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CINEMA

Hanno tradito il '68

Succede spesso che da un tragico evento di attualità il cinema riesca a creare, se non capolavori, senz'altro ottimi film. In America uno di questi tragici spunti ha avuto luogo a Columbine (Colorado), quattro anni fa, in un liceo. Tredici alunni furono massacrati da due compagni armati sino ai denti. Quell'evento portò Michael Moore a girare Bowling a Columbine, vincitore, ma ormai lo sanno tutti, del premio Oscar per il miglior documentario, e Gus Van Sant a realizzare Elephant, vincitore della Palma d'oro e del premio per la miglior regia al Festival di Cannes 2003. Elephant, in Italia sul grande schermo da una settimana, è atteso alla prova del fuoco americana. Da questo week and è sugli schermi del paese di Columbine, dove è possibile acquistare un intero arsenale su internet, entrare a scuola con il fucile sotto il cappotto e sparare ai compagni.

Gus Van Sant nel film racconta, in una cronaca dettagliata, la normale vita in un normale liceo americano, normale sino ad un attimo prima che accada l'inimmaginabile. C'è lo studente modello, il ragazzo maturato troppo in fretta che deve fare da padre a suo padre, c'è la ragazza bruttina piena di complessi, il giocatore di football che fa coppia con la più carina della scuola e ci sono due ragazzi, Eric e Alex, che non fanno gruppo con gli altri, che fanno cose «strane», ascoltano musica classica, guardano documentari storici, coltivano passioni pericolose. Un giorno entrano in classe armati sino ai denti e fanno una strage. Punto.

Il racconto di Gus Van Sant è pura cronaca, scevro da commenti, da interpretazioni, da ogni coup de théâtre. C'è un ragazzo nero, entra in scena, si dirige verso i ragazzi che sparano, sarà lui a salvare i compagni? Lui cammina risoluto, sembra voler prendere in mano la situazione. Nella scena successiva lo si vede morire sotto i colpi del fucile a pompa. Gus Van Sant è considerato una delle voci più influenti del cinema indipendente americano, è originale, ha l’occhio di un cronista, nei suoi film (ha vinto l'Oscar per Will Hunting, genio ribelle) utilizza spesso una tecnica di ripresa più giornalistica che cinematografica. Una tecnica particolarmente efficace in Elephant. Spiega: “Mi piace raccontare gli adolescenti. Le loro menti elaborano pensieri semplici, domande che tu ti sei già posto, eppure sono più interessanti degli adulti. I loro pensieri sono in movimento. Una persona a 25 anni e a 35 e a 45 è lo stesso individuo, è già formato e non cambia, se non di poco. Prima no, prima è tutto in movimento, in evoluzione”.

In “Elephant” ci sono solo tre attori professionisti.

Anche a loro ho lasciato ampio margine di improvvisazione, non volevo che recitassero, dovevano solo essere naturali, se stessi. Questo ci ha molto aiutato.

Nonostante la presenza di adulti e delle cineprese?

Certo, non è stato difficile, è bastato guardarli ed ascoltarli. Hanno abbastanza personalità da non farsi snaturare da una macchina da presa. Non mi interessava un copione, volevo catturare la loro spontaneità.

Lei rappresenta il cinema indipendente americano. Ha mai avuto la tentazione di lavorare per una Major?

Beh, ora lavoro per HBO, che fa parte di Time Warner, quindi tecnicamente non sono indipendente. Lo sono solo nel senso che le storie che racconto non dipendono dai soldi a disposizione, che il budget non influenza le decisioni che prendo o il cast che ingaggio. Se fai un film da cento milioni di dollari devi ingaggiare le star. Non è una questione di finanziatori, che siano Major o piccolissimi produttori, è una questione di quantità di denaro e di libertà nello spenderlo.

La strage di Columbine, l'11 settembre, il Medioriente, l'Iraq. La violenza del mondo di oggi ha effetti sui ragazzi?

Non credo che la società di oggi sia più violenta che in passato. La storia ci insegna che l'America o la Francia del ‘700 erano luoghi altrettanto violenti. A quei tempi era normale per un nobile uccidere un poveraccio solo perché questi gli aveva tagliato la strada, solo perché era arrabbiato. Sono arrivato alla conclusione che l'uomo non riesce a domare la sua natura violenta, che l'uomo ha sempre convissuto con la violenza. Solo sono cambiate due cose: il modo di metterla in pratica e la velocità con cui si apprende la notizia del fatto violento, ora viviamo in un tempo molto, molto veloce, siamo nell'era informatica e i ladri possono rubarci tutto, addirittura ucciderci, cliccando sul mouse. Un fatto può accadere in un angolo recondito del mondo e in tempo reale la notizia è dappertutto. Questo è ciò che è cambiato.

Se lei fosse un quindicenne e stesse guardando la Cnn e ascoltasse un discorso di Bush...

Mi sta chiedendo se quello che vedo ed ascolto in tv mi può rendere più violento? Beh, non c'è dubbio che quello che sta succedendo accade per colpa dei genitori dei quindicenni di oggi. La generazione di Bush, la mia generazione è colpevole. I ragazzi degli anni ‘60, quelli di “pace e amore”, sono diventati esattamente come i loro genitori, come la generazione che contestavano, anzi forse sono ancora più materialisti e conformisti. L'America è la terra del conformismo. Lo è da sempre e la ragione è da ricercarsi nelle nostre origini puritane. Il mio cognome è olandese, molti americani hanno un'origine europea ma se si guarda all'Europa di oggi, all'Olanda di oggi, le differenze, in fatto di mentalità, sono enormi. Perché chi è stato costretto a lasciare l'Olanda un paio di secoli fa lo ha fatto a causa delle sue idee puritane che non erano più accettate. Noi americani siamo un melting pot di conformismo, olandese, scozzese, francese e proprio a causa di questo conformismo abbiamo sviluppato un terribile pensiero semplificato, quello del “noi contro gli altri”. Prendiamo la guerra in Iraq, abbiamo detto: “O con noi o contro di noi”, abbiamo attuato una specie di dirottamento dei principi sottoscritti con l'Onu. Un paese come l'America in cui un uomo da solo può decidere una guerra è un paese con leggi sbagliate. Bush voleva la guerra e ha usato il terrorismo, l'11 settembre, come mezzo per ottenere il suo scopo. Ci ha detto “Siamo in pericolo, dobbiamo proteggerci”, scuse da bar sport. Così scoppiano le risse nei bar, c'è qualcuno che dice una cosa, un altro che non capisce o fa finta di non capire, parte il primo pugno e allora interviene un altro tizio che dà un pugno a un altro ancora solo perché è a portata di mano o perché gli sta antipatico o perché non crede in Dio o per qualsiasi altra ragione. Bush ha dato il primo pugno. Voleva far scoppiare la rissa e c'è riuscito. Ha fatto quello che voleva da tempo, da molto prima dell'11 settembre, contro la mia volontà e contro la volontà di molti americani.

Intervista di Francesca Gentile – L'UNITA' – 15/10/2003

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