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MUSICA

Tom Waits nel paese delle meraviglie

Un tuffo al cuore dei nottambuli, di quei fortunati sognatori capaci ancora di immaginarsi il cielo illuminato da una luna ghiacciata e trafitto da stormi di corvi, forse solo ombre. Poi un treno, che fischia da lontano e da avvio ad una marcia tra la favola e l'horror. A voce che prima canta, poi diventa narratrice di una storia fantastica e inquietante. Questo è l'avvio di Alice, la creatura amata e rianimata da Tom Waits nel primo dei due dischi usciti in simultanea un paio di giorni fa, creatura che segna una nuova vetta nell'opera del cantastorie californiano.

Forse non poteva essere altrimenti, quando la figura mitica di Alice (musa evocatrice delle passioni più torbide e stranianti in ogni adulto che si rispetti), viene in contatto con le corde più profonde di uno dei pochi cantautori del profondo che ci sono in circolazione. Soprattutto uno dei pochi che possono dar libero sfogo alla sua creatività senza vincoli di sorta (per questo ha abbandonato una multinazionale del disco si è legato ad un'etichetta discografica indipendente, la Anti.

Dolore, splendore, pena, rassegnazione e rinascita in quindici canzoni che paiono un poema scritto al lume di una torcia, come suggerisce lo stesso Waits. E' il paese delle meraviglie dove tutto si specchia nel suo opposto, la vita e la morte ballano assieme, il valzer si trasforma in uno swing, la ballata jazz in una marcia funebre. Il luogo dove “hell is above and heaven below”, come canta la voce di carta vetrata in No one knows I'm gone, canzone sulla meraviglia della morte, dove “l'inferno è sopra e il paradiso sotto”.

Concepita assieme all'amata moglie Kathleen Brennan (“Kathleen è la mia Alice”, non manca mai di ribadire Waits), Alice nasce per l'omonima opera avanguardista diretta da Robert Wilson per il Thalia Theater di Amburgo nel 1992, basata ovviamente sull'Alice nel paese delle meraviglie di Lewis Carroll. E rappresenta, come ha avuto modo di dire Waits, una delle due parti complementari della sua personalità. Alice appunto, il lato più romantico, noir e sognante (scandito, oltre che dal piano e dalla voce, da sassofoni baritono, clarinetti, violini, viole, trombe e corni francesi), Blood Money, l'altro disco, quella più pessimista (“carne e ossa”, dice l'autore), dove ospitare anche le percussioni latine e il rock d'autore (acustico), a tratti marziale, come suggerisce la storia da cui è tratto. Quella di Woyzeck, il soldato tedesco narrato dal poeta dell'Ottocento Georg Büchner, che viene travolto dalla follia omicida, metafora estrema della condizione umana.

Cuore dell'opera, non dichiarato ma assolutamente ambizioso: la terra, ciò che su di essa brulica ansioso (uomini, piante, animali), e che la domina dall'alto: gli astri (luna e sole sono due costanti di entrambi i dischi), Dio (che si è assentato per affari, in God's away for business, ennesimo esempio del Tom Waits che fonde commedia e tragedia) e il diavolo.

E poi gli affari umani, benedetti loro: la perdizione e le domande irrisolte: “La vita è un cruciverba – canta Waits in Starving in the belly of a whale, Morendo affamato nell'ombelico di una balena – e l'uomo è uno strumento ad arco su cui la vita suona”. E su questa vita affamata, distratta, abbandonata, recitata nel ruolo sbagliato, e suonata in maniera storta e dissonante, Waits canta le sue “canzoni più carnali”, come ammette: “Mi piacciono le belle canzoni che raccontano così terribili. Piacciono a tutti noi le cattive notizie che escono da una bella bocca”.

Ha ragione: sarebbe stato meno incisivo, più (paradossalmente) rassicurante farsi violentare l'anima e il corpo da una voce infernale che ti sbatte in faccia l'inferno. E invece no: sono entrambi dischi gentili (tra una ninna nanna e una tarantella), dove la sulfurea ruvidezza della voce del nostro è messa da parte a favore di un tono baritonale pacato, perfetto per il torbido narrato dalle due piece teatrali dell'amico Robert Wilson.

Comuni ad entrambi i dischi, sia il crepuscolare Alice che l'altalenante Blood Money, le pennellate su un'unanimità miserevole, di cui il nostro è capace di provare la compassione del comico e del poeta, quelle lucidissime su una morale corrotta: “If there's one thing you can say about mankind, there's nothing kind about man”, canta in Misery is the river of the world: “Se c'è una cosa che si può dire sul genere umano, è che non c'è niente di gentile che riguardi l'uomo”, giocando sul doppio significato di kind: genere e gentile (uno dei tanti giochi di parole che illuminano questi due dischi). “C'è poco da rallegrarsi”, ha dichiarato ultimamente Waits, così racconta di un'umanità di cui non fidarsi: “Un brav'uomo è difficile da trovare. Solo stranieri dormono nel mio letto. La mia parola preferita è addio. E il mio colore preferito è il rosso”, canta in A good man is hard to find.

Ma anche barlumi di speranza, come la rosa che sboccia sulla vite di Another man's vine da Blood Money o la favola in forma di valzer di Fish and bird (storia d'amore impossibile tra un uccello e una balena sublimata fino al lieto fine) di Alice.

Come a dire che commedia della vita continua, dolente come sempre ma maestosa, da quando c'è uno come Tom Waits a raccontarla.

Silvia Boschero – L'UNITA' – 05/05/2002

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