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Antonio Tabucchi

L'irresistibile ascesa del dottor non sottile

Giuliano Ferrara è con Bruno Vespa il giornalista politico più presente sui teleschermi e nella vita degli italiani. Il dott. Vespa viene da lontano, e le medaglie se l'è conquistate con un ardire tale che, come ha scritto Giuseppe D'Avanzo, “di Vespa bisogna aver paura”.


Tutti ricordano la convinzione con cui si è proposto, in quanto garante notariale del televisivo “contratto con gli italiani, quale responsabile morale di tutto quello che sta facendo Berlusconi. Anche se il percorso che ha portato Ferrara all'analogo successo miliardario è meno lineare, da anni, come Vespa, ce lo ritroviamo comunque in casa ogni giorno che Dio manda in terra, che parla, parla, parla. Parla a noi e di noi. E' perciò una soddisfazione, una volta tanto, trovare un libro che parla di questo furibondo straparlatore.


Il volume in questione (L'arcitaliano Ferrara Giuliano. Biografia di un Machiavelli contemporaneo, Kaos Edizioni 2004, pp.265, € 15) esce dalla penna del giornalista de L'Espresso Pino Nicotri, autore di numerosi libri di inchiesta sulla società e sulla politica italiana, a riprova che niente meglio del giornalismo può parlare del giornalismo e che la stampa italiana, che il New York Times ha accusato di non guardare mai dentro se stessa, presenta per fortuna delle eccezioni. E' pur vero che il libro, uscito lo scorso agosto, non lo ha recensito ancora nessuno, quasi che Ferrara fosse radioattivo, ma sicuramente si tratta di una momentanea distrazione, in cui era già incappato (a volte una distrazione tira l'altra) una sua precedente biografia, peraltro molto citata da Nicotri, Il grande fratello orco di Marco Barbieri uscita nel 1997. Ma questa sicuramente no sfuggirà ai cultori del genere, perché la vita di Ferrara è avvincente: si legge come un fumetto di Diabolik. E' la vita di un virtuoso dello spostamento che così esprime l'alta stima che ha della professione di giornalista: “Il codice deontologico, generalmente, è l'ultimo rifugio delle canaglie”; “La prima regola di questo mestiere di finti vergini è compromettersi”; “La corruzione e la vanità sono l'essenza del giornalismo”; “La bugia professionale è il comune collante deontologico”; “Il giornalista che piace a me) è complice e traditore, gentiluomo e ladro, confidente e spia dell'esistenza” (M. Barbieri, cit. p.123, riportato da Nicotri a p. 139).


Nicotri comincia la biografia del pezzo da novanta mediatico ab ovo: la famiglia di notabili togliattiani, il padre alto “papavero” comunista inviato in Urss per l'Unità e uomo di prima fila nel decretare l'espulsione dal Pci dei dissidenti fondatori de Il Manifesto, la privilegiata infanzia sovietica, la giovinezza romana fra la barca del padre a Porto Ercole e la contestazione studentesca, e l'inizio della carriera di funzionario inviato dal partito comunista presso la federazione di Torino. Sarebbe complicato (come sempre) riassumere le peripezie torinesi del giovane Ferrara, dai picchettaggi alla Fiat, alle iniziative, all'amicizia-rivalità con l'altro candidato alla segreteria provinciale Piero Fassino. Di quel periodo “operaio” Nicotri mette in evidenza proprio quella caratteristica di confidente e spia dell'esistenza” che, come abbiamo visto, per Ferrara oggi è una “virtù” giornalistica. Sono gli anni delle Br, contro le quali il Pci fece muro, come sappiamo, erigendosi a garante della democrazia. Ma Ferrara ha sempre una “pensata in più”, che Nicotri illustra nel capitolo intitolato Diritto di delazione (pp.45-65). Nella Sezione del Pci “Problemi dello stato), diretta allora da Ugo Pecchioli, nacque l'idea di elaborare un questionario da distribuire alle famiglie degli operai della Fiat affinché si segnalassero episodi o persone che potessero ricondurre a terroristi. Due delle domande, la quarta e la quinta, purtroppo configuravano un vero e proprio invito alla delazione anonima (Nicotri, p.46) e trovarono il loro indomito difensore proprio in Ferrara, a tal punto da fargli prendere l'iniziativa di scrivere una lettera aperta a Repubblica che il quotidiano pubblica il 17 gennaio del '79 con il titolo Diritto di delazione.


La grande svolta “ideologica” di Ferrara avviene nel 1985. Dopo aver abbandonato Torino (e il Pci), dove si è reso conto che non farà carriera, appare come per incanto un Ferrara furibondamente anticomunista che comincia a scrivere su L'Espresso, allora diretto dal socialista Livio Zanetti. Se ne accorge prontamente il delfino di Craxi Claudio Martelli, che lo raccomanda al filo craxiano Piero Ostellino, direttore del Corriere della Sera. Ferrara, dal dire al fare, ottiene un contratto stabile nel grande quotidiano milanese (Nicotri, p.87). Per Craxi nasce un colpo di fulmine che produce innumerevoli articoli dal tono appassionato, un vero amour-passion. Sono gli anni del pentapartito e l'85 è l'anno del famoso referendum sulla contingenza. “I craxiani decidono di “coprirsi a sinistra” mandando in edicola un nuovo quotidiano, Reporter, affidato alle sapienti mani di un gruppo di ex di Lotta Continua guidati da Adriano Sofri e Enrico Deaglio. A Torino, da funzionario del Pci, Ferrara ha lottato per un decennio anche contro gli extraparlamentari di Lc. Ma adesso Giuliano chiede a Bettino di essere assunto proprio a Reporter (Nicotri, p.94). Ed ecco come Ferrara, sul Foglio del 20.10.2003, ricorda quei tempi parlando di sé in terza persona e chiamandosi F: “Il giornale stava per uscire, Deaglio gli diede l'incarico di fare il cronista politico del giornale, Ostellino gli impose lo pseudonimo generico di Piero Dell'Ora perché sennò gli avrebbero impedito di continuare a collaborare al Corriere. Lavorò lì per un anno (perché Reporter costava troppo e durò solo un annetto). Ma che anno. Era l'85, l'anno del referendum sulla scala mobile e di Sigonella. Si occupò molto di Craxi e dei suoi nemici, il nostro F, e poco dell'Editore (Nicotri, p.95). Ma sul quel quotidiano dalla vita così breve, che fu crocevia di destini e di sorprendenti incontri, ci si occupò di questioni che proiettano ancora la loro ombra sul nostro oggi. Ad esempio il precoce e singolare interesse di Ferrara-Dall'Ora (Reporter, 17 giugno) per la Sme, il colosso alimentare dello Stato privatizzato da Prodi e ceduto alla Cir di Debenedetti. Da registrare anche l'arrivo al giornale di Lino Jannuzzi, che con Ferrara lavora in tandem, e la vicenda della nave da crociera “Achille Lauro” sequestrata da un commendo palestinese che chiede la liberazione di 52 palestinesi detenuti in Israele minacciando una strage. Grazie alla mediazione di Arafat, in ottimi rapporti con Craxi, il commando desiste, con la promessa di impunità, liberando i 400 passeggeri, ad eccezione di un cittadino statunitense di origine ebraica, ucciso e buttato in mare sulla sua sedia a rotelle. Il 10 ottobre l'aereo egiziano che riporta a casa i sequestratori viene intercettato dall'aviazione statunitense e costretto ad atterrare nella base Usa di Sigonellla. Washington vuole catturare i palestinesi e processarli, ma Craxi si oppone rivendicando la sovranità territoriale, e dopo un lungo ed inedito braccio di ferro con gli Stati Uniti (il presidente è Reagan), la spunta: i dirottatori sono ricondotti a casa scortati da caccia italiani. “Per giorni, dalle pagine di Reporter, Ferrara- Dall'Ora inneggia al Craxi anti-Usa e filo-Arafat (...)”.


Ed è sulla scia di questa crisi nei rapporti Italia-Usa che Ferrara tradisce il suo Principe vendendosi ai servizi segreti americani. Questo, almeno, è quanto racconterà lui molti anni dopo in terza persona: “Per un anno circa, tra la dine del 1985 e la fine del 1986, tra i tanti lavoretti fatti da F. c'è anche quello di informatore prezzolato dalla Cia. F ha spiegato che nella sua bulimia passionale aveva bisogno di una nuova comunità, e che l'aveva trovata in una relazione professionale, civile e politica con gli ex di Lotta Continua che facevano Reporter (...) F. ricorda ancora gli incontri, nella stamberga di Trastevere, con il giovane e sveglio e simpaticissimo agente americano, una cara persona che non vede da quasi vent'anni e di cui serba un magnifico ricordo (...) Qualcuno aveva corrotto F e F si lasciò corrompere senza troppi problemi. E che faceva questo hijo de puta? (...) Bè, purtroppo F. non era così importante...Si limitava a “spiegare”, cosa che ha fatto tutta la vita, dagli operai torinesi ai riveriti telespettatori” “ (Nicotri, pp. 109-110). Commenta l'autore: “ A suo dire, la “collaborazione” con l'intelligence Usa dura in tutto più o meno un anno: decisamente troppo per un semplice “spiegare” Craxi agli americani; non è che forse il compito di Giuliano era quello di informare gli americano dei piani e delle intenzioni di Craxi, cioè spiare il presidente del Consiglio?”. E conclude: “All'inizio di aprile 1986 Reporter interrompe le pubblicazioni, schiacciato da vari miliardi di debiti. Chi interviene per evitare il crac? Lo racconterà Giuliano dieci anni dopo, durante una sua furiosa polemica con l'ex-direttore del giornale Enrico Deaglio: “Ti ricordi, Enrico, chi ha pagato i debiti del giornale? Ti ricordi la riunione che abbiamo fatto nell'ufficio di Craxi a piazza Duomo 19, a Milano, con Bettino e Silvio Berlusconi che ha preso in carico i debiti del giornale? Enrico: facevi il giornale di Claudio Martelli, e i debiti te li ha pagati Silvio Berlusconi” (Nicotri, pp. 111-112).


D'ora in poi la vita del pezzo da novanta mediatico assomiglia sempre di più a una mitragliatrice: siamo ai programmi televisivi “d'urto” come Il Testimone e Linea rovente (fra gli altri amici: Guzzanti, Jannuzzi e Mieli), fino a Radio Londra e all'inevitabile incontro (con furibondo innamoramento) col nuovo Principe Azzurro, il Cavalier Berlusconi. E il conseguente coronamento per i suoi magnifici servizi con la candidatura (ed elezione) a europarlamentare nelle file socialiste. Ci si aspetterebbe che il successo politico e lo stipendio da 16 milioni al mese lo placassero (Nicotri, p.138). Neanche per sogno. La posta si accumula inutilmente alla porta dell'ufficio con il suo nome: Ferrara a Strasburgo e a Bruxelles non ci mette piede (Nicotri, p.138), ha ben altro a cui pensare. Per esempio all'altro programma d'urto L'istruttoria, così pubblicizzato dal canale Italia 1: “Giuliano Ferrara, farfallino e bretelle rosse, emerge dall'immondizia con la faccia spiritata: ha in bocca un sigaro spento, nella mano destra una lisca di pesce, nella sinistra un osso spolpato. Poi arriva lo slogan: “Bambini a letto: è tornato il mostro della tv spazzatura” (G. Tiberga, La Stampa, 10.10.1992, cit. da Nicotri p.165). Intanto è arrivata la Guerra del Golfo e l'intervento militare Usa in Iraq accende il suo entusiasmo, illuminando la natura di un Ferrara inebriato dalla guerra, dai bombardamenti e dalle battaglie, un giornalista che da studio combatte eroicamente a fianco dei marines da supertifoso dell'unica superpotenza mondiale: gli anni di Reporter e dell'antiamericanismo filopalestinese sembrano lontani anni-luce. Intanto è arrivato il 1992 e qualcosa sta cambiando: sul sistema di corruzione italiano, sulle ruberie, sui conti all'estero, sui miliardi trafugati agli italiani, sull'amato Bettino che Ferrara “spiegava” alla Cia si sta abbattendo la tempesta di Mani pulite. Il resto è storia recentissima; fa senso ma è istruttivo ripercorrerla seguendo le imprese del pezzo da novanta: i suoi improperi contro i magistrati bonificatori della palude, la direzione del berlusconiano Panorama con la pioggia di querele per diffamazione che il suo datore di lavoro risarcisce tranquillamente, la fedeltà assoluta al cavaliere di Arcore, l'intuito della Bicamerale quale possibile via di salvezza per il suo Principe. Ferrara non indugia, si alzano forti le sue esortazioni a D'Alema affinché faccia piazza pulita dei giudici, “tigri di carta” (Nicotri, p.215). E ancora: le sfide del Foglio all'autorità giudiziaria, l'incontinenza di espressioni indirizzate a Di Pietro, con conseguente pioggia di querele per diffamazione, i problemi economici del suo giornalino risolti furbescamente. “E' una furbata all'italiana: siccome c'è una legge che garantisce contributi statali ai giornali di partito, basta attribuire a Il Foglio la rappresentanza di una forza politica per avere diritto alle sovvenzioni pubbliche. Detto fatto. Il senatore berlusconiano Marcello Pera e il deputato verde-ulivista Marco Boato (ex lottatore continuo) danno vita allo pesudopartitino “Convenzione per la giustizia”, che dichiara essere Il Foglio il proprio quotidiano. E' un colpo di genio machiavellico al quale si prestano un parlamentare del centro-sinistra e uno del centro-destra, vale a dire uno della maggioranza e uno dell'opposizione, perfetta sintesi dell'ambiguità politica del direttore del Foglio” (Nicotri, p.222). Fino a un qualcosa lanciato dal solito Foglio che riguarda da vicino chi scrive: “Il 3 ottobre 2003 l'agenzia Ansa diffonde la notizia che a Palazzo Grazioli (residenza romana del Principe di Arcore) è in corso un vertice al quale partecipano: il presidente del Consiglio , il vicepresidente Fini, il ministro degli Esteri Frattini e il direttore de Il Foglio Giuliano Ferrara. Il quotidiano l'Unità (il solo giornale di forte opposizione al potere berlusconiano) in un articolo definisce il vertice “strano” in quanto – come precisa il direttore Furio Colombo – “non risulta che nei normali Paesi democratici vi siano summit, non annunciati e non spiegati (e dunque misteriosi), fra i vertici di uno stato e un direttore di giornale”. Ferrara reagisce in modo furioso, isterico, drammaturgico: “L'Italia non è un Paese normale. Ogni tanto ammazzano qualcuno per ragioni ideologiche...Se mi ammazzano, ricordatevi che è su mandato linguistico di Antonio Tabucchi e Furio Colombo, in concorso tra loro. Ricordatelo per metterci una pezza e per impedire che sia rovesciata come al solito la frittata” (Nicotri, p.243).


Ma chi è davvero questo personaggio così sottile? Un eloquente ritrattino lo dobbiamo a Eugenio Scalfari sul Venerdì di La Repubblica citato da Nicotri a p. 237: “(...) E' un liberale? Direi proprio di no, non ne ha alcuna caratteristica. Un democratico? Assolutamente no. Un socialista? Meno ancora. A lui piace soprattutto menar le mani (politicamente parlando), lo eccita vedere il proprio avversario spalle a terra e potergli mettere il piede sul collo, privilegia il paradosso, è intellettualmente incontinente, si affezione all'odio, non lascia spazio al contraddittorio. Probabilmente questo suo modo d'essere risente di una nevrosi, Se si dovessero cercargli dei modelli di riferimento verrebbe in mente Curzio Malaparte, ma di Ferrara grandi e piccoli l'Italia è piena, lo è sempre stata. Perciò direi che non si tratta d'una personalità eccezionale, ma di una tipica maschera italiana”. Non meno eloquente è Sergio Luzzatto, professore di Storia moderna all'Università di Torino: “In un modo o nell'altro, anche Berlusconi passerà (...) basterà il cartellino rosso di una sconfitta elettorale. Invece la maschera strapaesana di Ferrara continuerà a muoversi sulla nostra scena pubblica secondo le regole arcitaliane della commedia dell'arte: sarà quella del personaggio un po' gigione e un po' spione, un po' franco e un po' servile, un po' generoso e un po' intollerante, un po' genialode e un po' furbastro, che fa comodo a tutti gli spettatori perché permette a tutti di rispecchiarsi e di riconoscersi, di compiacersi nel bene e nel male”. (S. Luzzatto, La crisi dell'antifascismo, Einaudi 2004, p.80).il professore Luzzatto pare aver toccato il nodo del problema, Ferrara sembra godere di fiducia in ogni schieramento: “Continuo a pensare che Giuliano abbia un “marchio di origine controllata” che è uguale al mio e ai tenti che hanno maturato la loro esperienza politica e umana nella Sinistra. Per quanto voglia sfuggirvi, Giuliano appartiene alla nostra storia, non a un'altra”. (Piero Fassino, Per passione, Rizzoli 2003, p.67). Il “marchio di origine controllata” grazie al libro di Nicotri non potevamo controllarlo meglio, e se Ferrara appartiene alla “loro” storia, personalmente ritengo più prudente tenermene alla larga. Quanto poi all'espressione “mandante linguistico” che Ferrara mi ha indirizzato, non mi è nuova: mi ricorda la vicenda Sofri (del quale per coincidenza Ferrara ospita sul suo “Foglio” una piccola rubrica) che fu indicato da Leonardo Marino come colui che con la lingua lo mandò a uccidere il commissario Calabresi, facendolo condannare con Bompressi e Pietrostefani unicamente sulla propria parola. Solo che Marino agli occhi della legge è un pentito a tutti gli effetti, perché il pentimento è un fatto a tutti gli effetti, perché il pentimento è un fatto per sua natura a posteriori. Ferrara mi denuncia preventivamente quale “mandante linguistico”: è per così dire un “pentito a priori”. Diciamo che nella sua bulimia egli ha fatto tutto da solo, come la favoletta zen del serpente ingordo che attorcigliandosi si ingoiò da sé.


Un giorno forse si capirà meglio di quali linfe profumate era nutrita l'Italia che abbiamo vissuto e che stiamo vivendo. Con questo libro di Nicotri, intanto, cominciamo a vederci un po' più chiaro. Una strenna di Natale.


Antonio Tabucchi – L'UNITA' – 23/12/2004




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