appartennero alla Romania di Ceausescu, forse sono fantasmi più agghiaccianti di quella Classe morta che ha subito le atrocità della Storia: individui che per sopravvivere cedettero all'accomodamento, all'acquiescenza, alla delazione, oppure seppellirono se stessi in una muta e desolante rassegnazione. Se ritrovati, da vivi, nel reale viaggio di ritorno al quale fa da cicerone la rassicurante figura del presidente del Bard College, il direttore d'orchestra Leon Botstein, sono più morti dei morti. Il libro di Manea è anche una severa denuncia di certi paesi dell'Est usciti da una dittatura che si sono dati una frettolosa vernice di democrazia, come la Romania attuale, dove collaboratoti del nevrotico Conducator comunista, o magari elementi della sua polizia segreta, oggi formalmente e democraticamente “rinnovati”, mantengono nel loro paese affinità profonde quando non stretti legami con l'ideologia fascista della Romania di Codreanu, di Antonescu, delle Guardie di Ferro, con quel nazionalismo razzista e antiebraico che produsse gli Huligani dell'epoca e a sua volta ne fu il prodotto. L'Huligano è la figura misticheggiante della violenza, concepita da Mircea Eliade e da altri teorici fascisti che non di rado, emigrati dalla Romania prima del regime comunista, sono riusciti a rifarsi una verginità in Occidente, e con i quali Manea è implacabile. Il ritorno dell'huligano smentisce chi vorrebbe Manea scrittore estraneo alla politica, quasi asettico, come se egli vivesse in un suo mondo sterilizzato e distante. Al contrario, è un romanzo fortemente politico, ma nel senso più alto del termine: un romanzo sull'etica della politica, sulle ragioni (o sull'insensatezza) della Storia. Ma soprattutto è un grande omaggio alla lingua, il romeno, in cui egli caparbiamente continua a scrivere dopo tanti anni di esilio, giacché, per lo scrittore che egli è, straniero in ogni dove, perfino degli ospitali Stati uniti che ironicamente definisce “il Paradiso”, l'unica vera patria è la lingua. Uno scrittore – questa la lezione – appartiene solo a se stesso e alla propria lingua, questo guscio di chiocciola, dimora che la Storia più avversa, la vita più tragica e l'esilio più lontano non possono scalfire. A chiusura del libro si è riconoscenti a Marco Cugno che neppure in una riga della sua traduzione fa sospettare che Il ritorno dell'huligano sia stato scritto in un'altra lingua. E vorremmo dire a Manea: prego, Norman, accomodati nella nostra lingua italiana, anch'essa è casa tua.


Antonio Tabucchi – L'UNITA' – 01/04/2004




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