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TIZIANO SCARPA
Intervista di Maria Serena Palieri – L'UNITA'– 07/09/2001

Ma le donne barano

Tiziano Scarpa ha 38 anni. Gli spiego che in questo viaggio tra uomini italiani di diverse generazioni lo assimilerò ai quarantenni: “Evviva”, commenta questa possibilità di evadere finalmente dalla maledizione mediatica del “giovane narratore” condannato all'eterna adolescenza.

Scarpa è nato a Venezia, ha trascorso la seconda infanzia nella provincia di Treviso, oggi vive a Milano a ha all'attivo un romanzo, Occhi sulla graticola, la raccolta di racconti Amore, la guida alla sua città d'origine Venezia è un pesce, la raccolta di saggi Cos'è questo fracasso?. Se, dunque, è nato nel 1963, andava alle elementari quando passò la legge sul divorzio, alle medie quando il neo-femminismo escogitò il suo strumento originale, l'autocoscienza, al ginnasio quando le compagne di Lotta Continua ruppero coi “compagni maschilisti” e ancora quando, poco dopo, passò la legge sull'aborto. Ma è preparato: parlando cita il teorico viennese di Sesso e carattere, Otto Wieninger, e cita Luce Irigaray.

Uno come lei, adolescente quando la rivolta femminile era cosa fatta, quando ha avuto l'occasione di sentire per la prima volta la parola femminismo?

Non me lo ricordo. Ci stavo in mezzo, credo, non ricordo un prima e un dopo, direi che non ricordo il mondo prima del femminismo. Non ho nessun ricordo infantile di un mondo con dei ruoli. Ricordo che i miei ne parlavano. In realtà ho visto il mondo senza femminismo dentro la mia famiglia: l'epoca non è mai contemporanea a se stessa. Ci sono cose che succedono a Milano o a Roma e non succedono intanto nella provincia veneta.

Che cosa succedeva in questo mondo pre-femminista, che vedeva coi suoi occhi di bambino?

C'erano donne sessualmente mature a cui veniva impedito di lavorare per gelosia. Da mariti che rendevano la vita più grama, economicamente, a tutti, per mancanza di fiducia sessuale: lavorare significava darla. Lavoro era uguale a prostituzione. Questo l'ho visto fini a quindici-vent'anni. Ma – un po' scherza - sono casi, visioni, consapevolezze che prescindono dall'uscita dei saggi di Irigaray: indifferenti alla produzione dell'intellettualità parigina di quegli anni.

La storia dell'amore tra i propri genitori è per quasi ognuno la più importante delle favole: da lì veniamo. Scarpa racconta così quella dei suoi: “Mio padre è del '29, mia mamma del '35. Papà ha incontrato mamma a Venezia in un bar di fronte alla stazione, dove lei lavorava al banco. Si sono innamorati subito, anche se si sono sposati più tardi, quando avevo sui trent'anni”. E sua madre come quelle donne, da sposata e già prima di avere figli, avrebbe abbandonato, subito, bar e bancone.

Fine della storia di Tiziano Scarpa figlio. Chi le ha parlato di Luce Irigaray? Ne parla per sentito dire?

L'ho letta. Ero fidanzato con una compagna di università che frequentava a Venezia le “Donne in nero”, e a Padova la comunità filosofica “Diotima”. Era la ragazza più simpaticamente vanitosa che abbia conosciuto, minigonna, tacchi straordinari...No – si corregge con scrupolo filologico – i tacchi non si portavano. Ma si percepiva nettamente che era di una generazione successiva rispetto alle sue insegnanti, spiccava

Universitari, insomma negli anni Ottanta. Vuol dire che per questa ragazza, all'epoca, il femminismo non era più un'ideologia che chiedeva sacrifici?

Non aveva questa parola, sacrificio, nel suo linguaggio. Era semplicemente così, molto agghindata, non l'ho mai vista senza rimmel neppure alle quattro del mattino. Era una che aveva completamente abbandonato lo stato di natura.

E le imponeva di leggere Irigaray?

Tra noi c'era uno scambio fittissimo, una voracità di studio. Io sì, partecipavo. Il femminismo, d'altronde, è l'unica utopia che si è realizzata. E si vede, perché ha prodotto un disastro su tutta la linea. Maschi a pezzi. E donne che continuano a essere allevate con la Barbie e l'idea dei principi azzurri. Le utopie è meglio non realizzarle.

Secondo Doris Lessing, del femminismo sagace, maturo, oggi sembra rimasto solo un intercalare: “Voi uomini...”. Come si sente quando, lei presente, delle donne lo usano?

Io ho avuto una vita felice, non ho mai sentito pronunciare quell'intercalare classico, non faccio parte di quella generazione – ribatte

“Voi uomini” è un precipitato, diciamo una ricaduta proverbiale, facile come un tic, banalizzata, di un gran pensare che c'è stato: sulla differenza tra uomini e donne, sul modo diverso dei due sessi nel pensare il mondo. A lei sembra che quel riflettere portasse da qualche parte? Che la categoria del “pensiero sessuato” sia una chiave interpretativa non isterilita?

Gran parte del mio interesse per la letteratura, e per la letteratura, voglio dire, come thesaurus cognitivo, deriva dal fatto che la letteratura è ciò che più onestamente si immerge nel rapporto tra i sessi, tra uomo e donna. Nella Macchia umana, l'ultimo libro di Philip Roth, un personaggio, Coleman Silk, osserva che la letteratura nasce con una famosa lite per chi si aggiudicherà una ragazza...Cos'altro, se non la letteratura, ti dice che, alla fine, la Storia nasconde questo?

C'è un romanzo recente che, a suo parere, racconta al meglio lo stato attuale del rapporto tra i sessi?

Straniera di Sergej Doslatov: russo morto una decina d'anni fa, si era trasferito negli Stati Uniti nel '79, ha fatto il giornalista sotto il regime e racconta un sacco di compromessi, con un tono amarissimo ma assolutamente spassoso, con un disincanto politico molto saggio e molto attuale. E' attualissimo anche sul tema dell'informazione pilotata e delle convivenze multietniche. E poi racconta questa storia, di una russa trentenne che perde la testa per un messicano, si senta una principessa in esilio e alla fine incappa in tutti i luoghi comuni del machismo.

Dal suo punto di vista, diceva, il femminismo, in quanto utopia realizzato, si è rivelato un disastro. Perché?

Se fossi stato una donna, e con dieci anni di più, penso che sarebbe stato esaltante per me fare questa battaglia, ma con la situazione attuale vedo solo infelicità. Vedo infelicità nelle donne e negli uomini, infelicità per come si è realizzata questa utopia. E spero che questo non porti a una regressione.

Quanta infelicità maschile c'è in giro? E perché?

Si è infelici perché non si può essere tutto e il contrario di tutto. Già dire “voi maschi”, o dire “la tua parte femminile” è un discorso abominevole, basato su bassa psicologia, su un grande mito post-mitologico, su una leggendina ignorante. Io vedo nei maschi l'infelicità di non poter essere dei super-esseri: non puoi chiedermi di essere amante e sposo, padre e figlio, di dar sicurezza economica e comportarmi con spavalderia criminale, essere il principe azzurro e l'impiegato mediocre. E, in molte donne, vedo salire nostalgie prefemministe.

Lei vive da solo?

Attualmente sì.

Perché è difficile convivere?

La vita è varia, ci si trova. Tentativi seri di convivenza non ne ho fatti. E' stato difficile conquistare l'autonomia economica e quindi me la tengo stretta. Per vent'anni ho avuto per casa anche gradevolissime, un fratello, dei compagni di studio. Ora me la godo. La mia è una generazione che non ha trovato a vent'anni un lavoro e, per chi l'ha fatto, andare a vivere da solo è stata durissima: è stata dura conquistare cose banalissime come ottenere un affitto regolare e poter pagare le bollette.

Ma in questa giovinezza faticosa – se, come lei ha scelto, vissuta in autonomia – i due sessi non sono accomunati?

No, le donne barano. Se hanno voluto hanno fatto le pure mogli, le mantenute. Se hanno voluto, hanno fatto le simpatiche carrieriste. Mentre, a un maschio, questa opzione non datur.

Va bene così. Scarpa ride: “E quando esce questa intervista? Questa intervista...di destra?

Intervista di Maria Serena Palieri – L'UNITA' –07/09/2001

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