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CINEMA

Van Sant, cowboy genio ribelle

Gus Van Sant è una specie di bandiera. Il regista americano è, insieme al suo collega spagnolo Pedro Aldomòvar, uno degli esponenti della cultura gay più famosi bel mondo. Nato in provincia, nel Kentucky, Gus Van Sant è diventato anche un newyorchese doc. Oggi passa tutto il tempo in un ufficio molto trendy che ha sede nel trendyssimo quartiere di Tribeca. Grazie a film come Belli e dannati, Even Cowgirl Get The Blues e Da morire, nei primi anni '90 Gus Van Sant si è posto all'attenzione del cinema mondiale come il regista indipendente degli Stati Uniti. Poi, negli anni successivi, ha accettato diventare una griffe, di Hollywood. Ha avuto successo con due film, Good Will Hunting e Cercando Forrester, ma ha rimediato critiche ferocissime con un terzo, il remake quasi blasfemo di Psyco di Alfred Hitchcock. Gus Van Sant è un uomo timido, che non parla con i giornalisti perché ritiene di non avere niente da dire. Giudicate voi. Secondo noi, Gus Van Sant ha le idee più chiare di tutti i cineasti americani.

Quando hai deciso di fare del cinema, Gus?

Presto. Al college mi dedicavo alla pittura. Ma il cinema mi piaceva. Certo, allora mi interessava soprattutto il cinema realizzato dai pittori.

La pittura l'ha abbandonata?

Purtroppo sì. Non dipingo da tempo.

Sei stato accettato agli inizi, come regista? In Europa hai avuto subito molti ammiratori. E negli Stati Uniti?

Quando ho cominciato a lavorare nel cinema, in America c'erano pochi registi e pochi film indipendenti di successo. Drugstore Cowboy è stato il film che ha cambiato le cose per me. Almeno a New York.

E a Los Angeles?

In linea di massima, ho lavorato sempre a Los Angeles. Ma non ci potrei vivere. Infatti non mi ci sono mai trasferito.

Come hai trovato il denaro per fare i tuoi film?

Io mio produttore è la New Line. E' diventata ormai una grande società, ma continua a fare film diciamo così “al limite”, cioè film che non sono proprio per tutti. A dire la verità, non so nemmeno perché continua. Ma è comunque un fatto interessante che la New Line, pur essendosi ingrandita, non smetta di produrre film coraggiosi e a basso costo.

Perché non scrivi più le sceneggiature dei tuoi film?

Per quanto riguarda Da morire, si era pensato di farlo scrivere a Buck Henry. Will Hunting genio ribelle era un'idea di Matt Damon e Ben Affleck e la sceneggiatura mi era piaciuta. Per quanto riguarda Scoprendo Forrester, mi sono aggregato a un progetto della Sony che esisteva già. L'idea di Psyco è mia, ma non sono stato io a scrivere la sceneggiatura. I primi film li ho scritti io perché erano più piccoli. Il mio obiettivo non era far diventare grandi film che in realtà erano piccoli, ma rendere giustizia a film già di per sé grandi. Eppoi, credo di non aver più scritto sceneggiature perché ho cominciato a lavorare a Hollywood. E' Hollywood che ha voluto autori diversi. E' in questo modo che mantengono il controllo sul prodotto. L'autore scrive, il regista dirige, il montatore segue il montaggio, e via dicendo. Tutte le figure sono separate e in questo modo Hollywood ha sempre il controllo della situazione. Dividi et impera.

A proposito di potere, a mio avviso tu ne hai dato molto a Nicole Kidman. In “Da morire”, per la prima volta, ci siamo resi conto del suo potenziale. Come l'hai scelta?

Credo di aver avuto l'impressione che, essendo sposata a Tom Cruise, volesse fare qualcosa di altissimo livello per tenere il passo del marito. Per di più, è una donna molto determinata. Ho avuto l'impressione che ci tenesse molto ad avere la parte. Credo sia anche per questo che mi ha dato una grande interpretazione. Ha lavorato molto, anche prima di cominciare le riprese. Credo abbia lavorato sei mesi sul personaggio.

In Europa ormai c'è una venerazione per Nicole Kidman.

Ah, sì?. Interessante. Da noi la regina è sempre più Julia Roberts. Anche perché è pagata di più.

Parliamo di “Will Hunting genio ribelle”. Il montatore, Pietro Scalia, mi ha detto che avete ricostruito i dialoghi prendendoli spesso da versioni scartate della stessa scena. Avete fatto una sorta di doppiaggio, o sbaglio?

Sì. L'ho fatto molte volte nei miei film. E' un modo di lavorare diverso. Invece di fare il doppiaggio in un secondo momento, come fate voi in Italia, prendendo spesso il sonoro dalle riprese scartate. Sei contrario al doppiaggio?

Tendenzialmente sì.

Io no. A me piace il sistema che si usa in Italia, amo il doppiaggio. Lo trovo una forma espressiva.

E' la prima volta che sento dire a un regista americano una cosa del genere. Parliamo d'altro. Te lo chiedo a bruciapelo: chi te lo ha fatto fare il remake di Psyco?

Era una cosa che non avevo mai visto fare prima, quindi è stato sostanzialmente un grande esperimento. La storia del cinema è piena di remake. Ma di solito, la versione originale non viene mai rispettata. Io ho voluto fare Psyco esattamente come l'ha fatto Hitchcock. Volevo vedere cosa sarebbe successo con un nuovo cast e con il colore. Volevo fare il remake di un film famoso, cosa che non avevo mai visto fare.

Sarai pure stato l'unico a farlo. Ma ci vuole molto coraggio per provarci. Non ti sembra di aver preso un rischio troppo grande?

Visto come è andata, suppongo di sì. La gente ha pensato che volessi sfidare Hitchcock. Non credevo che il mondo del cinema fosse così conservatore. Ho scosso la barca ed è stata subito tempesta. Non ero preparato. Mi aspettavo che molti attaccassero il film, ma non pensavo che sarebbe stato attaccato duramente nella comunità cinematografica. Pensavo potesse interessare soprattutto il mondo artistico, che è molto più abituato a cose del genere. Infatti, così come questa accadono spesso nel mondo della pittura o nella scultura senza che succeda il finimondo.

Purtroppo, hai toccato un mito. Anche tra le persone più intelligente, ognuno è prigioniero dei miti.

E' vero. Hanno trasformato Hitchcock in un mito al punto che non si può scherzare. A dire il vero, penso che Hitchcock si sarebbe divertito molto. Purtroppo, chi crea miti la pensa diversamente. Però è un bene far arrabbiare la gente. Da questo punto di vista, perlomeno, ho avuto un gran successo.

Anche nel tuo ultimo film, “Cercando Forrester”, hai preso di mira un mito ma ti è andata bene. Perché “Cercando Forrester” è ispirato a J.D. Salinger, l'autore del “Giovane Holden” o sbaglio?

No, Forrester non è Salinger. Salinger usciva di casa. Aveva una vita sua, una famiglia. Il personaggio di Forrester assomiglia a Salinger solo nella nostra immaginazione. Chi non conosce la vita di Salinger, pensa che non uscisse, cosa che invece faceva. Non c'è un vero e proprio parallelo. E' un personaggio inventato. Forrester non esce di casa da 10 anni. E' una malattia che è tipica soprattutto della gente di New York, una malattia che spinge appunto la gente a non uscire di casa. Forrester è un personaggio di New York. Somiglia a Salinger soltanto perché ha smesso di pubblicare dopo un certo periodo di tempo.

Il tuo ufficio è pieno di apparecchiature digitali. Hai intenzione di fare un film digitale?

Ho realizzato un piccolo progetto, di una trentina di minuti, in digitale. Ho trovato molto interessanti i risultati da Thomas Vinterberg, specie Festen. Da quel momento sono rimasto affascinato da questo modo completamente diverso di fare cinema. Un paio d'anni fa ero entusiasta della possibilità offerta dal digitale di lavorare con moltissime telecamere. Ma in realtà il bello del digitale è poter fare un film con una sola immagine, senza staccare mai. E questo è quello che ho fatto.

Che progetti hai a breve termine?

Voglio fare un paio di film con budget molto ridotti. Film più piccoli, più flessibili, con meno persone coinvolte. Desidero tornare a lavorare esattamente come ho cominciato. Con una troupe di non più di 5 o 6 persone. Voglio scoprire cosa succede lavorando così dopo aver fatto anche grossi film.

Scappi da Hollywood, insomma?

Esattamente. Finalmente l'ho capito. Quel cinema non fa per me.

Intervista di David Grieco – L'UNITA' – 10/06/2002

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