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LA CASA DELLE TERRE LONTANE


Baya Gacemi, giornalista e scrittrice. È la voce della protesta algerina

Baya Gacemi è nata nel 1952 ad Annaba ed è giornalista. E' stata caporedattrice de L'Observateur e de La Tribune ed oggi lavora come free-lance, collaborando con testate internazionali (L'Expresse, Le Monde, La Repubblica). Da sempre difende i diritti elle donne combattenti degli anni '50 e '60, ed insieme a tanti altri suoi colleghi ha garantito al paese, in preda alla violenza e all'intransigenza in doppia versione (militari da una parte e integralismo religioso dall'altra), un'informazione abbastanza onesta, e comunque insolita nel mondo arabo. Baya è anche un'esponente della sparuta ma tenace società civile che, malgrado i traumi e le ferite quasi mortali, è riuscita a sopravvivere, perlomeno nelle grandi città – Algeri, Orano, Costantina – aggrappandosi alla ragione come ad una zattera nella tempesta.

Baya continua, come molti altri intellettuali algerini che si sono scontrati con l'intolleranza islamica, alla fine degli anni '80, a denunciare gli abusi di un regime di base militare e sostiene che non può esserci riconciliazione senza verità. Il primo scontro con l'autorità è del '96, quando, con i colleghi de La Tribune, è accusata di complicità con il cartoonist Chawki Amari per offesa alla bandiera e condannata a sei mesi. Come collaboratrice di Algeria Interface nel 2000 va in Israele provocando la reazione violenta del presidente Bouteflika e denuncia Saout el-Ahrar per fìdiffamazione (in un articolo viene denigrata per la sua moralità dopo il criticatissimo viaggio in Israele, considerato quasi un tradimento).
In Italia è stato pubblicato, da Sperling&Kupfer, il suo romanzo “Nadia”.

L'Algeria e S. Agostino, cantiere di riconciliazione

Sant'Agostino era algerino? E l'Algeria è stata cristiana un tempo? Domande che possono sembrare banali da un punto di vista occidentale, ma che oggi tormentano alcuni algerini. Intellettuali, storici, religiosi, filosofi, uomini politici, si trovano di fronte a un dilemma: come parlare di S. Agostino e come qualificarlo? Ed è, in sostanza, a questi interrogativi che hanno cercato di rispondere i partecipanti al primo convegno su Sant'Agostino, che si è tenuto ad Algeri dal 1° a 7 di aprile scorso.

Se la risposta ai due interrogativi era certa per i numerosi stranieri presenti, l'ambiguità ha invece dominato tra gli algerini. Gli interventi stranieri hanno espressi chiaramente l'africanità di S. agostino, che lui era il primo a rivendicare, quando parlava della sua città natale, Tagaste (oggi Souk Ahras) e della sua città d'adozione, dove vosse quasi quarant'anni, Ippona ( oggi Annaba) o anche della madre, Monica, che era berbera e gli aveva trasmesso la cultura locale, contemporaneamente all'ardente fede cristiana. Serge Lancel, che ha dedicato un'imponente biografia a S. Agostino, non ha esitato a dichiarare: “Per quanto legato fosse alla sua Africa, Agostino condivideva l'idea che non esiste esilio per colui il cui regno non è di questo mondo. Tra tutte le manifestazioni di un grande genio, probabilmente è quella ad avere dato al figlio di Tagaste un posto a parte tra i grandi nomi della fine dell'Antichità e ha fatto di lui, il figlio più glorioso del paese che, secondo le definizioni della città terrestre, sarebbe diventata l'Algeria”.

Per i relatori algerini, lo si è visto nei temi affrontati, è stato molto difficile rivendicare l'illustre pensatore romano e cristiano come uno dei nostri, nascondendo al tempo stesso che, a partire dall'indipendenza dell'Algeria nel 1962, non è mai stata fatta alcuna allusione a lui. Né nei discorsi ufficiali, né nei testi scolastici – a parte gli istituti di filosofia delle università – anche quando si insegnava ai bambini che l'Algeria ha conosciuto sette secoli di dominazione romana. In realtà le dominazioni straniere anteriori a quella della Francia, non hanno mai posto problemi. Quindi neppure la romanizzazione dell'Algeria. Perciò è la sua fede cristiana dell'epoca, che i poteri che si sono succeduti faticano a riconoscere. La crisi d'identità è ben lungi dall'essere risolta.

Perchè, allora, organizzare un convegno internazionale che voleva essere d'apertura, su S. Agostino? L?idea risale a un calcolo politico del presidente Bouteflika che, al momento dell'ascesa al potere nell'aprile 1999, era convinto di poter ottenere il premioNobel per la pace. E per quello bisognava piacere agli occidentali. Così diede vita a tre grandi “cantieri di riconciliazione”. Nazionale, firmando un accordo di aminstia con gli islamici armati; poi con gli ebrei, tentando un riavvicinamento con i vecchi ebrei d'Algeria e quelli di Israele; e infine con i cristiani del mondo, ricordando che gli algerini furono cristiani, più di sedici secoli fa. L'idea era emersa nell'ottobre 1999, quando il presidente Bouteflika ha incontrato le alte autorità svizzere a Ginevra e in particolare il cancelliere federale Jean Weiss. Quast'ultimo aveva lasciato intendere che gli svizzeri non volevano più apparire come semplici manipolatori di denaro agli occhi dei partner del terzo mondo e che erano in grado di occuparsi anche di cultura.

Così le due parti si sono accordate per organizzare una manifestazione culturale che mostrasse gli stretti legami tra i due paesi. Era l'occasione sognata dal presidente che, con il pensiero nascosto del Nobel per la pace, voleva essere percepito dal mondo intero come il “grande riconciliatore”. L'obiettivo dei “cantieri” – che, per sua sfortuna non hanno avuto il successo sperato – era, a suo dire, di riconciliare, gli algerini con se stessi e la loro storia. Il dialogo con gli islamici non ha dato frutti, anzi. Malgrado l'amnistia senza condizioni concessa ai terroristi, la violenza continua ad uccidere. In due anni sono state uccise migliaia di persone. Dopo aver recuperato armi da qualche gruppo armato che aveva risposto all'appello, le autorità hanno finito per decidere di riaermare le popolazioni rurali vittime degli attacchi. E questo prova che siamo ben lontani dalla pace e dalla riconciliazione promesse dal presidente al suo arrivo.

Anche il dialogo con gli ebrei non ha funzionato, a causa dell'incoerenza del presidente. Eppure era partito bene. Ai funerali del re Hassan II non aveva esitato – sotto gli obiettivi delle telecamere di tutto il mondo – a stringere la mano al primo ministro israeliano Barak e a dirgli che desiderava avere rapporti privilegiati con Israele. Più tardi, nel corso di un incontro a Parigi con la comunità ebraica di Francia, aveva ripetuto la stessa affermazione. Aveva persino invitato a ritornare numerosi ebrei d'Algeria, esiliati all'epoca dell'indipendenza del suo paese. Ma ha mostrato i suoi limiti quando un gruppo di giornalisti algerini si è recato in Israele nel giugno 2000.

La reazione del presidente è stata tanto violenta quanto inattesa. Li ha trattati da traditori, annunciando contemporaneamente un voltafaccia totale rispetto alla posizione precedente. La seconda intifada che si è sollevata poco dopo in Palestina, ha posto fine a qualunque idea di riconciliazione con gli ebrei di Algeria e con gli altri.

Rimane il dialogo con i cristiani. E, benchè non ci sia mai stato un vero ostacolo, per la maggioranza degli algerini, il cristianesimo rappresenta la colonizzazione francese. Ed è, in fondo, la spiegazione che hanno dato gli organizzatori del convegno a quelli che si interrogavano sul silenzio che ha circondato la personalità di S. Agostino sino ad oggi. “Non bisogna dimenticare – ha affermato uno di loro – che l'esercito coloniale è entrato in Algeria preceduto dai preti. D'altra parte, dal momento della loro sistemazione in Algeria, i francesi non hanno esitato a fondare chiese ovunque, a volte trasformando le moschee, cambiando così il paesaggio culturale della popolazione e offendendola profondamente. Anche se ci sono stati uomini di chiesa che hanno aiutato la rivoluzione algerina, non bisogna dimenticare che – mentre in Francia si applicava la laicità – in Algeria le autorità coloniali gestivano i luoghi di culto e rifiutavano di lasciarli in mano agli algerini.

Per finire: i testi scolastici del'epoca coloniale insistevano sul passato romano e cristiano dell'Algeria, ma occultavano totalmente la sua cultura arabo-musulmana, benché fosse quella della società contemporanea. Quindi non bisogna stupirsi se, per reazione sentimentale, gli algerini al potere dopo l'indipendenza hanno cercato di cancellare dal paese le tracce della sua cultura anteriore.

La questione sembra così difficile da dirimere, che anche intellettuali e docenti universitari sono a disagio al momento di esprimere un'opinione. Temendo di apparire troppo estremisti o chiusi al mondo, tentano di giustificare il loro rifiuto dell'idea di un'Algeria cristiana cercando altri pretesti. L'unico che hanno trovato: S. Agostino non era vicino al suo popolo, perchè era completamente immerso nella cultura romana e parlava soltanto latino. Serge Lancel conferma: “Agostino era monoculturale. Doveva tutto alla lingua latina, prima di restituire questo “tutto” centuplicato”. Ma è davvero un rimprovero accettabile?

Secondo Mohamed Farah, professore di filosofia all'università di Algeri e membro dell'Alto Consiglio islamico: “L'attaccamento di Agostino a roma si spiegava unicamente con la sua fede religiosa. Roma aveva adottato il cristianesimo come religione ufficiale e lui non poteva che aderire a quell'idea. Non può essere giudicato in un'ottica contemporanea ed è sbagliato vederlo come una personalità politica, visto che era prima di tutto una personalità religiosa”.

D'altra parte e secondo i refrattari, si è schierato dalla parte dell'imperialismo romano, mentre padre Donato esaltava la cultura popolare e sollevava le popolazioni di ippona contro Roma. Allora S. Agostino aveva chiamato le autorità romane perchè applicassero l'ordine imperiale. Ma anche in quel caso si valuta ciò che è accaduto in quel periodo lontano con occhi contemporanei e si occulta, ancora una volta, il fatto che S. Agostino era prima di tutto un religioso. Inoltre gli organizzatori hanno avuto buon gioco a ribattere che il convegno era stato organizzato con un fine di dialogo e non di divisione e che, di conseguenza, bisognava dare la precedenza alle personalità che hanno lavorato per il riavvicinamento delle culture.

In fondo non importa quali siano gli argomenti degli uni o degli altri, ciò che conta è che oggi è stato affrontato l'argomento in Algeria, è stato infranto un tabù. Si può parlare del passato cristiano, ebraico o pagano, senza che ciò rappresenti necessariamente una minaccia per l'Islam.

Baya Gacemi (traduzione di Antonella Viale)


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