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CINEMA

Tavernier il regista furioso

Nell'appartamento dal simpatico disordine al Marais, stipato di oggetti curiosi, animaletti in legno, libri d'ogni sorta, dal cinema a Balzac, Stevenson, Flaubert, come in certe scene di film suoi, il regista Bertrand Tavernier si erge come un gigante buono, scuotendo la chioma candida e ondulante quasi per assecondare la sua ira. E' furibondo. Il suo ultimo film, “Laissez-passer”, affronta con occhi da storico, sgombri da pregiudizi, il cinema durante l'occupazione in Francia, o meglio come questo abbia saputo sopravvivere tra difficoltà, problemi, mancanza di tempo, luce, pellicole, limiti di libertà. I due protagonisti, il regista Jean Devaivre (Jacques Gamblin) e lo sceneggiatore Jean Aurenche (Denis Podalysès) lavorano entrambi, senza quasi conoscersi, per la casa di produzione tedesca Continental, fondata nell'ottobre del '40 e diretta da un ex aviatore, Alfred Graven. Aleggia, senza comparire, l'ombra dominante di Clouzot, capo dell'ufficio sceneggiatori, si parla di soggettisti quali Simenon, del film su Maigret. Ciascuno tira avanti come può. Devaivre, con moglie e figlio, talora non si rifiuta di mettere bombe a mano contro i nazisti.

Aurench, scontento per natura, può esprimere l'insoddisfazione senza essere censurato. Si incontrano personaggi come lo sceneggiatore Charles-Henri Spaak, Jean-Paul Le Chanois, ebreo comunista, Maurice Tourner, André Cayatte; si parla di opere famose come “Il Corvo”, “La mano del diavolo”. Intenso, appassionante, meticoloso nei dettagli, il film, che sarà presentato in concorso l'8 febbraio al Festival di Berlino, ha diviso la Francia. E' stato criticato con violenza, accusato di revisionismo, proprio da “Le Monde” e “Libération”, i giornali che meglio avrebbero dovuto capirlo.

Tavernier, perché non sa darsene pace?

Sono attacchi d'una bassezza inaudita. Mi accusano d'aver girato questo film per attaccare la Nouvelle vague. Io che l'ho amata profondamente, ho adorato Godard, Chabrol, mi sono battuto per loro, ho scritto parecchio per Agnès Varda. Ho voluto dimostrare che dal 3 marzo '42 al gennaio '44 taluni hanno avuto un comportamento di notevole dignità, altri hanno tradito con bassezza. E' come se avessi girato un film su Stendhal e mi accusassero di voler sminuire Marguerite Duras.

E' un attacco politico perché si occupa del periodo di Vichy?

In Francia fanno incominciare il cinema dalla Nouvelle vague, non dai Fratelli Lumière. Non si ammette che si parli dei precedenti. Poi mi accusano di indicare quel periodo come una sorta di età dell'oro del Cinema.

Prova nostalgia?

Interesse non significa nostalgia. Sono nato nel 1941, sono felice di essere un regista di oggi e non di quel tempo, quello descritto nel film, in cui gli ebrei venivano deportati, la gente arrestata senza motivo e vigeva la peggiore censura che la Francia abbia mai conosciuto. Nulla è idealizzato. Fra i moltissimi personaggi non esistono eroi, solo persone fiere del proprio lavoro, che forse si sono comportate meglio di certi scrittori o attori servili. Del resto nel film lo dico chiaramente: ci sono quelli che fanno il pane, quelli che tessono stoffe, quelli che raccontano la storia. Ecco quel che siamo noi: fabbricanti di storia. Né più né meno.

Il gigante si alza, sparisce, un attimo, torna con un fascio di lettere: “Guardi, sono dell'Associazione Nazionale dei Maquis”, i superstiti si complimentano per la verità, lo spessore del film. Alcune sono di altri che presero parte alla Resistenza, e mi ringraziano. Del resto il pubblico ha capito. Per ora in Francia hanno visto il film circa 200.000 persone e si sono dichiarate favorevoli, specie nelle città fuori Parigi”.

Forse l'accusano di rifarsi troppo allo stile, alla tecnica di quei film?

Adoro la libertà, amo comporre e scomporre le immagini. “Laissez-passer” mi è costato parecchio. Per due anni e mezzo (tanto ho impiegato) mi sono sentito scontento a girare in interni, il mio film è l'opposto di quelli che si facevano allora. Ho anche girato un film sulla vita degli extracomunitari, dei “sans papiers”. Si intitola “Histoires de vies brisées”, si parla del pericolo della prigione e dell'espulsione, un documentario drammatico e sociale che però nessuno ha commentato: perché?

Lei non è certo il primo a rivalutare il cinema di quel periodo?

Gli storici se ne occupano da tempo, io non ho fatto la storia del cinema realizzato durante l'occupazione, furono 214 film, accenno più o meno a una dozzina.

Fra breve “Laissez-passer” arriva in Italia e già si polemizza su ciò che avvenne nel cinema italiano durante il fascismo, specie nei giorni di Salò. Lei che ne pensa?

L'Italia accoglierà bene il mio film, anche perché invece della Nouvelle vague voi avete avuto il Neorealismo che è stato cruciale. Quanto ai film italiani del ventennio c'era già Roberto Rossellini, un cineasta prodigioso. E che dire di film di Camerini come “Il signor Max” o “Ossessione” di Visconti. Quelli di Salò girati a Venezia furono pochissimi. L'Italia oggi ha un'enorme fortuna: Nanni Moretti che è meraviglioso. “La stanza del figlio” mi ha fatto piangere.

Intervista di Fiorella Minervino – LA STAMPA – 02/02/2002

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