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MUSICA

La meglio gioventù

“Pensare che quel pezzo l'ho tenuto sul pianoforte per settimane. Avevo già scritto tutto Rugantino, ma quel testo, “Roma nun fa la stupida stasera”, non voleva venire...Ogni tanto lo guardavo, lo mettevo da parte e mi diceva: ci penserò. Poi un giorno è venuta, da sola, senza preavviso. E ancora oggi, se la risento mi supisco che sia la canzone che identifica Roma, la mia città...perché in realtà non è romana. E' un ibrido”.

In che senso?

Sta a sentì.

E Armando Trovajoli si mette al pianoforte, accenna il motivo di Roma nun fa la stupida stasera, lo varia un po' (confermandosi il grande pianista che è, ma che difficilmente ammette di essere), e chiosa

Nun è romana! Potrebbe venì da qualunque parte, che so, una canzone napoletana, una romanza d'opera. Ciumachella de Trastevere è romana. E' bello ave' 'na donna dentro casa è romana. Oppure quest'altra, ascolta.

E attacca il pezzo da La Tosca, di Gigi Magni, che un altro Gigi (Proietti) ha reso immortale in tutti i suoi spettacoli: Nu' je dà retta Roma. Si ferma.

Lo senti? E' uno stornello, di base. Però con una trovata”. Arriva al punto in cui il coro irrompe intonando “vojo cantà così...”, e sembra emozionarsi: Questo è un escamotage, un gioco armonico, una trovata. Un accordo anomalo, inaspettato, che sospende la canzone, apre un 'orizzonte e ti costringe a chiederti: e mo', 'ndannamo? E poi si ritorna allo stornello. Il fascino della canzone è tutto in questa apertura improvvisa.

Armando Trovajoli ci ha regalato due momenti che non dimenticheremo facilmente. Unici spettatori di un maestro della musica che, al pianoforte, svela i trucchi del mestiere. Sua moglie Paola, presenza importante e chiaramente insostituibile nella bella villa dell'Olgiata dove abitano rivela: “Non lo farà mai. E mi fa una rabbia! Suona benissimo, e non suonerebbe mai””. Sarà che accanto al pianoforte tiene tre foto, una con dedica, di Arturo Benedetti Michelangeli: se il modello è quello, si può capire che anche un Trovajoli pensi di essere un “cattivo pianista”. In una delle foto il sommo Michelangeli siede in trattoria, davanti a un fiasco di vino: un'immagine insolita. “Arturo è stato un grande amico. Il vino ci faceva spesso compagnia. Era quasi l'unica vivanda che Arturo ingerisse. Non mangiava mai, al massimo un consommé con l'uovo. Mai capito come facesse”.

Alla bella età di 86 anni, Trovajoli è vitale, lucidissimo, infaticabile. Tanto per non annoiarsi, sta lavorando a tre progetti contemporaneamente: la ripresa di Aggiungi un posto a tavola, storico musical della ditta Garinei & Giovannini che da venerdì è tornato in scena (al Sistina di Roma); la registrazione della colonna sonora di un film-tv con la coppia Loren-Ferilli, La vita dei santi; e la scrittura di un nuovo musical sempre per Garinei & Giovannini, ispirato al celeberrimo film Vacanze romane.

Garinei mi ha chiamato a metà settembre per dirmi che il musical debuttava al Sistina il 2 febbraio 2004. Devo finirlo prima di Natale. In America è andato in scena con le musiche di Cole Porter (cappello!), ma poiché in Italia il reporter a suo tempo interpretato da Gregory Peck diventa un cronista del Messaggero bisognava dargli un tono musicale nostro, italiano, romano.

Ed ecco entrare in scena il musicista più romano del nostro cinema, che però è al tempo stesso un compositore ed interprete di fama internazionale, che ha studiato con Angelo Francesco Lavagnino, ha suonato a Santa Cecilia e al San Carlo di Napoli e, nelò campo del jazz, ha strimpellato con mezze calzette quali Duke Ellington, Louis Armstrong, Miles Davis, Chet Baker, Stephan Grappelli e Django Reinhardt.

Dal 5 gennaio comincio a registrare la musica di Vacanze romane. Purtroppo oggi, nei musical, si canta dal vivo su basi pre-registrate. E' un peccato: la musica diventa un binario inesorabile, manca l'emozione dell'esecuzione dal vivo che è diversa ogni sera. Per Rugantino avevo 39 musicisti in buca, per Ciao Rudy 30. Altri tempi.

Ce li racconta, questi tempi? Ci racconta il primo incontro con Garinei e Giovannini?

Lavoravano in uno studiolo dentro il Sistina, una specie di bunker senza finestre, caldo d'estate e freddo d'inverno. Mi chiamarono la prima volta per Rugantino, nel '62, e non ho mai capito perché. Erano due omoni che inizialmente ti intimidivano, ma poi erano adorabili. Giovannini, verso l'ora di pranzo, si faceva portare vassoi di sandwich con molta maionese e li addentava barrendo di soddisfazione. A me davano il prodotto finito, con tutti i testi: al massimo cambiavo qualche parola per motivi di metrica. Ai loro nomi vanno aggiunti quelli di Giulio Coltellacci, artefice massimo, scenografo e costumista eccelso, di Gino Landi, il coreografo; e successivamente di Iaia Fiastri, sceneggiatrice. La prima di Rugantino resta impressa sulla mia pelle in modi indelebile. Avevo il diritto di dirigere l'orchestra nella prova generale e nelle prime 2-3 rappresentazioni. Alla prima, quando Nino Manfredi disse “Roma, ce semo” e attaccò Roma nun fa' la stupida”, capii alla fine del ritornello, appena prima che Lea Massari entrasse per cantare la sua parte, che quella sera stessa avrei risentito la canzone da Checco er carrettiere, il ristorante a Trastevere. Capii che stava nascendo un mito. Lo capii dal brusio del pubblico, che già canticchiava la canzone sentendola per la prima volta. Ciao Rudy è un altro ricordo formidabile soprattutto per il rapporto con Marcello Mastroianni, amico che ho amato come un fratello. Quanto si divertiva a cantare, a ballare, e a rifare come il teatro impone. E che peccato non aver fatto il film: a Hollywood l'avrebbero preso, a condizione che esordisse a Broadway, ma Marcello non veleva andare in America, in più era sotto contratto con Fellini per fare Il viaggio di Mastorna, che poi non è fatto mai...

E' storia (della musica, e del cinema) che Fellini andò da Trovajoli quando morì Nino Rota, ma i due non collaborarono perché Fellini cercava un “altro Rota”, non un musicista dalla personalità forte come Armando. Che pure al cinema deve molto, e ha dato molto, almeno quanto musicisti che magari fanno più “notizia” di lui come Ennio Morricone e Nicola Piovani.

Al cinema ho cominciato con una canzonetta. Incontrai Alberto Lattuada a Piazza di Spagna, e mi disse: devo consegnare un film a De Laurentiis fra due giorni e mi manca ancora il numero musicale centrale, aiutami!” In 24 ore gli scrissi quella stronzata del Negro zumbòn, lui girò la scena con la Mangano e De Laurentiis ci fece pure i soldi perché la canzone andò in classifica anche in America. Era il 1951, il film era Anna: un successo. Dino mi chiese di scrivergli un'altra canzone. Io risposi: non scrivo canzoni, se vuoi ti scrivo una colonna sonora. Feci La donna del fiume e da lì, per tutti gli anni '50, scrissi decine di colonne sonore per film di serie B, da Steno a Mattioli, da Monicelli e Mastrocinque, finché De Sica non mi chiamò per La ciociara. Scrivevo anche un film al mese, imparavo tutti i trucchi: sempre con il magistero di Lavagnino, un grande, sulle spalle”.

I sodalizi più belli, nel cinema, arrivano dagli anni '60 in poi. Soprattutto due: Gigi Magni, con il quale sfoga la sua romanità da Nell'anno del Signore in poi, ed Ettore Scola, del quale ha musicato tutti i film tranne La congiuntura. Ha scritto anche la canzone partigiana (finta) di C'eravamo tanto amati, ma non ne va particolarmente orgoglioso.

E' un motivetto azzeccato, ma semplice semplice. Musicalmente preferisco La famiglia, Dramma della gelosia, la musica mozartiana di La più bella serata della mia vita e soprattutto il capolavoro di Ettore, Una giornata particolare, dove la musica non c'è.

Prego?

Non c'è! E ne sono orgoglioso. Ettore la voleva, fui io a convincerlo che avrebbe disturbato, perché la vera colonna sonora del film è la voce di Notari che esce dalla radio. Cosa avrei potuto aggiungere? Una Giovinezza apocrifa, una parafrasi dei canti nazisti? Avevo pensato a mimare il Quarto concerto per pianoforte di Beethoven, ma non funzionava, non si “incollava”. Per cui, nulla: solo un motivetto nel finale, una trovata, con un pianino sgangherato, suonato da me, che accenna una specie di rumba. Non ci aveva mai fatto caso?.

Sinceramente no.

Vede? E' per questo che funziona. Non si deve notare se la musica c'è o non c'è. Altra lezione di Lavagnino.

Forse ad Armando Trovajoli farebbe piacere essere considerato il musicista che non c'è: a domanda – riascolta le sue musiche? - risponde infatti:

Mai! Assolutamente no! Le detesto.

Eppure Trovajoli c'è. Ha scritto musiche meravigliose e ci ha regalato, con Roma nun fa' la stupida, una delle tre canzoni italiane più celebri in tutto il mondo.

Sì? E le altre due quali sarebbero?.

Beh, diciamo Volare e O sole mio, non è d'accordo?

Non lo so. Non sono mai stato un canzonettaro. Però, se lo dice lei, mi fa piacere.

Intervista di Alberto Crespi – L'UNITA' – 22/12/2003



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