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MUSICA

La rivincita del tango - Sfida dei corpi

Notti calde e umide, con l'odore di salsedine che risale l'immenso fiume dove si affacciano i magazzini del Puerto Madero, costruiti dagli inglesi per commerciare il legname e ristrutturati sullo stile di Les Halles. E poi: le luci dell'Avenida Corrientes, con i cartelloni pubblicitari spalmati sui palazzi come a Times Square. E ancora: fasti madrileñi, bassi napoletani, boulevard parigini, vicoli portoghesi e fatiscenze cubane, fatalismo latino, ironia jiddish e gesticolare italiano. In una parola Buenos Aires, le arie buone non ancora spazzate via dallo smog invernale così come il risveglio politico seguito alla crisi economica, lo spentolare rabbioso dell'Argentinazo, non è ancora stato cancellato dalla normalizzazione.

A legare l'ordito confuso e caotico di una città creativa e rabbiosa, a fornire il filo di una trama da seguire per non perdersi nelle interminabili notti di un'interminabile metropoli, c'è soltanto una musica - o meglio un ritmo, o meglio un modo di vivere, come dicono gli aficionados - che si chiama tango. Amato e odiato dagli argentini di ogni generazione, primo rap dell'urbanizzazione selvaggia, con le sue storie di malavita e di coltello, il tango è soprattutto una sfida di corpi, un fitto dialogo fra sconosciuti che, quando accade, spiazza, stupisce e appaga.

Il tango nasce ibrido - canzone napoletana, violini zigani, fisarmoniche teutoniche, ritmi caraibici - e cresce inseguendo un purismo impossibile. Matura dolorosamente negli anni della dittatura e, proprio per questo, viene rigettato da un'intera generazione che ora affolla le scuole per impararlo da zero. Ma oggi, che cos'è oggi il tango? “E' un viaggio nel bassofondo, la possibilità di abbandonarsi alla cadenza e al respiro del bandoneon, il gemito di un violino, il sudore di un ballo unico. O, semplicemente, è l'opportunità di intossicarsi con il dolore e il piacere di essere al sud dello stesso sud”.

Eccolo, il tango nuevo. Così viene descritta la brezza che sta rivitalizzando l'antico ballo sulla copertina di uno dei gruppi del nuovo corso: sono i Bajofondo tangoclub, all'attivo due dischi di notevole bellezza. Altri nomi noti anche in Europa come i GoTan Project - che hanno conquistato il mercato internazionale con un disco intitolato La rivincita del tango - o poco noti agli stessi argentini come i Tango Debayres, continuano a fare quello che hanno sempre fatto i musicisti dai tempi del mitico Gardel passando per l'altrettanto mitico Piazzolla: mescolano, mischiano, confondono, smontano e rimontano con risultati contraddittori, a volte capolavori a volte pasticci. E come i padri fondatori, anche i musicisti di oggi sono costretti a dialogare, litigare, accapigliarsi e corteggiarsi con l'altro elemento fondamentale del tango: i ballerini.

Non si può capire il tango, le sue radici profondamente popolari e il suo anelito nazionalista, senza farsi risucchiare dalla notte di Buenos Aires. Notte che, nel febbraio del 2005, in piena estate australe, è resa ancora più torrida dal terribile incidente di dicembre, quando un incendio ha ucciso centinaia di ragazzini che affollavano una discoteca. Da quel momento molti locali sono stati chiusi e le poche milonghe aperte sono stipate di gente. Il che ha finito con il mettere in contatto le varie scuole di pensiero tanghistico, ognuna convinta di possedere i passi e le movenze del "vero e unico tango".

Eccoli lì, stipati sulla stessa pista, a guadagnare centimetri preziosi a forza di gomitate e a guardarsi in cagnesco quando, dopo la serie canonica dei quattro tanghi, i ballerini incrociano lo sguardo prima di tornare al proprio tavolo. Da un lato, un po' discosti, ci sono quelli della vecchia scuola - rigidamente separati dalle donne che invitano a distanza, con un inimitabile cenno del capo. Per loro il tango va ballato stretto stretto, un languido passetto alla volta. I capelli impomatati, giacca e cravatta dai colori sgargianti, fanno coppia con dame dagli spacchi vertiginosi. Quando tentano qualche passo un po' ardito i cavalieri incanutiti vengono derisi o incitati dagli amici di una vita, seduti al tavolino in assetto da giuria. Scivolano sulle note di Pugliese con in mente la grande Argentina dei bei tempi andati: Peron, Evita e la "musica nostra", quando le orecchie dei giovani non erano ancora state colonizzate dall'odiato rock'n'roll.

All'opposto esatto della Vecchia guardia - titolo, fra l'altro, di un famoso tango - ci sono gli eretici del tango nuevo. Se la loro musica piena di sonorità dub, elettronica e campionature disturba i vecchi milongheri, è sulla danza che lo scontro si fa feroce. Perché i ragazzini non conoscono le regole della milonga e hanno bisogno di spazio per le loro evoluzioni. I giovani infatti ballano distanti, sperimentano contrappesi, acrobazie avventate e arrivano perfino a giocare con la "contro-guida", uno scambio di ruoli che, di tanto in tanto, lascia l'iniziativa alla dama. La loro ribellione si esprime, ovviamente, anche nel vestiario: niente brillantina né scollature, ma capelli rasta e pantaloni calati in vita. Condividono con i vecchi l'amore per una musica mai colonizzata ma combattono contro di loro, per lo spazio vitale necessario a ballarla.

In mezzo, spesso inconsapevoli di questo scontro frontale, c'è il popolo globale dei malati di questa danza. Il cosiddetto turist-tango è un gioco a parte. Anzi, più che un gioco, è il foraggio di cui si alimenta la notte di Buenos Aires. Giapponesi, tedeschi, americani, francesi, australiani: alla mecca del tango vengono da ogni parte del mondo e, da tutti, i turisti sono spremuti a dovere. La città pullula di scuole, negozi di gadget, alberghi specializzati. Ci sono lezioni, scarpe, vestiti. Per non parlare delle innumerevoli stazioni di tutto l'itinerario della beatificazione tanghistica: dal Caffè Tortona al Paseo Carlos Gardel, dai negozi di strumenti musicali alla milonga all'aperto di piazza Dorrego dove donne di ogni latitudine e fascia d'età rimangono estasiate davanti all'esibizione dell'Indio, maestro famoso più per la bellezza che per la perizia. Ma l'appeal turistico sarebbe stantio se il tango non fosse ancora vivo, animato da quella sorta di follia competitiva fra scuole, classi, maestri e stili di ballo che lo contraddistingue fin da quando è nato.

Eccoci quindi nell'interminabile notte porteña. Ci si affida ai tassisti e si punta sulla milonga del giorno, il cui indirizzo viene gentilmente fornito dalle numerose pubblicazioni destinate ai tango-maniaci. Ci si tuffa nella notte senza paracadute, soli - maschi e femmine - piacevolmente lontani da casa. Timidamente ci si inerpica per le scale della National (l'Associazione nazionale italiana), ci si fa strada fra i tavoli del Niño Bien oppure s'incastra la sedia negli angusti spazi del Salòn Canning. E poi si aspetta che il sotterraneo pulsare del ritmo ti catturi, che sguardi, tacchi saettanti e passi trascinati ti conducano in un luogo al di fuori del tempo e dello spazio. E proprio lì, dove finiscono le parole, comincia il tango.

Sabina Morandi – LIBERAZIONE – 03/04/2005

Intervista a Meri Lao

Abita nella mia stessa città, eppure Meri Lao non l'avevo ancora incontrata. E dire che è una donna che nessun appassionato di tango e/o di culture latinoamericane dovrebbe ignorare. E' la testimone vivente nonché giovanissima (nello spirito e nel corpo) della storia dei primi emigranti italiani, quelli che partirono dai porti di Genova e Livorno nei primi anni del Novecento per cercar fortuna oltre l'oceano. Meri Lao è un pozzo senza fondo di avventure, di mestieri, lingue e dialetti. Una pianista da gran concerti, compositrice, cantante per gli intimi, ballerina di tango e di tutto il resto, traduttrice, autrice, scrittrice della prima storia del tango mai editata nel mondo ("Tempo di tango", Bompiani 1975), coniatrice del neologismo "tanghitudine" che fa di quella musica una filosofia. Insegnante di pianoforte, colei che tirò fuori dal buco dell'isolamento romano Astor Piazzolla, che fu amica di Borges e si inventò amica del mito Gardel (ma lì fu costretta a una forzatura storica). Meri come America in breve e scritto all'italiana, perché il padre anarchico la voleva chiamare Giustizia e Libertà ma il fascismo non glielo permise, meglio, lo schiaffò in galera. E allora lui e la moglie, con Meri che aveva solo due anni, salirono di nuovo sulla nave e riattraversarono il grande mare.


Meri, leggendo il tuo ultimo libro "Todo tango", ho scoperto che questa musica, che può "anche" essere ballata, è in realtà "anche" una lingua, un sentimento, una storia, una terra. Anzi, una striscia di terra. Quella dove tu approdasti, assieme ai tuoi, ragazzina di due anni...

Dalle parti nostre si dice: i peruviani discendono dagli incas, i messicani discendono dai maya, gli argentini e gli uruguaiani discendono dalle navi. Ecco, la nostra storia inizia così, da quella discesa dalle navi su cui avevamo attraversato per trenta giorni l'Oceano, quasi tutti in terza classe, nella pancia della nave, vomitando l'anima. Poi ho aperto gli occhi, e intorno a me c'era il tango...

Ma da dove era venuto, di chi erano figli quei suoni e perché avevano tanta importanza?

Il tango passa per essere argentino e io non mi stancherò mai di dire quanto questa attribuzione sia falsa, o almeno incompleta. Il tango nasce su una striscia di terra che appartiene parte all'Argentina (le città di Buenos Aires, La Plata, Rosario) e parte all'Uruguay (Colonia, Montevideo). E' figlio di quelle terre (io lo definirei principalmente rioplatense) e con origini multietniche. Fortissime ovviamente sia l'influenza africana, negli strumenti e nei ritmi, che quella italiana.

Già, gli italiani. Che ora ballano il tango in massa pensando sia un prodotto d'esportazione, esotico. Quasi rinnegandone la paternità...

Esatto. Dimenticando che gli italiani sono stati tra i suoi fondatori. Al tango, l'Italia ha regalato la lingua, quel lunfardo talmente zeppo di termini dialettali veneti, piemontesi, liguri, che molti spagnoli non lo capiscono. In lunfardo, il "gringo" delle canzoni, privo di intenti dispregiativi, non indica lo yankee ma l'italiano. Che può essere anche chiamato: tano (da napoli-tano), manyapulenta, tallarìn (spaghetti), manache (mannaggia), vichenzo, bachica, geneise (genovese). Del lunfardo è tipico il "vesre", ovvero il parlare invertendo le sillabe. Per cui gringo diventa "gongri", macho diventa "choma", cabeza è "zabeca" e tango, "gotàn".

Tornando a te. Hai iniziato a suonare e a ballare il tango a Buenos Aires e a Montevideo nella sua epoca d'oro, il decennio dei Quaranta.

L'unico momento in cui musica, parole, orchestra e cantante formano un connubio ai massimi livelli. Quando io ero appena ragazzina, quattordicenne, e mi muovevo assieme ai miei compagni tranquillamente tra Buenos Aires e Montevideo, il tango era ovunque. Alla radio, al ristorante, nei bar, nelle latterie. Ovunque, meno che nei bordelli, che con il tango non c'entrano nulla.

Come? E tutta la simbologia delle coreografie del ballo, i vestiti, lo spacco di lei, il tirabusciò e il neo, le calze a rete strappate, il disprezzo di lui....

Mio dio, che orrore! Tutta roba inventata per Rodolfo Valentino. Invenzioni per turisti in cui siete caduti con tutte le scarpe. Con tutti questi orpelli il tango musica non c'entra nulla, e nemmeno quello ballato. E' per questo che non vado più volentieri nelle milongas, con tutti quei ganchi, quelle gambe di lei che mettono costantemente a rischio i testicoli di lui, e lei che si appiccica come una biscia. E lui che fa il cabeceo...

Sarebbe a dire?

Quel gioco d'occhi leggermente accentuato con la testa che serve ad invitare la donna a ballare. Se un uomo lo fa a me, lo butto giù dal letto!

Bene, ma non negherai almeno la sensualità...

Una sensualità data dall'assoluta parità tra uomo e donna. E' vero che lui conduce, ma se lei non capisce i segnali di lui o non vuole fare ciò che viene invitata a fare, il ballo non c'è. Al contrario del waltzer dove lui porta e lei esegue. Una sensualità che è data dall'imprevisto, dal non sapere, ogni volta, cosa accadrà. Se sarà finalmente un tango perfetto, come da sempre lo avevi sognato...

Allontaniamoci dal ballo e torniamo alla musica. Nel tuo libro dedichi un intero capitolo al "fratello jazz". I due sono parenti così stretti?

Sono entrambi tributari di una emigrazione interna e di una esterna. Registrano il primo disco tutti e due nel 1917. Vengono diffusi principalmente per radio. Hanno la stessa importante presenza di donne cantanti e nelle stesse proporzioni. Sono stati innumerevoli volte soggetti per il cinema. Sono arrivati insieme in Europa. Solo che nel Vecchio continente il jazz ha finito per godere di assai maggiore fortuna per il semplice fatto che Argentina e Uruguay non hanno vinto la guerra. Da allora siamo in mano all'industria discografica anglosassone.

Parlami della sua musica.

Melodie, accordi imprevedibili, combinazioni ogni volta diverse. E sopra se vuoi ci puoi cantare a squarciagola o sussurrare. Per me è come ascoltare Chopin, Wagner, List. Altro che bordelli...

Le parole chiave.

La nostalgia, il viaggio, "volver", tornare, "es un soflo la vida", vent'anni è nulla. L'infinita richiesta "Donde estas? Donde te ha sido? " (Dove sei? Dove sei andato?). E soprattutto l'assenza... Per questo nel libro mi sono permessa di fare quel terribile accostamento tra tango e le madri di Plaza de Mayo, con i loro cartelli "Donde estan? " e le foto dei dispersi. Volevo solo sottolineare quanto sia insito in quella identità domandare degli assenti.

Hai tradotto migliaia di tanghi, e altrettanti ne hai ballati, composti, cantati. Oggi, se dovessi cantare il tango in un verso solo, come suonerebbe?

C'è già, ed è una mia traduzione in italiano di una strofa di Borges: "La morte mi prenderà/ tu costeggerai la vita/ tu sei memoria infinita/ tango che fosti e sarai".

Intervista di Sabina Morandi – LIBERAZIONE – 03/05/2005

Meri Lao di nascita è milanese, di adozione latinoamericana e di casa romana. E' considerata la maggior esperta di tango in Italia e tra le prime nel mondo. Da non perdere quindi la recentissima uscita del suo "Todo Tango", edito ancora una volta da Bompiani, così come il suo primo saggio in materia "Tempo di tango" (1975).

Meri Lao ha un'età importante che le ha causato qualche problemino alle mani (non dà più concerti) e anche alle gambe (non balla quasi più). In compenso, grazie allo yoga, si piega in due come un giunco. Vive nel centro della capitale, spesso assieme al figlio, alla nuora metà lettone metà americana e alla nipotina. Ma il vero personaggio di casa, oltre a Meri dalla vitalità esplosiva, è il pappagallo Jacou che fischia il tango come nessun umano potrebbe. Meri Lao tentò di convincere Piazzolla a incidere un disco con Jacou, un "Psitacotango". Ma nonostante la curiosità del compositore, non se ne fece nulla. Jacou non se la prese, ed è ancora lì che fischia folle e beato. Non più tanghi, ora preferisce Beethoven.

Viaggio nelle parole, avanti tutta

L'altra settimana parlavamo di S come Stupidità. Oggi torniamo dalle parti della T (a suo tempo esplorammo il Tempo con lo psichiatra Genovino Ferri) per sognare di tango. In Italia, per le giovani generazioni che ultimamente lo hanno scoperto e appassionatamente lo amano, il tango è soprattutto ballo e milongas. Un atteggiamento che indispettisce non poco la nostra intervistata di oggi, la studiosa Meri Lao, massima tangologa in Italia e probabilmente in buona parte del mondo, compositrice e concertista a sua volta, per cui il tango è soprattutto musica, o meglio "es un pensamiento triste que se puede tambien bailar", come disse Enrique Santos Discépolo. Tambien, anche, se proprio ci tieni. Ma per il resto è musica, e vita.



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