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Antonio Tabucchi
L'Unità 15/04/2002

Notizie dal Paese senza volto


Caro direttore,
in questi ultimi giorni si è aperta una polemica su due temi abbastanza angoscianti suscitati dalla difficile situazione internazionale: lo Stato di Israele e l’antisemitismo, in specie un presunto antisemitismo da attribuire alla sinistra. Rischiando l’eccessivo pragmatismo che credo tuttavia necessario in certi momenti in cui bisogna stare con i piedi per terra, ho l’impressione che quando in un paese le tragedie degli altri (specie dei nostri vicini) si trasformano in polemica, non di rado talmente astratta da sembrare oziosa, significa che esiste un grosso vuoto politico. In questo caso un vuoto palese di politica estera. Di tutto si può dire degli scorsi governi di centro, di centrosinistra, e della sinistra delle ultime decadi, meno che essi non siano stati fautori di un’attenta e importante funzione diplomatica nel bacino del Mediterraneo, grazie a ministri degli Esteri che avevano il senso di cosa fosse effettivamente la politica estera, e a qualsiasi partito essi appartenessero.
La politica estera dell’Italia attuale è non solo nulla ma spesso di una balbuzie incomprensibile fatta di parole vuote, di proclami, di imbonimenti da sagra paesana, dove si sente dire di tutto e di più. Cancellerie inesistenti, incompetenza diffusa, ambasciate mute perché sottomesse a compiti ridicoli per chi svolge una funzione così delicata come quella di un ambasciatore di un paese in un altro paese.
Del resto se i requisiti degli ambasciatori italiani devono essere l’alito profumato e il loro compito principale vendere all’estero il prodotto italiano, dimmi tu quale tipo di diplomazia possiamo esercitare in certi paesi. Che si può fare in Israele? La nostra mortadella (per altro squisita) gli israeliani non la consumano, per motivi religiosi, e gli arabi neppure per gli stessi motivi. E che si può fare in Afghanistan? Le imprese italiane che scavano gallerie non sono molto utili, visto che di grotte l’Afghanistan è ricco, e i buchi che mancavano hanno pensato a scavarli i bombardamenti americani in profondità. E poi ad aprire ulteriori voragini ci pensano eventualmente i terremoti. Nessuna variante tirrenica da imporre né in Afghanistan né in Palestina: fine della politica estera italiana.
Alcuni mesi fa, quando scrissi per la prima volta su questo giornale, parlai di «deriva» del nostro paese (tu gli desti il titolo «L’Italia alla deriva»), attirandomi la disapprovazione di chi mi considerava un eccessivo pessimista. Ormai la parola «deriva» è passata nel lessico corrente del giornalismo, almeno quello non celebrativo delle eroiche gesta di Berlusconi, anche il più cauto. Ebbene, la deriva italiana (nel caso del conflitto israeliano-palestinese mi pare una deriva anche sentimentale, psicologica, ideologica) è soprattutto, credo, una deriva politica. Io sono convinto da sempre, da quando cominciò ad esistere lo Stato di Israele, che tale Stato debba essere riconosciuto da tutti, e che la sua integrità debba essere assicurata. Riconoscere questo significa rispettare il volere della comunità internazionale sancita dall’Onu che nel 1947 volle e riconobbe lo Stato di Israele. Ma sono convinto anche che le risoluzioni dell’Onu (ormai sono molte) che impongono a Israele di ritirarsi dai territori occupati, e alle quali lo Stato di Israele disubbidisce da sempre, debbano essere altrettanto rispettate. Il rispetto è un fatto reciproco, ed è per questo che servono i ministri degli Esteri degli altri Stati, in un contenzioso così teso e ora così tragico.
Il problema non è tanto dunque, a mio avviso, di chiedere ai cittadini «il dovere di amare lo Stato di Israele» come ho letto in una delle polemiche suscitate da un articolo (fra l’altro profondo ed equilibrato) di Adriano Sofri, né, come gli è stato rimproverato da altre parti, di non amare l’integrità di uno Stato palestinese, auspicabile e ancora tutto a venire. Gli Stati non si amano, di per sé: si osservano, si criticano, si esortano, si incoraggiano al dialogo. Questo è il compito degli altri Stati non belligeranti che possono esercitare una reale influenza con la loro politica estera. Chiedere ai cittadini di amare o di non amare uno Stato significa coinvolgerli sentimentalmente in una questione che è più grande di loro, significa chiamarli psicologicamente a un confronto che non è di loro competenza, a un’adesione morale, irrazionale, guidata magari da immagini televisive, da notizie dei mass-media, dalle rispettive sorti in gioco. E gli umori della folla, quando si sente il vuoto della politica, sono rischiosi. L’opinione pubblica somiglia sempre alle onde del mare, che come si sa non ubbidiscono a una scansione logica, e finisce su un piano assolutamente platonico: ci si mette a discutere sul sesso degli angeli e si dimentica il parere del povero Aristotele che l’acqua è bagnata. Il discorso vale nella tragedia collettiva come in quella familiare. Che importa ormai la verità sul bambino massacrato a Cogne? L’importante è: da che parte stai, sei colpevolista o innocentista? Ove essere in un modo o nell’altro diventa una quasi-scelta ideologica, a seconda dei personaggi e dei giornali che sostengono l’una o l’altra tesi. O, per abbassare il livello: tu sei per la Roma o per la Lazio, visto che l’una è una squadra che si dice più «popolare» e l’altra più «borghese»?
Caro direttore, credo che il banale concetto che l’acqua è bagnata in certi casi sia necessario. Perciò in questa nostra «deriva» in cui ormai anche i repubblichini sono stati fatti passare come ragazzi di Salò (noi lo sappiamo come fossero maturi i loro caporioni) che lottarono comunque per l’onore dell’Italia, è opportuno appellarci al vecchio Aristotele e alle verità verificabili. In questo caso verità storiche. È opinione diffusa della migliore storiografia italiana che (e rubo la citazione a un libro di un’eccellente storica: Carla Forti, Il caso Pardo Roques. Un eccidio del 1944 tra memoria e oblio, Einaudi 1988) «gli italiani scoprirono di avere dei connazionali ebrei solo in seguito alle leggi razziali. E molti degli stessi ebrei si ricordarono solo in quella sciagurata occasione di essere tali».
Se questa affermazione è vera vorrei, ritornando con i piedi per terra, ricordare che le Leggi Razziali del 1938 non le firmò Antonio Gramsci, ma Vittorio Emanuele III di Savoia, dei cui discendenti l’Italia attende con ansia il ritorno. Ai quali però nessuno dei partiti che hanno aderito con entusiasmo al loro ritorno, di destra come di sinistra, si è ricordato di chiedere che riportassero con loro l’archivio storico che il loro papà trafugò quando, dopo il referendum, scelse l’esilio portoghese di Cascais. E credo che in questo «buco» che nessuno si è ricordato di chiedere, una storia d’Italia che magari è stata venduta all’asta o è stata nascosta nei sotterranei di una banca svizzera, consista la maggiore deriva di questa nostra Italia: un paese a cui è stata sottratta la propria storia, quella più recente fatta di stragi e di omissis, e quella meno recente occultata e stravolta.
In queste condizioni un paese privo di riferimenti storici sicuri e di una rappresentanza politica che possa assicurare la serenità e il buon senso che sono la garanzia di una consapevole politica estera, di una diplomazia autorevole che ci possa far sentire uno Stato rispettabile, possiamo forse emettere opinioni rispettabili su altri Stati? Finora per fortuna in Italia non si sono verificati episodi antisemiti rilevanti, e non sono state incendiate sinagoghe. Ma in certe regioni italiane l’intolleranza razzista che è le due facce di una stessa medaglia non manca, e la folla della curva dello stadio ondeggia minacciosamente. I cretini con i fiammiferi in tasca non mancano.
Se lasciamo che a guidare un paese non siano i fatti concreti, il lavoro diplomatico, le iniziative politiche, ma l’invito ad andare dove ci porta il cuore, l’Italia non è soltanto un paese alla deriva, ma può trasformarsi in una pericolosa mina vagante.
Cordialmente
Antonio Tabucchi





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